Dillortan - Nota critica al romanzo di Clambagio
Nel Dillortan di Clambagio, l’oppressione di una minoranza accende la rivolta. Gabriella Cinti legge nel romanzo le ambiguità della violenza e la possibilità di una convivenza civile.
Ambientato in Alto Adige e specificamente in un’area territoriale chiamata Dillortan (anagramma del Land Tirol), questo romanzo non solo rievoca un periodo drammatico e di rilievo nodale nelle vicende del nostro Paese, ma attribuisce agli eventi degli anni ’60 un valore paradigmatico per comprendere la necessità imprescindibile di un'equilibrata convivenza civile tra diversi gruppi etnici: un monito particolarmente prezioso in un’epoca, quella contemporanea, che vede l’intolleranza crescere a dismisura a tutti i livelli, giungendo a porsi come una delle vere grandi piaghe delle società cosiddette civili.
Le tematiche presenti nel romanzo rinviano allo spinoso problema delle minoranze europee, politiche, etniche e linguistiche che costellano l’Europa intera ma che in realtà riguarda anche molte zone extraeuropee. Per le criticità relative ai rapporti di molte di esse con il potere centrale infatti, ancora oggi non si è giunti a una soluzione pacifica e democratica. Perché l’autorità dominante di uno stato spesso spadroneggia e viola le principali garanzie politiche e sociali dei cittadini di uno Stato.
Tutta la storia degli imperialismi a livello planetario è costellata di vessazioni politiche, sociali e umanitarie ai danni dei più deboli, perché la macchina del potere sembra usare i soprusi come principale linea di condotta.
La costante tensione di Clambagio (pseudonimo felicemente anagrammato del suo nome) verso la giustizia, che ha attraversato carsicamente molti suoi romanzi precedenti, come sfondo etico imprescindibile, associata alla sua spiccata sensibilità verso l’oltraggio dei diritti individuali e collettivi, assumono in questo libro proporzioni epiche e davvero toccanti.
Le questioni trattate affondano le radici nella antichità storica anche remota che Clambagio dà prova di conoscere compiutamente, muovendosi con agilità e precisione tra numerose sentenze latine, il che sortisce l’effetto di una dilatazione della prospettiva temporale, amplificando gli eventi e mostrandoci come la storia riproduca ciclicamente i famosi “corsi e ricorsi” vichiani, con un sotteso invito ad affrontare il presente con maggiore consapevolezza del passato e delle lezioni che ci ha fornito.
La posizione dei dillortani nei confronti dell’autorità nazionale denominata “Esperia” (Esperia infatti nome dell’Italia con allusione alla sua collocazione geografica occidentale), infatti esprimeva un concetto di grandissima importanza che la lunga storia italiana non ha posto in adeguata evidenza se non durante le guerre risorgimentali, cioè un concetto di patria estesamente inclusivo di valori anche linguistici che un piccolo popolo coeso aveva invece potuto salvaguardare. La loro capacità di custodire la lingua tedesca per fedeltà storica e il ladino come dialetto familiare e continuità di memoria, li ha reso unici e ricchi di un singolare patrimonio. Pensando all’Italia, la frammentazione linguistica nelle derive dei dialetti è forse responsabile di un minor senso di appartenenza a differenza di quello che legava i dillortani alla “Tieradloma”, quell’unità etnica, antropologica e linguistica che sola costituisce una vera bandiera: il termine che usa Clambagio potrebbe riferirsi a quella idea espansa che si cela nella parola tedesca “Heimat”, così carica di risonanze affettive e di profondo radicamento a una idea allargata e stratificata di “nazione”.
La macchina
del potere
sembra usare
i soprusi
come principale
linea di condotta.
