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Quel che vale la cultura - Sul male numerico della cultura odierna e sulla poesia come métron salvifico

Visualizzazioni, vendite e follower decidono il prestigio culturale. La poesia come misura del valore e dell’esistenza contro il dominio dei numeri.

Quel che vale la cultura - Sul male numerico della cultura odierna e sulla poesia come métron salvifico

Fatti e numeri del baraccone culturale

Il 23 settembre 2026 Wanna Marchi e Stefania Nobile hanno ricevuto nella Sala della Protomoteca del Campidoglio il Premio Internazionale della Cultura, assegnato nell’ambito di un’iniziativa organizzata dalla casa editrice Edizioni Cento: Marchi per La verità è che io cucino così. Qui non si pesa niente: l’unica misura è l’amore, Nobile per Vendere… cara la pelle. Quando la notizia è diventata pubblica, il consigliere capitolino Dario Nanni (PD), che aveva richiesto la concessione della sala, ha dichiarato di ignorare la presenza delle due premiate e si è assunto la responsabilità dell’accaduto, mentre il Comune ha annunciato una revisione delle procedure di concessione degli spazi.

La polemica ha seguito il corso prevedibile delle indignazioni contemporanee, consumandosi sull’opportunità di consegnare un premio alla cultura a due figure divenute celebri attraverso la televisione commerciale e poi attraverso vicende giudiziarie.

E allora, come siamo arrivati a considerare plausibile che una figura costruita dall’imbonimento televisivo, dalla notorietà e dalla propria capacità di occupare lo spazio mediatico attraverso il ‘modello Corona’ possa attraversare senza particolare resistenza simbolica la soglia che separava il personaggio dall’autore, fino a ricevere un riconoscimento che porta nel nome stesso la parola ‘cultura’?

Pochi mesi prima Rita De Crescenzo era stata ospitata a Verissimo, dove la tiktoker napoletana, divenuta un fenomeno da quasi due milioni di follower, aveva raccontato la propria vita al pubblico di Canale 5; nell’agosto successivo era poi circolata la notizia di una docuserie Netflix dedicata alla sua storia, indiscrezione rilanciata per giorni e infine smentita dalla piattaforma, che all’Adnkronos aveva chiarito come nessun progetto fosse in lavorazione. La smentita ha persino accresciuto l’interesse teorico del caso, perché la notizia era riuscita a circolare senza provocare quella sensazione di assurdità che probabilmente avrebbe suscitato soltanto pochi anni fa: un fenomeno nato su TikTok, già convertito dalla televisione generalista in fenomeno, poteva essere convertito ancora una volta in racconto seriale, secondo una continuità ormai abituale tra piattaforma, televisione e industria mediale.

Marketing first, creativity second

L’utilità critica di questi fatti, in fondo di cronaca spicciola – cui poi è de facto ridotta la cultura italiota, almeno secondo gli amplificatori della democratura conformista al potere –, sta nel loro esser capaci di rendere visibile il processo nel quale le gerarchie finanziario-mercantili hanno progressivamente occupato il luogo lasciato vuoto dalla dissoluzione del valore culturale.

Una cultura degna di questo nome eccede le logiche di cattura econometrica, perché il suo valore risiede nell’intensità con cui riesce a modificare il rapporto di una comunità con il mondo, offrendo forme mediante le quali l’esistenza possa tornare a percepirsi oltre la pura amministrazione materialistica, oltre la burocratizzazione e la mercantilizzazione; quando questa facoltà raggiunge i propri vertici, la cultura invera spiritualmente una società e restituisce al reale quella profondità che il disincantamento odierno tende a prosciugare.

La cultura perde tale funzione quando invece la quantità diviene il metro unico di misurazione della rilevanza. Visualizzazioni e vendite nascono come strumenti descrittivi, eppure il loro impiego finisce facilmente per modificare lo statuto stesso dell’oggetto osservato, perché ciò che raggiunge milioni di persone acquisisce una consistenza culturale che viene fatta coincidere con la vastità della sua circolazione, mentre ciò che rimane minoritario deve continuamente giustificare la propria esistenza. Il regno della quantità evocato da Guénon ormai si è declinato in una vera e propria concrezione: il numero, separato dalla qualità che avrebbe dovuto misurare, diventa un certificatore preliminare del reale e stabilisce quali fenomeni meritino attenzione prima ancora che qualcuno si domandi quale sostanza vi sia dentro.

