PROVE TECNICHE DI ESERCITO EUROPEO. L'ITALIA SI DEFILA

Francia e Regno Unito preparano in Polonia le esercitazioni della Multinational Force–Ukraine, il dispositivo destinato a garantire Kiev dopo una tregua. Fuori dalla NATO e dall’Unione, la coalizione prova una capacità militare europea mentre l’Italia sceglie di non partecipare.

PROVE TECNICHE DI ESERCITO EUROPEO. L'ITALIA SI DEFILA

Kiev, il 24 agosto, Emmanuel Macron ha annunciato esercitazioni congiunte su vasta scala per ottobre e novembre. La sede indicata è la Polonia e il dispositivo da provare ha già un nome: Multinational Force–Ukraine, MNF-U. Le manovre dovranno verificarne la capacità di schierarsi una volta terminati i combattimenti. L'Italia ha comunicato che non vi prenderà parte. Il progetto passa così dalla dichiarazione politica alla preparazione militare: è il punto in cui Roma si ferma.

Saranno provati il trasferimento di uomini e mezzi, la catena di comando e l'organizzazione dei rifornimenti. Francia e Regno Unito costituiranno il nucleo operativo, con Varsavia come centro logistico; la Germania ha confermato la partecipazione. La scelta della Polonia non è simbolica: è il paese che confina con il teatro e attraverso cui passano da anni i rifornimenti diretti in Ucraina. Provare lì lo schieramento significa verificare se una catena costruita per far arrivare aiuti possa sostenere anche il movimento e il mantenimento di un contingente. A luglio Varsavia aveva annunciato per settembre l'arrivo di circa 1.500 militari franco-britannici; il nuovo calendario non chiarisce se si tratti di una fase preparatoria o di uno spostamento delle manovre.

Provare lo schieramento
significa verificare
il movimento e il mantenimento
di un contingente

La forza è in preparazione dal 2025 e ha ricevuto una base politica dalla dichiarazione firmata a gennaio dai governi britannico, francese e ucraino; a luglio è stata dichiarata pronta a operare. Il quartier generale è a Parigi, il comando è passato dalla Francia al generale britannico Tom Bateman, e dopo il dispiegamento verrebbe aperto un comando avanzato nella capitale ucraina. La divisione del lavoro è già scritta nella geografia: decisione politica fra Parigi e Londra, retrovia in Polonia, terminale operativo in Ucraina.

La forza dovrebbe ricostituire e addestrare le unità ucraine, proteggere le infrastrutture e contribuire alla sicurezza dello spazio aereo e delle rotte nel Mar Nero. La dichiarazione di gennaio autorizza i contingenti a usare la forza per difendere il personale e le strutture della missione, e l'attivazione resta subordinata a una cessazione credibile delle ostilità e a una richiesta del governo ucraino. Il dispiegamento avverrebbe lontano dalla linea di contatto. Il perimetro descrive una forza di garanzia: il suo effetto dissuasivo dipende dalla presenza e dal costo politico che un attacco comporterebbe per Mosca; la capacità di fermare una nuova offensiva dipenderebbe da regole d'ingaggio e impegni militari che finora non sono stati definiti.

L'architettura resta esterna alla NATO e alle istituzioni militari dell'Unione europea. La collocazione fuori dall'Unione ha una ragione materiale: le due capacità di cui la missione ha bisogno, un comando di spedizione già rodato e una deterrenza nazionale, appartengono a Parigi e a Londra, e Londra è fuori dall'UE. Ciò che nessuna delle due possiede in misura sufficiente, la sorveglianza satellitare e il trasporto strategico, resta in larga parte americano. Il carattere europeo del dispositivo riguarda dunque la provenienza delle forze e la direzione politica, mentre la cornice giuridica è quella di una coalizione volontaria.

Giorgia Meloni ha partecipato al vertice in videocollegamento e ha confermato il sostegno a Kiev, ma il governo ha escluso sia la presenza italiana nelle esercitazioni sia l'invio futuro di soldati in Ucraina. L'Italia resta nei Volenterosi, continua gli aiuti e prende parte al confronto sulle garanzie di sicurezza. Le esercitazioni, però, sono il momento in cui si fissano le procedure, si assegnano gli incarichi di stato maggiore e si mette alla prova la catena di comando: è lì che il dispositivo prende la forma che avrà. Roma discute la garanzia e lascia ad altri lo strumento chiamato ad applicarla.

Giorgia Meloni ha escluso
sia la presenza italiana
nelle esercitazioni sia l'invio
futuro di soldati in Ucraina.

Fra le questioni ancora aperte una condiziona tutte le altre: che cosa farebbe la forza se la Russia rompesse la tregua. Le regole d'ingaggio oltre l'autodifesa non sono definite, e senza una risposta comune a quell'eventualità la consistenza del contingente, la durata e il finanziamento restano variabili che dipenderanno dagli accordi conclusivi. Un mandato del Consiglio di sicurezza dell'ONU appare impraticabile per il veto russo, il che lascia la missione fondata sulla richiesta ucraina e sull'impegno dei singoli governi. Anche chi parteciperà alle manovre dovrà decidere separatamente il proprio contributo: l'esercitazione verifica una capacità e non impegna nessuno.

Le prove d'autunno misureranno una cosa precisa: se un gruppo di governi europei può muovere, comandare e sostenere forze proprie fuori dalla NATO e fuori dall'Unione, attorno a una crisi che si svolge sul continente. È una delle prime volte in cui l'ipotesi di un esercito europeo viene sottoposta a una verifica materiale attorno a una missione reale e a un possibile teatro di schieramento. Il risultato peserà sugli accordi conclusivi più di qualsiasi dichiarazione di sostegno.

– Severin Azimut