Quindi le vicende delle minoranze vajubare (tedesche) e retiche (ladine) diventano un modello di vastissimo respiro alla cui luce interpretare i rapporti complessi - e su cui è doveroso insistere - tra i gruppi minoritari e il potere centrale, verso cui il governo esperiano, cioè italiano, esprimeva una sorta di inconscia soggezione per i valori culturali da essi rappresentati: sapienza amministrativa, brillanti capacità economiche unite quello spirito costruttivo e dinamico che proveniva loro da un impero (austriaco) antico e solido; non da ultimo e anzi ai primi posti, quel rispetto convinto delle tradizioni e l’adesione costante a un solidissimo retaggio linguistico.
In termini di psicologia del potere, le spropositate reazioni del governo di Beru (Roma) descritte nel romanzo, nascondono una sorta di “invidia”, un segreto timore di fronte a una minoranza così efficiente e forte, che non si lascia mai intimidire. La politica governativa quindi accentuerà, nel corso del romanzo, gli aspetti repressivi, aggressivi e prevaricanti, rifiutando stoltamente la strada della coabitazione pacifica e concessiva delle autonomie che era stata sancita da un accordo storico del secondo dopoguerra, qui ribattezzato “Trattato di Lowonida”. Clambagio conduce il lettore per mano come un abile regista che dirige gli eventi filmici ma si appiattisce sullo sfondo perché le azioni parlino per lui.
Così prende corpo e si aggrava vieppiù una miope politica, negativamente esemplare, del tutto dimentica delle condizioni delle minoranze italiane trasferitesi in altri paesi dove giunsero a compromessi non sempre felici con i poteri locali ma non di meno molto spesso si fecero onore, con fatica e coraggio.
La questione del diverso, delle componenti minoritarie e di una politica equa nei loro confronti è quanto mai attuale non solo per i connotati regionalistici specifici ma come metro di misura di un atteggiamento politico e umano verso gruppi etnici con cui si trova a convivere.
La violenza che dilaga nel mondo contemporaneo e anche nel nostro paese ha una stratificazione sociologica e storica e ogni forma di emarginazione si ritorce come un boomerang alimentando manifestazioni di rivolta, di rabbia, di vendetta, di cui le cronache odierne abbondano. Così si sviluppa un’escalation ampliata sul piano sociale anche a fasce d’età sempre più giovani mentre sul piano politico internazionale assistiamo in modo crescente a una contagiosa e militaresca pratica di governo in diversi stati del mondo.
La posizione verso l’“altro” è un grande tema antropologico prima ancora che sociale e politico e così Clambagio mette in scena le diverse strategie “altruiste” che alcuni personaggi-chiave incarnano: la moderazione, la tolleranza, la coesistenza ordinata, in Nemos Mognaga, alter ego del Ministro Silvius Magnago, “padre dell’autonomia altoatesina” a partire dagli anni ’60 e sagace negoziatore politico.
Così come intravediamo in Virgilio Romur, il ministro Mariano Rumor - persino nelle fattezze fisiche - che dominò la scena politica italiana negli anni 60. Due protagonisti in cerca entrambe di soluzioni diplomatiche che la piega degli eventi rendeva davvero difficilissimo se non utopistico adottare.
E non è certo casuale riconoscere in svariati altri quell’utilizzo spregiudicato della tensione per esercitare un potere punitivo e prevaricatore (Nibeto Nissimulo, simbolo anagrammato di un discronico Benito Mussolini), il ministro Bromanti (dietro cui si nasconde il ministro Tambroni, rappresentante di una destra repressiva) o il generale Stiviero, fautori tutti del “pugno di ferro” e di una linea politica discriminatoria.
La cancellazione
culturale colpisce
il fulcro della
dignità e
dell’identità
di una persona.
Ma se la violenza chiama, la violenza risponde e, anche nel versante dillortano, le più sacrosante rivendicazioni tendono nel corso delle vicende a evolversi in quella linea dura che diversi dillortani seguiranno, in forma a volte squadristica e sovversiva: tale ala del PPD, (Partit Populer Dillortan) è individuabile nel corpo specializzato dei fucilieri, nel romanzo denominato degli enrosadiri, come nel personaggio di Laschadura, quando non nell’eminenza grigia di quel Dominus che rimane enigmatico per tutto il romanzo.
