Le radici sacre del femminile /3 - Per una più ampia storia della coscienza
Dalle Veneri paleolitiche alle statuette neolitiche, un viaggio alle origini del sacro femminile tra fertilità, cicli lunari, natura e prime forme del pensiero simbolico.
Capitolo 3
Veneri del Paleolitico e del Neolitico

Venendo a una delle testimonianze più impressionanti del culto di una Grande Deae cioè le sue rappresentazioni fittili, un conteggio approssimativo parla del ritrovamento di circa 3.000 statuine femminili del Paleolitico superiore nell’area che Gimbutas aveva definito dell’Antica Europa e di oltre 100.000 del periodo neolitico, il che, secondo l’antropologa Judy Foster, “suggerisce un’enfasi sulle forme femminili nonché sulla loro relazione con i poteri della natura e il ciclo di nascita/vita, morte e rinnovamento di tutti gli esseri viventi”. Quindi anche in tutto il mondo, da 800.000 anni fa fino a 6.000 BP, le figure femminili furono preminenti. Nel Paleolitico si diffonde la tessitura e l’intreccio di fibre, come testimoniano statuine femminili rinvenute in Europa centrale e occidentale. L’esempio emblematico è quello della dea di Lespugue in avorio di mammuth, trovata nell’Alta Garonna francese e datata circa 20.000 anni fa, nel periodo gravettiano: essa sembra indossare un indumento fatto di cordoncini con fili elicoidali che scendono da una cintura e terminano con perline o estremità annodate o sfilacciate come mappe per dare movimento al gonnellino mentre la donna camminava (Foster). Le riproduzioni non rendono l’idea di questi tessuti che non sono visibili a occhio nudo ma esistono. Quindi si tratta di un vestito dal valore simbolico, non funzionale o utilitaristico (anche perché solo dalla vita in giù), che esaltasse intenzionalmente gli attributi sessuali della donna (Figura 1).

Quanto al legame tra il femminile e la divinità, in villaggi quali Çatal Höyük (Turchia) sono state scoperte moltissime statuette zoomorfe e antropomorfe. Tra le quaranta piccole sculture femminili, la più originale è la “dama con i leopardi” (o “dama con le belve” o “Dea di Çatal Höyük”) di terracotta, risalente al 6.000-5.500 BP, che raffigura una donna seduta su un sedile con braccioli a forma di leopardo (Figura 2). Ha le mani posate sulla testa dei felini e, tra le gambe, si distingue una sorta di sfera, talvolta assimilata alla testa di un neonato; starebbe pertanto partorendo. Rappresenterebbe quindi il potere di generare e dominare la natura. La sovranità della Dea sugli animali è peraltro diffusamente attestata nel Mediterraneo e in ampia area egeo-anatolica.

Questo potere viene in qualche modo amplificato e raddoppiato nelle dee gemellesempre dell’omonimo sito e periodo, come ci attesta un illuminante studio della studiosa americana Viki Noble. La sua associazione con i felini si ritrova in molte statuette del Neolitico, ma anche con le orse e le cerve o con animali acquatici come le rane o uccelli palustri. Ma molte altre raffigurazioni di un femminile sacrale sono di assoluta rilevanza, come quella della celebre Dea di Laussel, dal grande corpo fecondo, risalente a circa 25.000 anni fa in pieno gravettiano, ricoperta di ocra rossa e impugnante un corno lunare a tredici tacche: una prova del dominio del ciclo calendariale lunare legato ai ritmi femminili (Figura 3).

O pensiamo anche alla Dama di Brassempouy, coeva, dall’impressionante realismo ma misteriosamente priva di bocca, con un complesso ed elaborato copricapo o capigliatura che abbia potuto essere (Figura 4).

Fortemente simbolica altresì di fertilità e maternità è anche la Dea di Willendorf, in Austria, di calcare, originariamente tutta dipinta in ocra rossa con attributi femminili prominenti e steatopigi e con una capigliatura in sette strati sotto un volto assente (Figura 5). Si ipotizza che il numero sette abbia avuto una connessione con l’intero ciclo lunare e al contempo costituisce la cifra dei pianeti in movimento. Sin dal Paleolitico superiore infatti una serie di segni incisi nelle pitture rupestri, hanno messo in luce come essi fossero connessi a un simbolismo lunare cui il femminile non poteva non sentirsi particolarmente associato e di cui questa statuina è un potente e celebre simbolo.
Di non minore valore, anche perché più antica, è la Venere di Hohle Fels databile tra 40.000 e 31.000 BP, quindi all’aurignaziano e dunque all’inizio del Paleolitico superiore, scolpita in avorio ricavato da zanna di mammuth, caratterizzata da attributi anatomici femminili molto pronunciati e con l’evidenziazione dei genitali femminili.
La stessa marcatura la ritroviamo nella Venere di Montpazer risalente a 28-22.000 BP, nel periodo gravettiano. Anche qui notiamo i tratti tipici delle Veneri paleolitiche, come seni pesanti, glutei prominenti e ventre arrotondato, interpretato spesso come segno di una gravidanza avanzata.
L’elemento più rilevante è la vulva sproporzionata e iper-realistica, che simboleggia il “portale della vita” e l’importanza del parto.