L’editoria costituisce uno dei laboratori più evidenti di questo rovesciamento, perché una comunità digitale già costituita riduce in partenza il rischio economico connesso alla pubblicazione: chi possiede centinaia di migliaia di follower porta all’editore una platea suscettibile di conversione commerciale, mentre lo scrittore sconosciuto continua a offrire soltanto un manoscritto il cui pubblico dovrà eventualmente essere costruito. I dati AIE mostrano quanto i social incidano ormai sui comportamenti di lettura: fra coloro che hanno acquistato almeno un libro dopo aver ricevuto suggerimenti online, il 53% indica Instagram e il 43% TikTok; il dato descrive un cambiamento reale nelle forme di mediazione culturale, senza dimostrare naturalmente che i libri nati dentro questo circuito siano peggiori, ma rendendo comprensibile perché l’autore dotato di pubblico sia diventato economicamente più interessante dell’opera priva di una comunità preventiva.

Il pubblico precede
l’opera: l’editoria
converte la notorietà
in vendite. E il giudizio
culturale si
affida ai numeri.

Per secoli la notorietà poteva costituire una conseguenza dell’opera – sovente, ahinoi, post mortem –; al contrario, una parte sempre più visibile dell’editoria contemporanea tende a produrre solo casi (umani) di personaggi già noti, trasformandone la presenza pubblica in una leva di facile monetizzazione.

Il mutamento investe anche il modo nel quale viene pensato il rischio culturale, poiché l’editore chiamato storicamente a riconoscere un valore ancora privo di pubblico può oggi preferire la sicurezza di un pubblico che attende semplicemente di essere trasformato in acquirente; la capacità di scoprire viene così progressivamente subordinata alla capacità di convertire, secondo la medesima logica di securizzazione degli investimenti che governa una campagna pubblicitaria.

C’è però da aggiungere che una critica seria della cultura contemporanea dovrebbe parimenti sottrarsi alla tentazione opposta, altrettanto comoda, di assumere l’intero universo pop come materia degradata. Cinema e serialità possono condensare trasformazioni dell’immaginario che la cultura ufficiale intercetta spesso con ritardo, e alcune opere nate dentro apparati industriali riescono a produrre immaginari capaci di eccedere le intenzioni commerciali che le hanno generate, riattivando strutture mitiche o introducendo una percezione nuova del tempo e della comunità.

La differenza qualitativa attraversa quindi la cultura pop al proprio interno: esistono fenomeni la cui diffusione accompagna una reale densità simbolica ed esistono fenomeni nei quali la diffusione coincide quasi integralmente con la sostanza, perché tolto il numero rimane da interrogare il nulla.

Proprio questa distinzione dovrebbe chiamare in causa la filosofia, che possiede gli strumenti per affrontare gli immaginari prima che vengano ridotti a sociologia dei consumi. Una certa ricerca quantitativa preferisce tuttavia muoversi soltanto quando il fenomeno ha già prodotto campioni sufficienti, trasformando audience e coefficienti in garanzie di concretezza e adattandosi perfettamente a un’università nella quale progetti e finanziamenti richiedono sempre più spesso risultati traducibili in dati comparabili. Il ricorso alla statistica rimane ovviamente utile quando si voglia conoscere l’estensione di comportamenti, ma la pretesa di ricavarne una misura della rilevanza culturale genera una curiosa filosofia, timida ed etimologicamente imbecille, incapace di osare pensare senza il baculum delle statistiche numeriche spacciate per ‘metodo’ e vendute per garanzie di esistenza degli oggetti e dei fenomeni cosiddetti ‘culturali’.

Dieci milioni di visualizzazioni attestano con certezza l’avvenimento di dieci milioni di visualizzazioni; tutto ciò che riguarda il valore, la durata e la capacità di quell’oggetto di modificare l’immaginario richiede un altro genere di giudizio, inevitabilmente esposto al rischio dell’errore e proprio per questo irriducibile alla neutralità del conteggio.

La grande sfida che ci si para innanzi è dunque rovesciare, nei fenomeni mediali, la regola del marketing first, secondo cui i dati precedono la creatività, e compiere un’operazione analoga nell’analisi culturale, sottraendola alla logica dello statistics first, che pretende di riconoscere un fenomeno soltanto dopo averne certificato la consistenza quantitativa. Restituire all’intuizione il suo carattere spiritualmente inverante: sul piano mediale, attraverso un principio di creativity first; sul piano culturale, restituendo al pensiero la priorità sui numeri, perché quando la misurazione viene assunta come fondamento invece che come verifica successiva, il processo viene pervertito alla radice da un materialismo che finisce per confondere ciò che è misurabile con ciò che è reale.

Il métron dell’esistenza

Ordunque, cosa e come fare per rovesciare il regno della quantità e sottrarre la cultura contemporanea alla tragicommedia mercantile? Come restituire al pensiero una funzione fondativa, capace di precedere il calcolo e di sottrarsi alla subordinazione del mercimonio?

L’unico topos in cui questa possibilità sopravvive ancora, benché relegata ormai a toilette dei salotti borghesi, è la poesia.

