Le radici sacre del femminile - Per una più ampia storia della coscienza
Dalle figure della Grande Dea ai simboli dell’acqua, Gabriella Cinti esplora le tracce del sacro femminile e le testimonianze di società matrilineari in diverse regioni del mondo.
Capitolo 4
La Grande Dea e le culture matriarcali
Sembrerebbero essere prove dell’emergere di un nuovo culto religioso incentrato sulla Grande Dea Madre che si sarebbe rispecchiato nello sviluppo di un sistema sociale matriarcale, per un certo periodo coesistente con quello dei predecessori cacciatori-raccoglitori.
Ci piace sottoscrivere come una sorta di manifesto, il sottotitolo del già citato importante studio sulla preistoria (Le donne invisibili della preistoria, Venezia, 2018) di Judy Foster che recita così: Tre milioni di anni di pace. Ventimila anni di guerra. Seguendo le tracce della archeologa lituana Marija Gimbutas che si è occupata del culto della Dea nella Antica Europa per molti millenni, l’autrice converge sui profondi significati simbolici che emergono dalle sculture di divinità femminili paleolitiche e neolitiche, che vanno ben oltre la fertilità e la maternità per assurgere a principio della vita, alle energie totali e multiformi della terra. Da lei come da molte altre studiose, ne emerge un quadro di ricostruzione di una società anticamente matrilineare ed egualitaria, in cui praticamente non troviamo tracce di violenza, di bellicosità e di guerra, fino a quella rottura netta di cui si parlava sopra, attuatasi nel Neolitico e precisamente a partire dal sesto millennio BP.
Associati al culto femminile registriamo una serie di segni pressoché universali quali lo zig-zag come simbolo dell’acqua (il più antico motivo simbolico documentato a partire da 40.000 anni) che si alterna al segno M. L’archeologa lituana M. Gimbutas cosi dice a proposito dei primi esemplari fittili di umani/uccello acquatici: “Spesso raffigura la testa di un uccello e la figura rappresenta il primo ibrido acquatico marcato con un simbolo dell’acqua, una forza generativa. Lo zig zag si alterna con il segno m, uno zig zag più abbreviato. Nell’Europa antica ai tempi magdaleniani e oltre, zig zag e M furono incisi o dipinti in forme uterine e lenticolari (vulva), alludendo alla affinità simbolica tra zig-zag, umidità femminile e liquido amniotico”.
Una società anticamente
matrilineare ed egualitaria,
in cui praticamente
non troviamo tracce di violenza,
di bellicosità e di guerra.
Questa simbologia è molto diffusa nei vasi della Europa antica e nelle ceramiche neolitiche del Vicino Oriente fino all’Egitto in cui il geroglifico egiziano muraffigurato come una m più aperta e schiacciata, indica appunto acqua; tale segno passa in qualche modo nella lettera greca antica μ, m.
Non è mio intento, per economia di trattazione, affrontare le icone mitiche delle dee nell’arte e nei sistemi mitologici mesopotamici, egeo-anatolici e greci, come di altre figure analoghe rinvenibili a livello planetario già dal settimo millennio BP, come, solo per fare un esempio delle dee africane, la dea Neith, Tanit che appare come “Grande Madre”, ritratta come avvoltoio bianco, ma anche associata ad Hator una dea della fertilità già in epoca predinastica: una immagine di nutrice e distruttrice al contempo, espressasi con una serie di attributi simbolici diversi ma di grande vitalità (Foster). L’aspetto interessante è che tali simboli, come peraltro anche nell’area anatolica, nei tessuti lavorati dalle donne, permangono fino all’epoca contemporanea nei manufatti prodotti dal femminile, dalla ceramica alle stoffe. Significativo inoltre che in questo continente si registrino retaggi di civiltà matrilineari e matrifocali come i Cabili, una sotto etnia berbera del nord Africa, gli Ashanti del Ghana, i Bantu dell’Africa centrale e il popolo Tonga dello Zimbabwe. In realtà, non vi è area geografica che non presenti tracce di divinità femminili dal Neolitico in poi.
Un aspetto che mi pare di grandissimo rilievo si registra in Cina, ad attestare un ruolo del femminile di grandissima importanza e di simbolica originalità e cioè il sistema di scrittura segreta delle donne detta nü shu nell’Hunan sud occidentale, usata per oltre mille anni e forse già in uso dal Paleolitico, caratterizzata peraltro da una particolare grazia ed eleganza dei caratteri rispetto a quelli cinesi più tozzi e grossolani. Questo strumento, dopo la riforma confuciana, restò come dispositivo di comunicazione al femminile ma anche tout court dato che questa dottrina declassava le donne disprezzandole e solo quelle chiuse nei conventi potevano avere accesso alla scrittura (Foster ).
