LA LEALTÀ DEL CANE RANDAGIO: LA FISICA DELL'OSSESSIONE IN JOHN FANTE
La fedeltà in John Fante non è virtù edificante, ma ostinazione identitaria. Arturo Bandini ritorna verso ciò che lo respinge: nella precarietà, nel fallimento fino a confondere la fedeltà con la propria ossessione.
Il testo fantiano non chiede il permesso di entrare: sfascia la porta. La scrittura di John Fante procede attraverso un’ostinazione performativa nella quale il gesto del dire tende continuamente a trasformarsi in un gesto del credere. Quando Arturo Bandini proclama la propria vocazione letteraria, la propria fame d’amore o la propria volontà di riscatto, non sta semplicemente descrivendo uno stato d’animo: sta cercando di istituire verbalmente un’identità che la realtà continua a negargli. È questo il punto decisivo della fedeltà fantiana. Essa non coincide con una virtù morale, con la perseveranza edificante o con la semplice costanza. È piuttosto una forma di ostinazione identitaria: Bandini rimane fedele all’immagine di sé come scrittore proprio mentre la povertà, l’insuccesso, l’umiliazione erotica e l’incertezza sociale sembrano smentirla. L’inizio di Ask the Dust è esemplare. Bandini si trova davanti a un problema banalissimo e materialissimo – pagare la stanza d’albergo oppure andarsene – e reagisce trasformando la decisione in una specie di dramma metafisico. Il romanzo si apre con la frase: «I was a young man, starving and drinking and trying to be a writer». La triade è fondamentale: fame, alcol, scrittura. Non c’è una vocazione astratta separata dalla vita; la vocazione nasce dentro la precarietà. Bandini non possiede ancora ciò che pretende di essere. Si comporta linguisticamente come se lo possedesse. La sua fedeltà consiste, quindi, nel mantenere in vita una promessa di sé che il presente non ha ancora convalidato.
La specificità della prosa fantiana emerge proprio nel rapporto fra enunciazione e identità. In termini pragmatici, sarebbe riduttivo definire ogni dichiarazione di Bandini un semplice commissive speech act. Più interessante è osservare come l’asserzione diventi un dispositivo di auto-legittimazione: Bandini parla a se stesso, si giudica, si incita, si insulta e si ricostruisce continuamente come personaggio destinato alla grandezza. La forma del monologo interiore è decisiva. In Ask the Dust Bandini arriva a rivolgersi direttamente a se stesso: «you were born poor, son of miseried peasants». L’io narrante si sdoppia e diventa contemporaneamente accusatore, giudice e profeta del proprio destino. La sua identità è dunque performativa in senso lato: non perché ogni sua frase produca automaticamente un fatto sociale, ma perché il personaggio deve continuamente raccontarsi per poter continuare a esistere come ciò che pretende di essere. Il paradosso è che la scrittura nasce proprio dalla frustrazione. Fante descrive la situazione con una delle maggiori immagini dell’intero romanzo: «My plight drove me to the typewriter». L’atto della scrittura è provocato dalla miseria e contemporaneamente tenta di riscattarla. Subito dopo, l’idea letteraria assume la forma di un essere vivente: «Sometimes an idea floated harmlessly through the room. It was like a small white bird». Bandini non sa semplicemente accogliere l’ispirazione: la aggredisce, la martella sulla macchina da scrivere fino a farla morire. La creatività fantiana possiede, dunque, una componente paradossalmente autodistruttiva: l’ossessione di scrivere minaccia continuamente l’oggetto stesso della scrittura. È qui che il confronto con Maurizio Ferraris deve diventare produttivo, purché non venga sovrapposto meccanicamente al romanzo. La documentalità non spiega Bandini; consente di illuminare un aspetto della sua esistenza: egli cerca nella scrittura una forma di registrazione durevole di un’identità ancora precaria. Scrivere significa lasciare una traccia contro l’evanescenza sociale. Il testo, in questo senso, diventa il documento di una promessa: Bandini scrive perché vuole che la sua esistenza acquisisca consistenza attraverso la sua registrazione.
Non c’è una vocazione
astratta separata dalla vita;
la vocazione nasce
dentro la precarietà.
