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Un milione in piazza, sette vittime di abusi sessuali in una stanza - Il Papa in Francia

Nel viaggio di Leone XIV in Francia, il vero banco di prova è l’incontro con sette sopravvissuti agli abusi.

Un milione in piazza, sette vittime di abusi sessuali in una stanza - Il Papa in Francia

Chi ha titolo per accusare? La risposta sembra ovvia: chi ha subito il torto. Eppure il potere conserva un privilegio anche quando accetta l'accusa: decide chi può pronunciarla. Dal 25 al 28 settembre Leone XIV sarà in Francia, atteso da più di un milione di persone tra Parigi, Lourdes e Metz. Domenica siederà in una stanza con sette sopravvissuti agli abusi sessuali commessi nella Chiesa. Il resto del programma è cerimonia pubblica, prevista e ordinata; quella stanza è l'unico luogo del viaggio in cui la domanda iniziale diventa concreta.

Il numero di chi non sarà presente è di un altro ordine. La Commissione indipendente sugli abusi nella Chiesa francese ha stimato che, tra il 1950 e il 2020, circa 216.000 minori siano stati abusati da sacerdoti e religiosi; 330.000 includendo laici e personale delle istituzioni cattoliche. Cifre di questa grandezza spostano la questione dai singoli crimini alla storia di un potere. L'abusatore colpiva il corpo della vittima; chi ignorava una denuncia o spostava un sacerdote per proteggere il nome della diocesi agiva attraverso l'istituzione. La violenza ebbe dunque autori individuali, ma il silenzio ebbe una struttura, e questo cambia la natura della responsabilità.

Chi ha titolo
per accusare?
Chi ha subito
il torto.

Per questo la scelta degli interlocutori conta. I sette non sono stati indicati dalle associazioni dei sopravvissuti e non rappresentano l'intera comunità delle vittime; alcuni gruppi contestano che la selezione sia rimasta nelle mani dei vescovi e degli apparati ecclesiastici. I partecipanti hanno già avvertito: «Essere ricevuti non significa rinunciare alle nostre richieste». Chi seleziona i testimoni non può stabilire che cosa diranno. Può però stabilire chi resterà fuori, e questo è già una forma di controllo sulla verità.

In Francia circa duemila persone si sono rivolte all'organismo indipendente creato per il riconoscimento e la riparazione; poco più di mille pratiche sono state definite. Molte vittime sono morte; tra quelle ancora in vita, alcune non parleranno mai, altre temono di tornare davanti all'autorità che per decenni non le ha credute. Il previsto passaggio di quell'organismo a una struttura permanente tocca perciò una garanzia essenziale: il riconoscimento del danno deve restare fuori dalle diocesi coinvolte. Se l'istituzione chiamata a rispondere del fallimento ne diventasse anche l'amministratrice, la riparazione perderebbe l'indipendenza che la rende credibile.

Molte vittime
sono morte;
alcune non
parleranno mai,
altre temono
di tornare
davanti all'autorità
che per decenni
non le ha credute.

Le vittime arrivano a Lourdes con richieste precise: formazione affettiva e sessuale nei seminari, criteri più severi per l'ordinazione, denunce trattate con trasparenza, collaborazione con la giustizia civile e regole che obblighino ogni vescovo. Sono interventi che investono l'ordinamento prima ancora della memoria: chi può diventare sacerdote, come si indaga su una denuncia, fino a che punto il diritto canonico debba rispondere alle leggi dello Stato. È questo il dossier che Leone XIV eredita da Francesco, e riconoscere il passato servirà a poco se l'istituzione conserverà i meccanismi che lo hanno reso possibile.

Ciò che accadrà in quella stanza si potrà valutare soltanto dopo, fuori di essa. Se quelle richieste entreranno nelle regole e nelle pratiche della Chiesa, l'incontro di Lourdes avrà interrotto la genealogia del silenzio. Altrimenti l'ascolto privato di sette sopravvissuti avrà avuto un'altra funzione: permettere a un milione di fedeli di continuare a guardare altrove. La Chiesa chiede ancora di essere creduta, e potrà esserlo soltanto se accetterà di farsi giudicare da coloro ai quali, per decenni, non ha creduto.


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