SULLA POESIA. QUADERNO PRIMO - AA.VV. a cura di Vito Davoli
Diciannove contributi dedicati alla natura, alla funzione, al linguaggio e alla condizione contemporanea della poesia.
C'è un rischio particolare quando sono i poeti a interrogarsi sulla poesia: che l'oggetto dell'indagine finisca per assumere le virtù di chi lo interroga. Sulla poesia. Quaderno primo, curato da Vito Davoli, conosce il pericolo. La prefazione di Lino Angiuli propone di «perlustrare» il fare poetico senza consegnarlo a una definizione, e il volume tiene fede alla cautela: nessuna formula chiude la poesia. Intorno a lei, però, il Quaderno addensa la «progettualità umana» e il contributo che il poeta può offrire all'edificazione di un mondo migliore. L'indefinibilità è salva. Sopravvivono anche l'autenticità e la responsabilità, distribuite come se fossero proprietà del testo. Sono qualità alte. Resta da stabilire se appartengano alla poesia o all'immagine che il poeta costruisce della propria funzione.
Gottfried Benn colloca lo stile al di sopra della verità e porta a conseguenza una posizione che Nietzsche aveva fissato nei frammenti postumi del 1888: abbiamo l'arte per non morire della verità. Il grande artista si misura sulla capacità di dominare il caos e costringerlo a diventare forma. L'opera smette di chiedere legittimità a una verità che la precede e costruisce il proprio ordine. In quell'ordine sta la prova che esiste. Nessuna nobiltà dell'intenzione sostituisce ciò che deve accadere alle parole perché diventino opera.
Benn non chiede
all'opera di essere
vera. Le chiede
di esistere.
È quando ritorna alle parole che Sulla poesia offre i suoi argomenti più forti. Marco Ignazio De Santis richiama Francesco De Sanctis e la Forma come unità concreta di espressione e contenuto: tecnica e struttura ritmica permettono di riconoscere la cifra personale di un poeta. Daniela Marcheschi porta l'intuizione alla verifica materiale. Intonazione e ritmo devono comporsi in un'architettura che regga alla lettura ad alta voce, e la caduta si sente prima che qualcuno la spieghi. Il giudizio incontra qui qualcosa che si può ascoltare.
La distinzione decisiva passa fra significato e senso. Il significato si lascia parafrasare: è il presunto contenuto dietro il testo, quello che la scuola insegue chiedendo che cosa l'autore volesse dire. Il senso nasce nell'impatto materiale dei versi, nel suono e nel respiro. Chi cerca soltanto l'idea dietro le parole ne perde la presenza. Il senso poetico comincia prima, quando il significato viene preso dentro una forma che nessuna parafrasi sostituisce.
Marcheschi porta la poesia
alla prova della lettura
ad alta voce. Il poeta può essere
sincero quanto vuole:
l'orecchio sente solo il ritmo.
Anche il mistero cambia posizione. Mauro Macario descrive una poesia che può precedere la volontà cosciente e ricorre alla formula di Léo Ferré, je suis dicté: sentirsi dettati, trascrivere qualcosa che arriva prima della decisione dell'autore. È una testimonianza credibile dell'esperienza creativa. La dettatura racconta la nascita del verso e non risponde della sua tenuta. Il mestiere comincia dopo, quando il testo deve trovare i suoi sviluppi necessari e ordinarsi in forma compiuta.
La distinzione fra esperienza creativa e valore dell'opera diventa ancora più necessaria quando a moltiplicarsi sono coloro che rivendicano pubblicamente lo statuto di poeta. Giuseppe Langella osserva il paradosso di una poesia mai tanto praticata e mai così marginale: un esercito di autori accompagnato dalla «sindrome di nessuno», dalla sensazione che il messaggio non trovi più ascolto. Tania Di Malta descrive il passaggio ulteriore, il poeta trasformato in «commesso viaggiatore», obbligato a produrre presenza mentre il testo rischia di diventare l'accessorio che giustifica l'esposizione. Se l'identità poetica si può costruire, la verifica non può avvenire sulla figura dell'autore. «Dichiarare meno, dimostrare di più», chiede Di Malta: la sovrapproduzione restituisce al testo un compito che la promozione non riesce ad assolvere.
Di Malta vede il poeta
diventare commesso
viaggiatore di sé stesso.
Il testo arriva dopo,
a giustificare l'esposizione.
Tornare al testo non significa tornare a una norma di correttezza. Il cut-up con cui William Burroughs monta La macchina morbida taglia e rimonta la pagina fino a distruggerne la sintassi; il dripping con cui Jackson Pollock dipinge Number 1A, 1948 consegna il quadro alla caduta del colore. L'incidente non viene riscattato dalla forma: è da lì che la forma si inventa, perché lo scarto obbliga a un ordine che nessun progetto aveva previsto. Lo stesso accade alla poesia. Libertà e responsabilità possono attraversarla e darle una potenza enorme senza garantire il risultato estetico. Ciò che contraddice l'idea corrente di armonia diventa poesia quando trova una forma necessaria. È nello stile che l’opera trova insieme la prova della propria esistenza e la misura del proprio valore. Nessuna qualità del poeta può parlare al suo posto.
Il Quaderno aveva scelto di non definire la poesia, e la scelta regge, perché la forma giusta non si lascia fissare in anticipo. Il significato può essere giusto e l'autore sincero. Perché ci sia poesia occorre che tutto questo prenda una forma che nessuna spiegazione sostituisce. Il libro si ferma sulla soglia decisiva: il momento in cui le parole cessano di essere intercambiabili e diventano necessarie.
– Miro Renzaglia
Scheda libro
Titolo: Sulla poesia. Quaderno primo
A cura di: Vito Davoli
Prefazione: Lino Angiuli
Editore: Edizioni Tabula fati
Anno: 2026
Pagine: 114
ISBN: 979-12-5988-429-9
Prezzo: € 10,00
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