Le radici sacre del femminile - Per una più ampia storia della coscienza
Dalle statuine neolitiche alle mani negative, dalle vulve simboliche alle società matrilineari: il femminile delle origini emerge come presenza sacra, rituale e sociale.
Capitolo 2
Simbologia del femminile delle origini
Nel Neolitico le statuine femminili si dividevano grosso modo in due serie: una rappresentava l’entità che elargisce la vita, madre, Dea Uccello, Dea della vegetazione, che congiunge maschile e femminile nel matrimonio sacro; l’altra un’entità che rappresenta morte e rinnovamento, come nelle immagini di rapaci o di Gorgoni. D’altro canto, la vita e la morte non erano vissute in opposizione, ma piuttosto intese come stadi che si succedevano l’uno all’altro, esattamente come le fasi lunari. Inoltre va considerata la stretta relazione tra la Dea e gli animali, di cui spesso è padrona incontrastata e venerata. Il mondo animale nel Paleolitico rappresentava la vita per gli umani, che ne utilizzavano i corpi interamente, senza scarti di sorta. Inoltre, come sostengono Baring e Cashford, «probabilmente gli animali venivano considerati un’incarnazione del potere divino, […] e forse venivano percepiti come il potere generativo della Dea, che garantiva loro la continuità della vita».
Naturalmente, nel corso del Paleolitico, alla fine del periodo aurignaziano (30.000-25.000 anni BP), i grandi animali come rinoceronti, orsi e leoni delle caverne scomparvero, diventando figure leggendarie fantasmatiche, incarnate anche in forme miste e teriomorfe come lo sciamano-animale o gli sciamani danzanti della grotta Trois Frères in Francia. Per queste immagini, ma anche per le straordinarie ripetizioni di segni simbolici, l’archeologa lituana Marija Gimbutas parla di un linguaggio di simboli come di un vero e proprio alfabeto del metafisico, con il quale trasmettere una costellazione di significati. Andando invece indietro nel Paleolitico superiore e concentrandoci su quel singolare fenomeno artistico-spirituale delle grotte ornate — di cui abbiamo stupefacenti testimonianze in Italia e in Europa —, mi focalizzerei sul fenomeno delle mani negative, realizzate cioè con la tecnica della sagoma forata che emerge appoggiando la mano sulla parete rocciosa e spruzzandoci sopra con la bocca un miscuglio di pigmenti naturali. Questa presenza si registra in almeno 56 grotte francesi e spagnole, circa 25.000 anni fa, e la maggioranza delle pitture è stata realizzata da donne.
La frequenza di
impronte femminili
depone a favore
di un loro deciso
protagonismo
nelle pitture
parietali.
La stima viene da quattro misure morfometriche e dall’algoritmo basato sull’indice stabilito dal biologo John Manning, secondo cui, nelle donne, anulare e indice hanno lunghezze simili, mentre negli uomini l’anulare è solitamente più lungo dell’indice. La frequenza di impronte femminili depone a favore di un loro deciso protagonismo nelle pitture parietali, oltre che nel legame con il sacro e con pratiche di tipo sciamanico. Inoltre, si pensi a come, tra le figure sulle pareti delle grotte, quelle femminili risultino essere le più numerose: tra l’80 e il 90% di esse sono state scoperte in oltre 90 siti in Europa e in Siberia.
Tra quelle del Paleolitico superiore troviamo alcune delle più antiche e suggestive, come la famosa Signora di Brassempuy e la Venere in osso di mammuth di Hohle Fels (Germania), tutte dagli attributi sessuali evidenti, in statuine pur molto piccole, tanto da far pensare a un loro utilizzo rituale persino come pendenti o amuleti o offerte votive da interrare. Ma le raffigurazioni di singole parti del corpo femminile ne testimoniano il valore simbolico. Quanto alla vulva, essa spesso compare in modo isolato, come «sineddoche della donna», secondo la definizione dello studioso della preistoria Henri Delporte, e spesso è tratteggiata come un sacro triangolo pubico. Nella versione doppia, spesso accompagnata da chevron, spirali o meandri, rappresenta la dea della clessidra (come la famosa statuetta neolitica forse databile al quinto millennio BP) o della farfalla-anima, che rappresenta la metamorfosi e la resurrezione, come Gimbutas sostiene ripetutamente. Non a caso, in molte culture diverse troviamo tracce di rocce triangolari poste all’inizio dei templi, riprodotte centinaia di volte, che danno l’idea di come il sesso delle donne fosse oggetto di enfatizzazione e venerazione nel Paleolitico superiore europeo, anziché di vergogna e di occultamento. Addirittura, questa zona dei genitali femminili tornerà ovunque, a livello planetario, nella forma del simbolo a V, definito appunto chevron, in pitture parietali diffuse ovunque a partire dal Paleolitico inferiore e medio.