In realtà questa figura è alonata dal mistero, come lo è lo sviluppo terroristico preso dagli avvenimenti a partire dalla distruzione dell’emblematico “Monumento alla Conquista” che scatena una spirale crescente che va oltre le intenzioni degli enrosadiri e pare piuttosto pilotata da gruppi estremisti all’interno del governo esperiano: con il risultato da “eterogenesi dei fini” (definizione filosofica hegeliana citata dallo stesso Clambagio) di una squalifica delle frange nazionaliste e bellicose che avrebbero voluto schiacciare il Dillortan. In realtà la storia fa i conti con un passato mai liquidato, come peraltro con la non risolta questione della “vittoria mutilata” e il quadro descritto sembra spostare il clima di politica aggressiva, roboante, ideologica e nazionalistica del fascismo sui governi post bellici degli anni 50-60 (con alcuni schieramenti doppiogiochisti) come se l’Italia non avesse allora veramente voltato pagina.
Infatti le frazioni scioviniste annidate dentro il potere nazionale davano l’impressione di guidare una politica afflitta da una sorta di psicoanalitica “invidia” - nel senso etimologico del termine, di “invidere alicui”, “sottrarre a qualcuno per rivalità”, come abbiamo già sottolineato in precedenza; per quanto paradossale, pareva che la politica di “esperizzazione”, di una nazionalizzazione a suon di espropri, di provvedimenti illegali e iniquamente liquidatori da parte dei dirigenti esperiani, nascesse proprio da questo coacervo ambiguo e contraddittorio. Clambagio mette bene in evidenza come, alle vessazioni politiche ed economiche seguisse, di pari passo quell’orientamento - altrettanto grave - verso la cancellazione culturale che è il primo tratto di una vile politica di sterminio, se le peculiarità culturali sono il fulcro del senso di dignità e di identità di un uomo. Le pagine che denunciano specificamente queste azioni così scellerate, vibrano di una solennità drammatica quanto commovente. Infatti le correnti “vittoriane” dall’ala più massimalista mostravano in pieno il lato crudele del potere centrale, quello che avrebbe condotto all’epurazione linguistica radicale, addirittura fino alla rimozione del nome patriottico, sostituito da una generica, solo geografica “provincia alpiretica”: quindi una violenza antropologica, degna dei peggiori totalitarismi, nel realizzare una dinamica sociale progressivamente sempre più concentrazionaria, tale da far legittimamente sorgere una sindrome da assedio. Tra gli episodi particolarmente odiosi, in un parossismo di intensificazione repressiva, Clambagio ci riporta, ad esempio, nei commenti toccanti e interdetti del popolo, quel primo processo contro i giovani dillortani accusati e condannati, trascinati in Tribunale, con ferocia sproporzionata, in pesanti catene (che oggi ci ricordano le detenzioni di nostri connazionali in stati dai regimi non democratici se non dittatoriali)
In realtà la deriva autoritaria continuò con i conseguenti complotti per sovvertire l’ordine democratico che hanno segnato la strategia della tensione negli ultimi decenni del 900 in Italia e che vediamo svolgersi come sottofondo (e sottobosco) negli scenari criptogovernativi. Si assiste a una riproposizione - su scala nazionale - di quell’incapacità di trovare una soluzione armonica e civile dei contrasti, di lavorare cioè per il “bene comune”, quella “cosa pubblica” che dovrebbe essere la vera sostanza della politica.
Vittoriani ed enrosadiri sembrerebbero appartenere, pur nella polarità del tutto oppositiva, alla stessa razza, ma nel corso del romanzo comprendiamo come la strategia dei secondi è piuttosto quella di una reazione di disperata e legittima estrema difesa. Il messaggio è talmente emblematico che ci pare rappresentare una difesa integrale dei valori essenziali di una società, da non perdere mai di vista, perché costituiscono i caposaldi del vivere civile e forse della vita associata tout court.
