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Se il potere decide con quale metro vuole essere misurato - La fiducia sulla riforma elettorale e le regole del confronto democratico

Con la fiducia sulla riforma elettorale, il governo lega la propria tenuta alle regole con cui verrà conteso il suo stesso potere. Di chi sono, allora, quelle regole?

Se il potere decide con quale metro vuole essere misurato - La fiducia sulla riforma elettorale e le regole del confronto democratico

Il 5 ottobre il governo ha posto la fiducia sui primi tre articoli della riforma elettorale. Ha legato la propria tenuta all’approvazione delle regole con cui verrà conteso anche il potere che oggi esercita. Di chi sono, allora, quelle regole? Quello che tiene insieme gli avversari, per Chantal Mouffe, è un «consenso conflittuale»: riconoscono principi democratici comuni e ne disputano l’interpretazione. Alle regole spetta custodire questo terreno condiviso oltre la durata dei contendenti. Una maggioranza che le tratta come una propria risorsa incentiva i successori a fare altrettanto e rende provvisorie le condizioni del confronto.

La stessa provvisorietà segna l’orizzonte dei partiti. Un’organizzazione che sappia attraversare una sconfitta si costruisce con radicamento sociale ed elaborazione, mantenuti nel tempo. Quando questo patrimonio si indebolisce, a pesare di più sono le cariche e le nomine, oltre all’accesso alle risorse pubbliche. In questo squilibrio fra due investimenti i partiti perdono il futuro: assicurarsi le condizioni della prossima vittoria diventa più urgente che costruire un consenso capace di durare.

Eppure la società continua a esprimere domande e conflitti. La sfiducia stessa, come mostra Pierre Rosanvallon nella Controdemocrazia, produce sorveglianza, impedimento e giudizio sui governanti: «Il cittadino sorvegliante guadagna ciò che il cittadino elettore perde». Se la distanza dai partiti può accompagnarsi a un’intensa attività di controllo, il numero dei votanti coglie soltanto una parte della crisi. Il resto riguarda la capacità di trasformare quella pressione in un indirizzo collettivo e di farla entrare nelle decisioni delle istituzioni.

La debolezza del rapporto
con la società induce a
proteggere le posizioni
istituzionali. La protezione
passa per la legge elettorale.

L’imperativo della prestazione, nella Società della stanchezza di Byung-Chul Han, è un’esigenza interiorizzata: il soggetto pretende da sé un rendimento sempre maggiore. Una simile ricerca di rendimento muove l’algoritmo elettorale quando il risultato da massimizzare è la continuità del gruppo dirigente. Il calcolo può cominciare prima del voto: il testo all’esame della Camera esige almeno 6.000 firme per collegio da chi deve raccoglierle, ma ne lascia 1.500 a chi ha un gruppo o una componente parlamentare, ferme restando le altre esenzioni. Per misurare il vantaggio di chi è già dentro, a quel punto, basta contare. Anche così si cannibalizza il consenso: restringendo la concorrenza per i voti disponibili.

La convenienza di investire sulle procedure cresce quando si restringe ciò che la politica considera oggetto di discussione. Mouffe critica questo restringimento come «post-politico»: il consenso, questa volta, riguarda l’assetto economico dominante e riduce lo spazio delle alternative. I limiti materiali dell’azione esistono, ma la rinuncia a contestarli è un’altra cosa. Modificare una politica fiscale comporta conflitti e costi, e chiede tempi lunghi; lo stesso vale quando si tratta di organizzare interessi sociali o di negoziare impegni sovranazionali. Presentare quelle scelte come necessità permette invece di sottrarle al confronto. Così l’impotenza diventa anche un prodotto politico. Contendibili restano il controllo degli apparati e la distribuzione delle cariche, ed è per questo che la convergenza programmatica può convivere con una lotta feroce per il governo.

La debolezza del rapporto con la società induce a proteggere le posizioni istituzionali. La protezione passa per la legge elettorale, che diventa una protesi dell’impotenza politica: rendendo più oneroso l’ingresso di nuovi concorrenti, attenua proprio la pressione che spingerebbe a ricostruire quel rapporto. Le domande che i partiti esistenti faticano a organizzare incontrano quindi un doppio ostacolo: i canali che dovrebbero rappresentarle sono deboli, e costruire un’alternativa elettorale costa di più.


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