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L’istruzione non entra tutta in una tabella - Note ai margini del decreto scuola 2026

Quanto spazio conserva la formazione del cittadino quando cresce il lavoro necessario a documentare l’attività scolastica? Il decreto n. 170 riapre il rapporto fra amministrazione, apprendimento e autonomia docente.

L’istruzione non entra tutta in una tabella - Note ai margini del decreto scuola 2026

«Rendere conto delle risorse impiegate è doveroso.» Difficile non essere d’accordo. Il decreto-legge n. 170 del 30 settembre 2026 stanzia però cinque milioni di euro per pagare il lavoro straordinario nelle scuole, e li collega all’«incremento delle scadenze e degli adempimenti». Il legislatore riconosce così che rendere conto è diventato un’attività a sé, con scadenze e straordinari propri. A quel punto, chi stabilisce che cosa conta come buon lavoro?

Lo stesso decreto finanzia servizi digitali amministrativi e una piattaforma unificata, destinata tra l’altro alla programmazione e alla valutazione delle istituzioni scolastiche. Il numero degli applicativi adottati dice poco della qualità educativa. Una piattaforma può eliminare duplicazioni e rendere accessibili informazioni disperse, cioè semplificare il lavoro; può anche moltiplicare le richieste, se ogni possibilità di registrazione genera un nuovo obbligo. Quale delle due accadrà? Dal testo del decreto non si ricava.

Che la seconda sia plausibile lo suggerisce Mark Fisher: discutendo l’istruzione britannica, osservava come la promessa di efficienza si accompagnasse alla proliferazione di obiettivi e verifiche, ciascuno con la sua rendicontazione. In Realismo capitalista l’apparente impossibilità di un’alternativa al capitalismo si estende al modo di concepire i servizi pubblici, e la burocratizzazione dell’insegnamento diventa un problema politico. A stabilire che cosa conta, in questo quadro, è l’apparato: l’attività educativa si organizza soprattutto per soddisfare la rappresentazione amministrativa richiesta, e il docente adatta il proprio lavoro alla forma con cui sarà esaminato.

L‘insegnante
dovrà
rendere conto.
A stabilire
cosa conta
sarà l’apparato.

Byung-Chul Han, nel saggio La società della stanchezza, descrive un soggetto che interiorizza l’obbligo di riuscire e tratta sé stesso come un’impresa da migliorare continuamente. La prestazione misurabile diventa il criterio in base al quale riconosce il proprio valore. Dove contano soltanto i risultati registrabili, l’insegnante è spinto a scegliere le attività più facilmente certificabili, lo studente a cercare la risposta premiata. La richiesta esterna può diventare un metro che ciascuno applica spontaneamente a sé. Lo studio rischia così di ridursi alla ripetizione di formule, lasciando in secondo piano la comprensione delle ragioni che le sostengono.

Contro questo soggetto ci viene naturale invocare la tradizione della Bildung, sviluppata da Wilhelm von Humboldt alla fine del Settecento, per la quale la formazione è il rapporto attraverso cui l’individuo amplia le proprie facoltà incontrando il mondo. Il guaio è che anche il soggetto di Han amplia sé stesso, e lo fa di continuo: l’individuo che si forma e l’impresa che si migliora si somigliano più di quanto converrebbe. A separarli è ciò che ognuno dei due fa dell’errore e dell’imprevisto. Chi riconosce il proprio valore nella prestazione misurabile non può concedersi né l’uno né l’altro. Nella Bildung il sapere modifica chi lo acquisisce: gli permette di capire le ragioni altrui e di rivedere le sue convinzioni. Questa autonomia del giudizio richiede conoscenze solide e un esercizio che include tentativi falliti. Un problema impostato male e poi ricostruito, un’interpretazione corretta dopo una discussione fanno parte dell’apprendimento, e allo stesso titolo ne fa parte la domanda imprevista. Una rilevazione del risultato finale può lasciarne fuori il percorso.

Altri fondi del decreto vanno all’orientamento, all’inclusione, al contrasto alla dispersione e alla fornitura gratuita o parziale dei libri di testo. Per questi stanziamenti la questione economica riguarda l’impiego delle risorse e la durata degli effetti educativi. Più in generale, decidere che cosa finanziare significa stabilire, almeno in parte, quali finalità debba perseguire l’istruzione e quanto debbano pesare le esigenze produttive. Il rapporto con il lavoro appartiene alla formazione, soprattutto tecnica e professionale. Se però è la domanda immediata delle imprese a decidere l’intero orizzonte del sapere, quel rapporto diventa riduttivo: il criterio lo fissano i bisogni del momento. Un insegnamento capace di durare deve permettere di comprendere trasformazioni che nessuna mansione presente esaurisce, e con esse i diritti e i conflitti che mettono in gioco.

L’apparente impossibilità
di un’alternativa al
capitalismo si estende
al modo di concepire
la scuola al servizio
della richiesta
di forza lavoro.

Sull’inclusione il decreto fissa un tetto del 30% per alcune categorie di alunni con cittadinanza non italiana e interviene sulla lingua: fondi per l’italiano degli studenti, corsi gratuiti per i genitori le cui persistenti barriere linguistiche ostacolano il percorso educativo, con una sanzione per chi, dopo una diffida, continua a non frequentarli senza giustificazione. La sanzione presuppone corsi realmente disponibili e frequentabili. Anche la valutazione deve confrontarsi con le condizioni di partenza. Riconoscere l’impegno richiede di distinguere il risultato raggiunto dal valore complessivo della persona. Due studenti possono affrontare la stessa prova con tempi e sostegni molto diversi, e uno dei due in una lingua che non è ancora la sua. L’uguaglianza delle condizioni chiede interventi capaci di ridurre questi divari, insieme a criteri trasparenti di valutazione. La procedura uniforme che impedisce di vedere le differenze che incidono sull’apprendimento produce omologazione. Una politica inclusiva si giudica da chi riesce a partecipare e a progredire.

L’articolo 33 della Costituzione afferma che «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». La libertà d’insegnamento ha bisogno di condizioni materiali: prima di tutto il tempo per preparare le lezioni, poi sostegni adeguati e la possibilità di scegliere percorsi e motivare le valutazioni. Il decreto scuola 2026 si misura qui, sul tempo che restituisce o sottrae a un lavoro di cui registri e rendicontazioni possono offrire soltanto una testimonianza parziale. Nell’aula deve trovare posto il conflitto fra interpretazioni, esercitato attraverso conoscenze e argomenti sottoposti alla discussione. È lì che uno studente può imparare a mettere alla prova un’autorità, compresa quella dell’insegnante, ed entrare a sua volta fra quanti stabiliscono che cosa conta come buon lavoro.


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