IL GRANDE NORD LO PAGANO GLI STATI

Petrolio, gas, minerali e pesca fanno dell’Artico una riserva strategica. Ma i giacimenti diventano ricchezza solo dove uno Stato finanzia porti, strade, pipeline e infrastrutture capaci di renderli accessibili e di trasformare la geologia in potenza economica.

IL GRANDE NORD LO PAGANO GLI STATI

Il 24 agosto il ministro dell'Energia norvegese Terje Aasland ha dichiarato che Oslo continuerà a cercare e sviluppare petrolio e gas nell'Artico indipendentemente dalla contrarietà europea alle nuove perforazioni, con l'obiettivo di mantenere gli attuali livelli produttivi almeno fino al 2035. Dopo la riduzione delle forniture russe la Norvegia è diventata il primo fornitore di gas dell'Europa, e il Mare di Barents è la parte artica di quella dipendenza.

Attorno all'Artico circola da anni un solo numero: 90 miliardi di barili di petrolio, ai quali la valutazione dello USGS del 2008 aggiungeva 1.669 trilioni di piedi cubi di gas e 44 miliardi di barili di liquidi, per l'84 per cento offshore. Quella stima riguarda risorse convenzionali non ancora scoperte e tecnicamente recuperabili, cioè una valutazione della geologia: il costo di raggiungerle resta fuori dal conto. A migliaia di chilometri dai mercati quel costo lo determinano porti e rompighiaccio che nessun operatore privato costruisce da solo, e che nel Nord esistono quasi ovunque soltanto dove uno Stato ha deciso di pagarli.

La Russia ha risolto il problema prima degli altri, e nel comparto in cui il vantaggio geologico è più netto. Lo stesso USGS collocava nel settore russo la quota maggiore del gas artico, e Mosca ha costruito la filiera capace di liquefarlo e imbarcarlo lungo il Nord. Yamal LNG funziona; Arctic LNG 2, rallentato dalle sanzioni occidentali, non si è fermato: nei primi cinque mesi del 2026 ha esportato circa 1,4 milioni di tonnellate, con una quota crescente diretta in Cina.

L'Artico russo continua
a produrre valore dentro
una geografia commerciale
che si sposta verso l'Asia.

Sul versante americano il progetto Willow di ConocoPhillips, nella National Petroleum Reserve dell'Alaska, vale circa 600 milioni di barili, con primo petrolio previsto nel 2029. Quel greggio entrerà in un apparato già esistente: l'industria petrolifera dell'Alaska e il Trans-Alaska Pipeline System. Groenlandia e Artico canadese non dispongono di nulla di simile, ed è questa la distanza che separa una stima geologica da un investimento industriale.

La Groenlandia ospita, secondo la Commissione europea, 25 delle 34 materie prime considerate critiche dall'UE. Bruxelles e Nuuk hanno firmato un partenariato per svilupparne le catene del valore, e il governo groenlandese ha collocato i minerali critici fra i quattro assi della strategia mineraria 2025-2029. Nello stesso documento Nuuk chiede ai paesi importatori di contribuire alla realizzazione dei progetti.

Nel marzo 2026 Ottawa ha rilanciato il collegamento fra l'area mineraria dei Territori del Nord-Ovest e Grays Bay, nel Nunavut: circa 400 chilometri di Arctic Economic and Security Corridor, altri 230 di strada fino alla costa, un porto artico in acque profonde e un aeroporto; a maggio il governo federale ha stanziato fino a 50 milioni di dollari canadesi per la sola pianificazione della sezione di Grays Bay. L'opera apre l'accesso a rame, zinco e oro e insieme rende possibile una presenza militare permanente in un territorio quasi disabitato. Un molo progettato per il concentrato minerario ormeggia anche una nave da guerra, e una pista costruita per una miniera resta utilizzabile dalla difesa: nel Grande Nord la distinzione fra infrastruttura civile e strategica sta smettendo di essere operativa.

L'Europa compare
quasi soltanto
come acquirente.

Per il 2026 Russia e Norvegia hanno concordato una quota comune di 285.000 tonnellate di merluzzo artico nordorientale, la più bassa dal 1991 e inferiore del 16 per cento a quella dell'anno precedente; per il secondo anno consecutivo la pesca del capelin resta chiusa. È la risorsa artica più antica e più sfruttata, e si contrae dentro l'unico tavolo bilaterale che Mosca e Oslo continuano a far funzionare. Una stagione di navigazione più lunga riduce alcuni costi di trasporto; gli stock ittici seguono un'altra curva.

Le posizioni artiche si distinguono quindi per capacità di spesa più che per dotazione geologica: Mosca e Ottawa hanno impegnato denaro pubblico, l'Alaska parte da un apparato industriale costruito decenni fa. L'Europa compare quasi soltanto come acquirente, dipendente dal gas norvegese e titolare di un partenariato groenlandese sulle materie prime critiche. La domanda di Nuuk ai paesi importatori è rivolta anche a Bruxelles, e riguarda il capitale che rende raggiungibili i giacimenti, non i contratti che ne comprano il prodotto.

– Severin Azimut

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