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Sandro Mazzola, il verso nella prosa - Se ne è andato

Pasolini vide in Mazzola un elzevirista capace di improvvise accensioni poetiche. Un ritratto tra il padre Valentino, Rivera e il pallone diventato lingua.

Sandro Mazzola, il verso nella prosa - Se ne è andato

Il pallone è sul dischetto e in porta c’è Valerio Bacigalupo che agita le braccia e sembra occupare tutto lo spazio. “Dai, Tira” gli dice papà Valentino, strizzando l’occhio al portiere del Grande Torino. Il bambino tira e il Numero Uno sceglie apposta la parte sbagliata per tuffarsi. Gol. Sandrino Mazzola corre attorno al Filadelfia celebrando una rete finta. La felicità, soprattutto quella dei bambini, non conosce queste futili distinzioni tra vero e falso con le quali gli adulti si dimenticano di giocare.

Dopo Superga, gli dicono che papà è partito. Sandro si nasconde sotto un tavolo, imita la voce di Nicolò Carosio e inventa una radiocronaca. Da lì sente la madre confidare a un’amica ciò che nessuno ha avuto il coraggio di dirgli. Il padre non tornerà. Il calcio gli aveva offerto il primo gol; attraverso una voce soffocata gli consegna anche la prima assenza.

Crescerà camminando: 25 lire per l’autobus gli sembrano troppe per quello che guadagna. Invece, giocherà correndo per portare il pallone dove gli altri non arrivano nemmeno con un passaggio. Dopo le partite dell’Inter ascolta i tifosi ripetere che non sarà mai come Valentino. Lui prosegue, senza voltarsi. Nel suo gioco resterà qualcosa di quella strada: il passo necessario dentro la discontinuità di uno scarto, un’accelerazione che smentisce il ritmo troppo lineare e banale della frase. 

Sandro Mazzola
riusciva ad aprire
con uno strappo
lo spazio che prima
non esisteva.
Si chiama poesia.

Pasolini se ne accorge. Nel 1971 definisce il calcio di Gianni Rivera una prosa poetica, da elzeviro. Anche Mazzola – dice – lo è , però  «più poeta di Rivera»: ogni tanto il suo discorso si interrompe e tira fuori «due versi folgoranti». Le caselle crociane si incrinano. Rivera rende musicale il periodo; Mazzola lo sincopa. L’uno lavora dentro la sintassi e l’aggrazia, l’altro con uno strappo apre uno spazio che un istante prima non esisteva.

La dialettica arriva tardi. Cerca una tesi e la sua antitesi, spera in una forma superiore che le raccolga. Non ci riuscirà nemmeno Valcareggi che si acconciò ad alternare prosa e poesia senza trovare il modo di farle stare insieme in una sintesi superiore. E la chiameranno staffetta. 

Eppure, eppure… Accadrà in Nazionale. Contro il Brasile. L’arbitro concede agli azzurri un calcio di rigore.  Il rigorista è Rivera. L’abatino breriano prende il pallone e lo mette nelle mani di Mazzola: «Tiralo tu, Sandrino». Fu il primo gol azzurro di Sandro. Nella grammatica di Pasolini la scena è perfetta: la prosa consegna la frase al poeta. E il poeta la finalizza con quel gesto di pura poesia che è il gol. Non è Hegel, ma la magia del calcio.

Negli ultimi anni Sandro raccontava un sogno. Tornava al Filadelfia e giocava con suo padre. Valentino gli passava il pallone, lui segnava; poi avveniva il contrario. Il portiere non compariva mai. Solo loro due, ognuno con il suo gesto a spingere un pallone che andava e veniva dall’uno all’altro.