Non dobbiamo tuttavia pensare che l’autore ricalchi fedelmente il cammino storico e cronologico degli eventi ma di frequente ci presenta scenari ucronici e discronici nella collocazione temporale di eventi e personaggi, come il Ministro dell’Industria Nissimulo dietro cui si malcela la figura di Mussolini, come si è detto, appena velata dalle metatesi anagrammistiche nel suo nome, o nella delocazione geosemantica del nome del presidente Casertano, dietro cui scorgiamo con evidenza il presidente Napolitano. Clambagio, quindi pescando con abilità dalla storia ed estraendone avvenimenti reali, li rimescola con brillante disinvoltura con altri inventati, altera le cronologie e intenzionalmente maschera la fisionomia di alcuni soggetti di rilievo.
Ma se
la violenza
chiama,
la violenza
risponde.
L’autore, da valente conoscitore della storia antica, specialmente romana - a cui in più occasioni si riferisce rievocando circostanze di quel passato paragonabili alla situazione in corso - rivela una posizione a volte manzoniana, di rimprovero più o meno aspro o satirico alle azioni irresponsabili degli uomini di potere: gesti deleteri perché attestano come la classe dirigente politica non sappia trarre proficue lezioni dalla “historia” che dovrebbe essere “magistra” di vita.
In sé questo atteggiamento è più che mai valido, nella nostra storia contemporanea, in cui il potere ancora e spesso degenera in strapotere e la violenza, non solo politica e sociale, come si è detto, dilaga.
Ma vi è di più. L’autore non cessa di additare i mali della politica nazionale nel clientelismo, negli spostamenti di comodo da uno schieramento all’altro, con esiti di grande discredito politico ma che testimoniano la triste eredità del “trasformismo parlamentare” di Depretis.
Nella sede centrale del potere, questo “funambolismo politico” come argutamente lo definisce Clambagio, non può che compromettere la credibilità di un governo, forse persino la sua dignità.
L’autore infatti è uomo sostanzialmente di diritto, che esprime sempre grande rispetto per i personaggi che provengono da studi legislativi e che hanno trasferito le loro conoscenze in una condotta politica e umana all’insegna dell’integrità. Allo stesso modo, manifesta apertamente il suo apprezzamento per le persone di notevole levatura culturale, sostenendo come una ricca formazione possa diventare una straordinaria risorsa antropologica di comprensione delle cose del mondo e di sapienza utilizzabile su molti piani.
Clambagio non manca di esternare - come anche in altri suoi romanzi - le sue riserve, dall’influsso segretamente machiavellico, sul riflesso che gli eventi hanno sulle maggioranze - facilmente influenzabili - e sulle masse.
Una peculiarità del romanzo è di incarnare queste prospettive in personaggi che anche fisiognomicamente mostrano delle caratteristiche specifiche, per lo più in negativo, in nome di una coerenza psicofisica che l’uomo sembra portare con sé. Le pennellate sugli aspetti fisici dei personaggi, pur nella rapidità dei tratti raffigurati, sono degne del miglior Balzac, con una dinamicità descrittiva che è una delle costanti della scrittura di Clambagio: una scrittura atletica e filmica in grado di rendere il crescendo degli scontri mantenendo alta quella suspence che letteralmente inchioda il lettore alla pagina scritta, con il fiato sospeso.
La crescita della tensione politica infatti si misura anche dai registri linguistici tutt’altro che sobri che volgono, anche nel caso degli esperiani, verso il turpiloquio come per reazione mimica, tra gli oltranzisti dillortani. Questo parallelismo è un segnale che sottilmente l’autore ci indica, di come una posizione politica violenta comporti anche il degrado della compostezza espressiva, la perdita della lucidità di analisi, particolarmente deleteria anche perché incompatibile con le loro altolocate cariche e il rilievo sociale che rappresentano.