Il femminile era
volutamente
riprodotto in
totale nudità.
Il femminile era volutamente riprodotto in totale nudità. Solo nel Magdaleniano (intorno a 15.000 anni fa) le sagome femminili divennero più stilizzate, ma rimasero le più cospicue, mentre quelle maschili comparvero più tardi. Molto interessante l’idea che i simboli genitali non fossero legati all’esaltazione della riproduzione, ma alla sfera del desiderio, come se fossero prime figurazioni erotiche. L’immagine del femminile, peraltro, poteva anche essere ambigua, a volte bisessuale o teriomorfa.
In ogni caso, fino al Neolitico non era neppure ipotizzabile un concetto di famiglia che, peraltro, iniziò timidamente in questa era fino a consacrarsi in senso patriarcale presso i Greci e i Romani. Se pensiamo alla parola famulus, schiavo domestico, capiamo come la parola familia non indicasse la coppia e i figli di un uomo, ma l’insieme degli schiavi che possedeva, quindi, per esteso, incarnava il controllo della moglie come asservita.
L’immagine del
femminile poteva
anche essere
ambigua, a volte
bisessuale
o teriomorfa.
Pare intanto necessario distinguere tra due termini apparentemente assimilabili ma dal significato nettamente diverso, cioè l’aggettivo matriarcale e quello matrilineare. Il primo designa una gerarchia in cui il femminile predomina, diffusa nel passato (la si ritrova anche nelle scimmie bonobo e, in sede ornitologica, nell’organizzazione sociale dei fasanidi), nonché in qualche residua etnia in Asia o in zone isolate del pianeta. Il diritto matrilineare esisteva ed esiste presso numerosi popoli africani, indiani, indonesiani e amerindi, come gli Irochesi d’America, in cui le donne organizzavano il lavoro agricolo e avevano diritto di veto nei consigli.
Secondo Malinowski e Bachofen, la filiazione matrilineare era presente fin dalle prime aggregazioni umane. Indubbiamente la già citata archeologa lituana Marija Gimbutas fu la prima a denominare le società preindoeuropee «matristiche», vissute in continuità dall’Aurignaziano fino all’inizio dell’età del Bronzo, cioè per circa 27.000 anni, prima di venire soppiantate da tribù nomadi provenienti dalle steppe dell’Asia centrale e legate alla cultura Kurgan(caratterizzata da sepolture a tumuli alti).
L’archeologo Jacques Cauvin (1930-2001), specialista del Neolitico in Medio Oriente, suggerisce una continuità tra la raccolta durante il Paleolitico, attività supposta femminile, e la domesticazione delle piante.
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Gabriella Cinti, italianista, grecista, antropologa, poeta, scrittrice e saggista babi.cinti0@gmail.com. Pluripremiata in Premi nazionali e internazionali. Recensita in quotidiani e riviste e blog culturali. Ospite di vari Festival internazionali. Membro di giuria in Premi Letterari Internazionali. Tradotta in inglese, spagnolo, rumeno, polacco e greco moderno. Nata a Jesi (An), in arte Mystis.
- Poesia (Suite per la parola, Péquod 2008; Euridice è Orfeo, Achille e la Tartaruga 2016; Madre del respiro, Moretti e Vitali 2017; La lingua del sorriso: poema da viaggio, Prometheus 2020; Prima, Puntoacapo 2022, 2024)
- Saggi (Il canto di Saffo-Musicalità e pensiero mitico nei lirici greci, Moretti e Vitali 2010; Il saggio-ebook, Emilio Villa e l’arte dell’uomo primordiale: estetica dell’origine, I Quaderni del Bardo 2019; All’origine del divenire. Il labirinto dei Labirinti di Emilio, Mimesis 2021).
- Il romanzo Polifema, Edizioni Progetto Cultura 2024.
Il saggio è ripreso qui per gentile disponibilità della rivista “Medicina e Cultura” (n.3 Settembre 2026, pagg. 99-106)