Le culture società matriarcali o matrilineari
Ricognizione mondiale
Per quanto riguarda le società matriarcali o matrilineari antiche - o i residui che ne sopravvivono attualmente nel mondo - si può sicuramente convergere sul fatto che presentano una serie di caratteristiche comuni impressionanti perché praticamente ubique nei tre continenti extraeuropei, come ci dimostra il prezioso e imponente studio dell’antropologa tedesca Heide Goettner-Abendroth. Un contatto così ampio ed espanso con le civiltà indigene matriarcali mi ha aiutato a comprendere che il patriarcato non è poi quella norma universale che sembra avere sempre regnato nella terra in epoche storiche.
E il dato che tante organizzazioni indigene al femminile abbiano resistito per secoli se non per millenni alla pressione continua di invasioni patriarcali - da occidente a oriente - contro varie civiltà matriarcali a tutte le latitudini, tese a annullare la loro identità specifica, mi pare un elemento di estrema rilevanza, grazie a quella capacità di duttilità, di resilienza e di etica altruistica proprie del femminile.
Nella maggior parte
delle lingue del mondo
le stesse sillabe, radici
e parole-radici indicano
direttamente il femminile.
Solo per nominarne alcune, ricordiamo le culture matriarcali Khasi, India Nord orientale, Nayar nel Kerala dell’India subcontinentale, in America centrale, in Colombia, il popolo Cuna, i Newar nella valle di Katmandu nel Nepal, gli Ainudell’isola di Hokkaido nel nord Giappone. In Sud America gli Araucani, gli Irochesie gli Hopi nel Nord America., il popolo Tuareg e gli Ashanti nel Nord Africa, i Bantue le donne Bemba dell’Africa Centrale.
Un’altra riflessione di notevole peso su quanto stiamo affermando e cioè la centralità del femminile nella vita umana, viene dal fatto che «nella maggior parte delle lingue del mondo le stesse sillabe, radici e parole-radici indicano direttamente il femminile» (Goettner-Abendroth).
Caratteristiche specifiche
Senza poter entrare nei dettagli delle numerose collettività matriarcali e matrilineari nei vari continenti, ci limiteremo a mettere in luce le caratteristiche più distintive di tali società, da cui si evincerà con evidenza un concetto sul quale ci pare importante insistere, cioè come il modello di cultura femminile non sia speculare a quello patriarcale in cui l’esercizio del potere si connota per comportare privilegi e denaro. Le forme associative variano dai clan fino ai regni matriarcali; questi ultimi però non sono società di dominio, bensì di parentela e sostanzialmente società sacre; il loro sviluppo, infine, avviene tramite alleanze di matrimonio e relazioni commerciali, quindi sono fondamentalmente diversi dagli imperi, o stati patriarcali, che nascono a seguito di una guerra o di una conquista (Goettner-Abendroth)..
Sono società egualitarie e agricole basate sul consenso tra i membri del clan, e l’autorità centrale è la madre del clan. La caratteristica principale è la tolleranza. Il clan è matrilineare e vale il diritto di ultimogenitura, anche matrilocale, il che rafforza la posizione della donna sui figli e i nipoti destinati a vivere nel clan femminile. Il ruolo delle donne anziane è di primario valore, come scrigni di memoria e di sapienza.
La forza economica delle donne è al servizio del benessere più ampio della comunità perché nella economia del dono matriarcale i beni sono a vantaggio di tutti membri del clan che sono collegati agli uni e agli altri attraverso una rete di mutuo aiuto: l’accumulazione dei beni qui non ha alcun peso, al contrario vige la loro condivisione. Gli uomini del gruppo devolvono i proventi delle loro attività alla matriarca. L’economia matriarcale del dono è garanzia di pace a tutti i livelli.
(4/ continua)
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Gabriella Cinti, italianista, grecista, antropologa, poeta, scrittrice e saggista babi.cinti0@gmail.com. Pluripremiata in Premi nazionali e internazionali. Recensita in quotidiani e riviste e blog culturali. Ospite di vari Festival internazionali. Membro di giuria in Premi Letterari Internazionali. Tradotta in inglese, spagnolo, rumeno, polacco e greco moderno. Nata a Jesi (An), in arte Mystis.
- Poesia (Suite per la parola, Péquod 2008; Euridice è Orfeo, Achille e la Tartaruga 2016; Madre del respiro, Moretti e Vitali 2017; La lingua del sorriso: poema da viaggio, Prometheus 2020; Prima, Puntoacapo 2022, 2024)
- Saggi (Il canto di Saffo-Musicalità e pensiero mitico nei lirici greci, Moretti e Vitali 2010; Il saggio-ebook, Emilio Villa e l’arte dell’uomo primordiale: estetica dell’origine, I Quaderni del Bardo 2019; All’origine del divenire. Il labirinto dei Labirinti di Emilio, Mimesis 2021).
- Il romanzo Polifema, Edizioni Progetto Cultura 2024.
Il saggio è ripreso qui per gentile disponibilità della rivista “Medicina e Cultura” (n.3 Settembre 2026, pagg. 99-106)