L’autore mette bene in luce come nella componente nazionalista difetti il senso costruttivo del confronto politico leale, della dialettica diplomatica.
Questo contrasta con livelli espositivi ben diversi con cui personaggi popolari entrano in scena e si esprimono, specialmente al femminile, con modalità opposte, improntate al garbo, alla misura e al buon senso, alla conciliazione. Infatti le figure della giovane dillortana Weibi e di sua nonna Thres, sono portatrici di quella visione di pacifica convivenza dei rapporti etnici e il fidanzamento della ragazza con l’esperiano Gino (novelli Giulietta e Romeo) diverrà un banco di prova di come i conflitti tra i due schieramenti possano trovare una soluzione di serena e duratura integrazione. Fa quindi capolino alle loro spalle l’emblematico scontro shakespeariano tra Montecchi e Capuleti, simbolo della capacità dei dissidi sociali e politici di incunearsi nelle vite individuali e di ostacolare anche i destini affettivi dei giovani. In realtà, in questa vicenda, vi è sottesa l’esaltazione del grande valore dell’amore, unico sentimento di profonda aggregazione e in grado di superare empaticamente i conflitti, quando diventa costruzione armonica di una società di fiducia e di cura reciproca. Una soluzione umana e affettiva che sarebbe auspicabile essere estesa sul piano politico, così spesso polemico e litigioso. E ancora risalta quell’atteggiamento di cooperazione, di composizione dei contrasti che sembra essere una delle caratteristiche femminili cui, in tempi storici, non si è mai data adeguata importanza,
Al fondo del libro e forse anche della visione del mondo dell’autore, risalta una vera ontologia democratica e umanitaria che anima la sua scrittura, un habitus critico che lo induce a stigmatizzare i falsi e gli oppressori, schierandosi sostanzialmente dalla parte di chi sostiene una giusta causa e non fa ricorso ad atti di forza se non costretto ma mai nella stessa misura degli aggressori “istituzionali”.
Violenza sempre condannata ovunque alberghi, nelle tendenze autoritarie e nazionalistiche dei “vittoriani”- l’ala di destra del potere esperiano, - o nell’indirizzo più ribelle e oltranzista dei dillortani, cioè il corpo dei fucilieri tra gli enrosadiri.
E che la prepotenza sia contagiosa, ne dà prova l’accentuarsi delle attività terroristiche in un drammatico “gioco” al rialzo in cui l’apparato repressivo nazionale rivelava così il suo volto peggiore e tirannico.
Ma sembra farsi strada, vedendo come dall’alto il teatro di questa situazione, una ipotesi - del tutto velata e non espressa - di un progetto a monte di più ampia portata e cioè che la destabilizzazione verificatasi a Dillortan avesse alle spalle un disegno teso a minare la fiducia in un regime non in grado di tutelare i diritti e garantire giustizia e libera coesistenza e che quindi avrebbe potuto essere esautorato proprio dall’interno di organismi politici della nazione stessa.
La violenza in Alto Adige negli anni '60 non sarebbe stata solo un dissidio dagli aspetti etnico-separatisti, ma si collocherebbe anche in uno scenario torbido in cui alcuni settori dello Stato (in particolare i vittoriani che possedevano diversi loro rappresentanti in strutture governative cruciali) avrebbero cavalcato e addirittura promosso i vari attentati con il progetto di sovvertire il governo, utilizzando le tattiche dinamitarde come provocazioni, all’insegna di una crescente “strategia della tensione” che sarebbe continuata su territorio italiano anche nel decennio successivo.
Weibi e Gino
mettono alla
prova la
possibilità
di una serena
e duratura
integrazione.