In effetti, la condizione attuale della musa delle muse presenta un paradosso perfetto: alla proliferazione sterminata dei testi in versi corrisponde una perdita di centralità difficilmente immaginabile nella storia culturale italiana. Un paese la cui lingua letteraria è stata plasmata dalla poesia e che ancora nel Novecento riconosceva ai poeti una funzione pubblica si trova oggi dinanzi a una produzione disseminata fra piccole case editrici, autopubblicazioni e piattaforme digitali, mentre la poesia effettiva – la «poesia essenziale» direbbe Heidegger (die wesentliche Dichtung) – sopravvive ai margini del dibattito culturale e interviene sempre più raramente nella formazione degli immaginari attraverso cui la società può essere rifondata.

Le circa 86 mila novità pubblicate dall’editoria italiana nel 2024, all’interno di un mercato del valore complessivo di più di 3 miliardi di euro, descrivono bene l’ipertrofia generale entro cui anche la scrittura poetica si moltiplica annacquando via via la sua potenza inverante. L’inflazione poetica possiede inoltre un carattere particolare, poiché la dissoluzione delle forme tradizionali e l’accessibilità pressoché assoluta della pubblicazione hanno favorito l’idea che l’espressione immediata dell’interiorità sia già sufficiente a produrre poesia: il sentimento viene disposto in versi a casaccio, qualche immagine atmosferica sostituisce il lavoro sulla lingua e una generica impronta autobiografica occupa il luogo un tempo assegnato alla ricerca delle forme veritative, ossia di quei versi capaci di congiungere gli opposti: interiorità ed esteriorità, espressione e percezione, individuale e collettivo, estetica e metafisica.

Ne deriva una svalutazione analoga a quella monetaria, perché l’aumento indefinito dei testi denominati poetici rende sempre più difficile riconoscere i casi nei quali il linguaggio riesce ancora a sopravanzare la confessione personale o l’estetizzazione narcisistica. La proliferazione editoriale dei versi può quindi convivere perfettamente con l’estrema rarità della ‘poesia essenziale’, perché si possono produrre indefinitamente testi classificati come poetici senza scalfire nemmeno di striscio lo stato di avanzata marcescenza della cultura, figurarsi trasformare una qualche comunità o, addirittura, una qualche civiltà.

La poesia restituisce
alla misura una qualità
originaria, capace
di fondare il mondo
prima della sua
riduzione a dato.

Heidegger offre una distinzione fondamentale per comprendere la condizione della poesia contemporanea, separando la Poesie – la poesia come specifico genere o forma letteraria – dalla Dichtung, termine attraverso cui pensa un evento originario del linguaggio, capace di dischiudere gli enti entro un mondo significativo. In Dell’origine dell’opera d’arte scrive che «l’essenza dell’arte è la Dichtung», intendendo con ciò l’istituzione e la manifestazione originaria della verità; la Poesie occupa fra le arti una posizione privilegiata perché la parola può portare all’apparire ciò che ancora non disponeva di un mondo nel quale mostrarsi.

Nel commento al celebre verso di Hölderlin «Pieno di merito, ma poeticamente abita / l’uomo su questa terra», il filosofo di Friburgo chiarisce con particolare nettezza la distanza che separa la funzione originaria della poesia dalla sua deriva ‘culturale’, nonché mette a fuoco in maniera apofatica il ruolo che la poesia può ancora avere sulla cultura.

«Quanto l’uomo opera e fa è guadagnato e meritato con la propria fatica. “Ma” – dice Hölderlin con una netta contrapposizione – tutto questo non tocca l’essenza del suo abitare su questa terra, tutto questo non arriva al fondamento dell’esserci dell’uomo. Questo è, nel suo fondamento, “poetico” (dichterisch). Ma noi ora intendiamo la poesia come il nominare che istituisce gli dèi e l’essenza delle cose. “Abitare poeticamente” significa: stare alla presenza degli dèi ed essere toccati dalla vicinanza essenziale delle cose. “Poetico” è l’esserci nel suo fondamento: ciò significa al tempo stesso: esso, in quanto istituito (fondato), non è un merito, ma un dono. La poesia non è solo un ornamento che accompagna l’esserci, non è solo un entusiasmo momentaneo o addirittura solo un eccitamento o un intrattenimento. La poesia è il fondamento che regge la storia e perciò non è neppure soltanto un fenomeno della cultura e meno che mai la mera “espressione” dell’“anima di una cultura”». (M. Heidegger, Hölderlin e l’essenza della poesia).

La poesia precede ed eccede dunque la cultura sul piano fondativo. Cionondimeno, questo non significa che la cultura sia automaticamente esclusa dal senso; lo è quando la storia non è più fondata dalla poesia e di conseguenza produce istituzioni e linguaggi privi di significanza.