Quello che ci appare il dato di spicco sono le testimonianze di estrema arcaicità che spostano in modo vertiginoso nel passato i simboli di un culto fittile del sacro femminile. Mi riferisco quindi alla Venere di Tan-Tan, basilare resto archeologico di arte preistorica rinvenuto presso la città di Tan-Tan, Marocco, nel 1999 (Figura 6).
La statuetta è alta circa 6 centimetri, in quarzite, esprime un sesso indeterminato, con le gambe separate da linee incise e con una testa non ben definita ma che reca scanalature impresse da percussioni. È stata datata in un intervallo di tempo che va dal 500.000 BP al 300.000 BP, tra le prime riproduzioni della figura umana. In origine era dipinta con ocra rossa, il che fa ritenere che dovesse possedere qualche importanza simbolica; questo reperto è il più antico che rechi tracce di pittura applicata dopo la lavorazione.
Siamo davvero ai confini della ominazione, in cui pure scorgiamo impressionanti tracce di esseri in grado di manifestare valori simbolici e religiosi.

Per inciso, si pensi alla pietra africana (di diaspro bruno nerastro) di Makapamsgat, risalente a due-tre milioni di anni fa e modellata naturalmente in forma simile a una testa di ominide mostrando addirittura tracce di occhi e di bocca (Figura 7). Questo oggetto, ritrovato accanto ai resti di Australopithecus africanus, è un celebre “manufatto naturale”. Poiché non appartiene alla roccia locale, si ritiene che un ominide lo abbia raccolto e conservato per la sua forma, che ricorda un volto umano dando prova delle prime pareidolie. Tale pietra è considerata il più antico esempio documentato di “pensiero simbolico” o proto-arte. E ci fa pensare come tutti gli umani siano accomunati dal simbolo e che esista un linguaggio universale del sacro per immagini e segni.
Mi pare evidente sottolineare che queste “Veneri” sono la prima rappresentazione umana del genere femminile e anche dell’essere umano. Sono lavorate in osso o pietra, e non hanno nessun uso pratico domestico, pertanto possono essere considerate la prima configurazione sacra umana. La loro piccola dimensione rinvia a un utilizzo cultuale o totemico, rappresentando oggetti del rito da deporre nei luoghi sacri (grotte) o nella terra. In un certo senso si pongono come prime manifestazioni di ciò che si sarebbe successivamente trasformato nelle società matriarcali e in una religiosità basata sulla fertilità.
(3/ continua)
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Gabriella Cinti, italianista, grecista, antropologa, poeta, scrittrice e saggista babi.cinti0@gmail.com. Pluripremiata in Premi nazionali e internazionali. Recensita in quotidiani e riviste e blog culturali. Ospite di vari Festival internazionali. Membro di giuria in Premi Letterari Internazionali. Tradotta in inglese, spagnolo, rumeno, polacco e greco moderno. Nata a Jesi (An), in arte Mystis.
- Poesia (Suite per la parola, Péquod 2008; Euridice è Orfeo, Achille e la Tartaruga 2016; Madre del respiro, Moretti e Vitali 2017; La lingua del sorriso: poema da viaggio, Prometheus 2020; Prima, Puntoacapo 2022, 2024)
- Saggi (Il canto di Saffo-Musicalità e pensiero mitico nei lirici greci, Moretti e Vitali 2010; Il saggio-ebook, Emilio Villa e l’arte dell’uomo primordiale: estetica dell’origine, I Quaderni del Bardo 2019; All’origine del divenire. Il labirinto dei Labirinti di Emilio, Mimesis 2021).
- Il romanzo Polifema, Edizioni Progetto Cultura 2024.
l saggio è ripreso qui per gentile disponibilità della rivista “Medicina e Cultura” (n.3 Settembre 2026, pagg. 99-106)