Su questa strada peraltro ci pone il romanzo stesso con vari indizi, perché Dillortan ha sempre manifestato un’anima e un ethos leali e non violenti, proprio perché i loro abitanti si erano sempre sentiti vittime di un sopruso politico e quindi in generale esprimevano distanza da un agire coercitivo, pur nella loro accesa recriminazione dei diritti infranti. Anzi Clambagio riesce davvero a farceli vedere come doppiamente vittime, della politica governativa nazionale da un lato - non fedele ai trattati post-bellici - e dall’altro delle frange complottiste di estrema destra.
La personalità della scrittura di Clambagio si rivela anche nell’originale mescolanza dei piani narrativi diversi per cui nella pagina convivono la dinamicità del dialogo e dell’azione in diretta, alternata e trapuntata di brillanti “didascalie” che, in pochi rapidi ed efficacissimi tratti, dipingono le sottili evoluzioni psicologiche dei comportamenti dei personaggi, specie quelli investiti di un certo potere. L’autore ci pone davanti al doppio livello dei protagonisti, nelle loro espressioni dirette e nell’esplicitazione delle riflessioni in corsivo, cosicché il lettore possa comprendere il variegato sviluppo degli atteggiamenti e gli intimi pensieri dei soggetti. Questi infatti vengono ritratti con una sorta di lente microscopica che focalizza dettagli illuminanti sia sul piano dell’azione sia delle personalità descritte.
Non per inciso paia necessario ribadire più volte come le figure femminili nel libro rivestano un ruolo decisamente positivo e armonizzante.
Vicenda paradigmatica dunque quella del romanzo, che reca un sottotitolo dichiarativo, una massima condensata che si pone come traccia ermeneutica per comprendere il messaggio etico sia pur provocatorio dell’autore. Infatti i nodi e gli snodi delle vicissitudini storiche narrate, individuali e collettive, portano a cogliere un nucleo di verità paradossale quanto inconfutabile. Le doppie violenze perpetrate ai danni del popolo di Dillortan sono state in realtà lo strumento di un’autentica e rivoluzionaria catarsi, innescata da reazioni a loro volta aggressive ai soprusi subiti e la storia sembra prendere gusto a mischiare le carte.
Attraverso una strategia di grande grinta e destrezza, il popolo-vittima rialza infine la testa e volge gli esiti verso i propri nobili fini che ne hanno giustificato i modi.
Ma senza dimenticare l’aiuto decisivo svolto dal femminile e dal più inclusivo dei sentimenti, l’amore.
Clambagio è scrittore amante dei colpi di scena che trascinano il lettore in elettrizzanti stati d’animo di suspence e di tensioni, proprio come un giocatore di scacchi che in lucida preveggenza sia in grado di ribaltare con una sola fulminea mossa l’altrui gioco. È uno scrittore che ci ha “educato” a cimentarci con mondi che ne aprono altri come matrioske, a vedere le ombre anche in piena luce, a muoverci nei processi psichici individuali e collettivi con raffinate tecniche analitiche. E il romanzo, passo dopo passo, ci conduce a uno scioglimento conclusivo sicuramente liberatorio ma che contiene quell’alone di mistero, che non viene rischiarato neppure in finale ma risponde interamente a quell’idea tutta greca della verità, “aletheia” appunto, “il portare alla luce ciò che è nascosto”, mantenendo tuttavia al contempo un impercettibile velo. Per renderci partecipi di quel chiaroscuro che è la vita politica e psichica, intricata e coinvolgente in quel teatro-storia che, con la sapiente regia di Clambagio, Dillortan ha messo in scena per noi, eredi di un passato di cui avere consapevolezza e testimoni per il futuro del valore supremo dell’armonia sociale ed umana.
Scheda libro
Titolo: Dillortan. A volte la violenza paga?
Autore: Clambagio
Pubblicazione: Independent publishing.
Anno: 2026
Pag: 244
ISBN: 979-8254434016.
Prezzo: 4,99
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