La chiave per ricongiungere poesia e cultura risiede nel problema della ‘misura’: non è certo un caso che il verso sottinteso da Heidegger nel suo commento a Hölderlin sia «La misura umana è tutta qui».

La riflessione di Heidegger sottrae la misura alla quantificazione e le restituisce una funzione originaria, oggi particolarmente feconda per leggere il nostro declino socio-culturale.

L’abitare poetico è un prendere misura originario, anteriore alla quantificazione e capace di fondare la realtà senza lasciarsi esaurire da essa: «Poetare è il modo eminente del misurare», perché l’uomo riceve dalla poesia la misura dell’estensione del proprio essere e della propria dimora fra terra e cielo.

La misura poetica, nelle parole di Heidegger, «è dotata di una metrica propria (μέτρον)»; la sua natura emerge quando viene sottratta all’abuso moderno di ‘quantificazione’, dal momento che «l’essenza della misura non è un quantum, come non lo è l’essenza del numero». Il numero, dunque, non viene espulso dall’orizzonte poetico, ma ricondotto a una qualità sorgiva: è la misura intesa come accordo dell’abitare umano con una dimensione che eccede la disponibilità tecnica dell’ente. È la ‘matematica sacra’ della poesia, nella quale il métron conserva ancora ciò che la quantificazione mercantile ha ormai sperduto: una misura capace di ordinare il numero secondo la qualità dell’essere, anziché lasciare che il numero attribuisca retroattivamente valore a ciò che conteggia.

A conti fatti, la mercantilizzazione contemporanea ha seguito un movimento opposto a quello poetico, separando la quantità dalla forma fino a trasformare prezzo, audience e visualizzazioni da strumenti descrittivi in criteri di legittimazione. Per questa ragione, la ‘poesia essenziale’ è l’unica via per invertire il pervertimento econometrico della cultura e della società tout court: in una civiltà che ha moltiplicato gli strumenti di conteggio fino a perdere del tutto il senso di ciò che ha valore, il métron poetico restituisce alla misura un ordine qualitativo e riconsegna al pensiero quelle ‘forme veritative’ attraverso cui esso può riconoscersi nella propria funzione sorgiva.

La cultura necessita di un pensiero che preceda la statistica, così come la politica ha urgente bisogno di filosofia per rovesciare l’assetto marketing first. E una siffatta inversione sarà possibile soltanto se la filosofia riaprirà il proprio rapporto con la dimensione metafisica, recuperando dalla poesia quella veggenza che consente di nominare prima, di dare forma a ciò che ancora non possiede un linguaggio e di sottrarsi alla condizione subalterna di un pensiero che arriva sempre dopo i fatti compiuti.

In definitiva, urge ripensare molto più della cultura: urge ripensare l’esistenza, restituendo al pensiero la capacità di incontrarla prima della sua riduzione a dato, ossia nella forma cooriginaria del disvelamento.

Wenn nicht mehr Zahlen und Figuren
Sind Schlüssel aller Kreaturen
Wenn die, so singen, oder küssen,
Mehr als die Tiefgelehrten wissen,
Wenn sich die Welt ins freie Leben
Und in die Welt wird zurück begeben,
Wenn dann sich wieder Licht und Schatten
Zu echter Klarheit wieder gatten,
Und man in Märchen und Gedichten
Erkennt die wahren Weltgeschichten,
Dann fliegt vor Einem geheimen Wort
Das ganze verkehrte Wesen fort.

(Novalis)


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Vincenzo Notaro, studioso di estetica e teoria dei media, classe 1983, vive alle pendici del Vesuvio. Indaga le relazioni tra arte, metafisica e processi iconografici, dedicando parte della sua ricerca alla dimensione spirituale, alle dottrine eurasiatiche e ai relativi sistemi simbolico-rituali. Ha pubblicato i saggi: Sottosopra – Il mondo dopo Stranger Things tra declino e destino (Passaggio al Bosco, 2026), saggio di metapolitica e mitopoiesi; Suono Sacro Sogno (l’arcael’arco, 2012, con CD audio), dedicato al rapporto fra disarmonia, sogno e catabasi. Per Disvelare ha curato collane e riviste di estetica e critica d’arte, fra cui Anasyrma e Le Sibille; ha collaborato come esperto dei media con Università e Accademie indipendenti. Cura IL PENSIERO HARDUO, blog di critica radicale della società dei consumi: ilpensieroharduo.blogspot.com. Sul piano professionale si occupa di comunicazione e pubblicità etica. Parallelamente svolge attività artistica e di ricerca musicale attraverso progetti quali In Vino Vanitas, Poyesis, Orchestra Estehe Sanguis Solaris.


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