La struttura dell’ossessione fantiana deve essere avvicinata, con prudenza, ai modelli psicologici del rinforzo intermittente. Ma non sarebbe metodologicamente corretto trasformare il personaggio in un caso clinico e affermare che Fante rappresenti direttamente l’attivazione del nucleo accumbens o il fallimento della corteccia prefrontale. Più interessante è parlare di economia narrativa dell’attesa. Bandini desidera continuamente qualcosa che non possiede: il riconoscimento letterario, il denaro, Camilla, l’integrazione, il prestigio, la conferma della propria eccezionalità. La ricompensa viene continuamente differita e questa distanza mantiene attivo il desiderio. La relazione con Camilla è il caso evidente. Bandini la desidera e contemporaneamente la disprezza; vuole possederla e vuole salvarla; la idealizza e la umilia. Il desiderio non viene spento dall’insuccesso: viene alimentato dalla sua stessa impossibilità. La critica ha sottolineato questa ambivalenza: Bandini è incapace di confrontarsi con la realtà senza deformarla attraverso le sue fantasie, mentre la sua aspirazione a diventare grande scrittore continua a strutturare il romanzo. L’ossessione fantiana è, quindi, meno simile a una semplice dipendenza che a una macchina di produzione dell’identità. Bandini ha bisogno dell’oggetto che lo respinge perché il rifiuto stesso gli permette di continuare a rappresentarsi come colui che combatte per ottenerlo. Non è casuale che la città stessa venga investita da questa proiezione psicologica. Dopo il terremoto, Bandini proclama: «Los Angeles was doomed. It was a city with a curse upon it». Los Angeles non è soltanto uno spazio geografico: diventa il gigantesco schermo sul quale il protagonista proietta la propria angoscia, la propria ambizione e il proprio senso di condanna.
La fedeltà fantiana assume, infine, una dimensione sociale. Bandini è figlio di immigrati italiani e vive una contraddizione che non riesce a essere risolta attraverso l’assimilazione. Da un lato, vuole liberarsi dell’immagine del povero figlio di immigrati; dall’altro, quella provenienza costituisce una parte fondamentale della sua identità narrativa. Wait Until Spring, Bandini mette in scena questa tensione attraverso la famiglia Bandini e attraverso il rapporto fra origine italiana e appartenenza americana. La critica ha osservato come il romanzo costruisca la tensione fra l’origine e l’approdo al ‘mondo nuovo’, fino alla complessa riconfigurazione dell’identità di Arturo. Per questo la fedeltà alle proprie radici non deve essere interpretata come una forma di resistenza politica all’assimilazione. Bandini vuole essere americano e contemporaneamente vuole che la sua origine italiana non venga cancellata. La sua identità nasce dalla contraddizione. È significativa, in Wait Until Spring, Bandini, la rappresentazione della famiglia come luogo nel quale l’italianità è contemporaneamente motivo di vergogna e principio di solidarietà. Il giovane Arturo osserva con irritazione il padre e la sua rumorosità, contrapponendolo ai vicini americani silenziosi: «he had to be a noisy Italian». In questo senso il riferimento a Bourdieu ha maggiore senso di una generica opposizione fra immigrati e società WASP: ciò che agisce nel personaggio è una tensione fra habitus d’origine e desiderio di riconversione del suo capitale culturale e simbolico. Il giovane scrittore vuole trasformare la povertà familiare in prestigio letterario. La scrittura dovrebbe convertire un’origine socialmente svalutata in una forma di riconoscimento.
La fedeltà alle proprie
radici non deve essere
interpretata come
una forma di resistenza
politica all’assimilazione.
Se togliamo i termini accademici e guardiamo direttamente al cuore della narrativa fantiana, la fedeltà non ha nulla di romantico o zuccheroso. È ostinazione: la perseveranza quasi assurda di chi continua a tornare verso ciò che lo respinge. Ma la metafora del cane randagio deve essere intesa fino in fondo. Il cane torna perché riconosce un luogo, un odore, una voce; Bandini torna perché riconosce nell’oggetto della sua ossessione la prova della propria identità. Per questo il fallimento non distrugge immediatamente la fedeltà: la alimenta. Bandini continua a scrivere perché non è in grado di rinunciare all’immagine di sé come scrittore; continua a desiderare perché non riesce ad accettare che il desiderio sia stato vano; continua a confrontarsi con la sua origine perché non può cancellare ciò che contemporaneamente vuole superare. La fedeltà fantiana è una forma di ostinazione ontologica: il soggetto continua a ripetere la sua promessa finché la promessa stessa diventa la sua identità. La sua tragedia non consiste nel fatto che il mondo gli impedisca di diventare ciò che vuole essere. È sottile: Bandini non sa distinguere fra essere fedele a se stesso e rimanere fedele alla sua ossessione. L’autore non ci presenta un eroe che resiste alla realtà, ma un uomo che, pur comprendendo continuamente di essere sconfitto, non possiede più un’identità alternativa alla sua ostinazione. La fedeltà, allora, non è la virtù di chi resta in piedi. È il gesto di chi continua a camminare anche quando non sa più se sta andando verso una meta o, semplicemente, tornando, ancora una volta, nello stesso punto.
– Ivan Pozzoni
Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Tra 2008 e 2018 ha curato cinquanta volumi collettivi di materia storiografico filosofica e letteraria; tra il 2009 e il 2018 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press), L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso(Limina Mentis), Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche: i Presocratici (IF Press), Libertà in frammenti. La svolta di Benedetto Croce in Etica e politica (deComporre) e Il pragmatismo analitico italiano di Giovanni Vailati(Limina Mentis). Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman). Nel 2024 ha fondato il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica), braccio “armato” del tardomodernismo letterario. I suoi versi/saggi sono tradotti in trenta lingue.