Scoppiava finalmente la rivolta? - Proteste studentesche in Francia
Le proteste francesi aprono una riflessione sul sistema scolastico punitivo: il voto e la risposta già prevista trasformano l’errore in un verdetto per chi apprende.
In un liceo di Créteil, verso la fine di settembre, le cattedre vuote erano già parecchie. Gli studenti hanno completato l’opera bloccando l’ingresso a tutti, polizia compresa. Da lì la protesta contro classi stipate e scuole cadenti si è allargata ad altre città francesi, fino agli incendi e alla devastazione degli istituti. Tuttavia, spiegare quanto sta accadendo con le carenze strutturali del sistema scolastico (francese in questo caso, ma riconoscibile pressoché ovunque) sarebbe riduttivo. Ciò che accade, violenza a parte, e che gli stessi rivoltosi se ne rendano conto o no, è una messa in discussione radicale del rito quotidiano dell’obbedienza.
Davanti ai disordini, ovvio, la reazione di comodo è pronta: ci vorrebbe più severità. Chi chiede più severità vuole, immagino, ragazzi più preparati e fedeli al sacro dovere dell’ordine e della disciplina, in funzione del voto che premia o punisce. Un dovere che la scuola non si cura nemmeno di dissimulare – visto che si proclama «dell’obbligo» – e che, come ogni obbligo, può produrre, quasi per automatismo, paura e ostilità in chi lo subisce. Un ordine che lo studente zelante osserva dando ogni volta la risposta che l’istituzione ha già prescritto come esatta. L’altro, quello che non sa o non vuole darla, è – come si diceva una volta – rimandato a settembre. Finché arriva un settembre in cui i voti cominciano a darli loro: gli studenti poco ligi.
La scuola
dell’obbligo
reca in sé
il seme della
disobbedienza.
Oltre al voto, altre tecniche di addomesticamento, silenziose e per questo più insidiose, fabbricano, per dirla con Michel Foucault, «corpi docili». L’orario, per esempio, non è soltanto una cornice dello studio: inserito in un sistema di esercizi, verifiche e giudizi, organizza i corpi e insegna a ciascuno quale posto occupare e quale lingua parlare per essere promosso allo status di cittadino adulto e responsabile.
Sul registro il cogito si declina così: sbaglio, dunque sono un quattro. Quel numero si incolla addosso e diventa identità: l’errore, che era un passaggio, si fa verdetto.
In una scuola così la lezione funziona per consegne: il docente distribuisce nozioni che lo studente restituirà alla verifica. Chi insegna non sta meglio. Con classi troppo numerose e valutazioni da compilare, il rapporto educativo si restringe fra due scadenze: quella del professore, finire il programma, e quella dello studente, dimostrare di averlo assorbito. Le aule stipate e i muri che cedono stringono la morsa; non l’hanno inventata. A Créteil hanno cominciato a bocciare il rito che li precede.