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Sottosopra. Il mondo dopo Stranger Things tra declino e destino - Un libro di Vincenzo Notaro

Dal Conformity Gate alla comunità destinale: Vincenzo Notaro legge Stranger Things come specchio del declino contemporaneo. Una recensione che ne interroga tesi e contraddizioni.

Sottosopra. Il mondo dopo Stranger Things tra declino e destino - Un libro di Vincenzo Notaro

Il 31 dicembre 2025 Stranger Things finisce. Il 7 gennaio successivo milioni di spettatori aspettano che ricominci. Da Netflix nessuna nuova stagione: attendono il «vero finale», quello che la piattaforma avrebbe nascosto dietro l'ultimo episodio ufficiale. Orologi, porte, numeri, mezze frasi: quanto basta per mettere in piedi il Conformity Gate e convincersi che ciò che si è visto non sia ciò che è davvero accaduto. Vincenzo Notaro apre Sottosopra. Il mondo dopo Stranger Things tra declino e destino dentro questa settimana di veglia collettiva. Liquidarla come l'ennesima febbre da social costerebbe poco, e farebbe perdere di vista ciò che accade quando un finale sgradito viene dichiarato falso: il problema smette presto di riguardare una serie televisiva e comincia a riguardare la nostra capacità di lasciar finire le cose.

Una serie durata anni non passa davanti agli occhi come un film visto una sera. Si installa. Entra nelle conversazioni e accompagna pezzi di biografia; continua nei social degli attori e nei meme, negli oggetti comprati e nelle discussioni infinite di chi ne conosce ogni dettaglio. Stranger Things ha costruito Hawkins così bene da farne quasi un indirizzo. Gli anni Ottanta che vi troviamo sono BMX, walkie-talkie, sintetizzatori, centri commerciali, lattine di Coca-Cola, colori, caratteri tipografici: un passato già passato attraverso cinema, pubblicità e cultura pop, e restituito perfettamente abitabile anche a chi nel 1985 non c'era. A quel punto la nostalgia ha ormai meno a che fare con la memoria che con il catalogo, e il passato torna disponibile, anche nel senso di acquistabile. Una volta abituati all'idea che tutto possa tornare, la parola «fine» comincia a suonare come un disservizio: se hai abitato un mondo per anni, la porta che si chiude ha tutta l'aria di uno sfratto.

Il capitalismo culturale
ha imparato da tempo
a vendere anche ciò
che gli sputa contro.

Il Conformity Gate cresce lì dentro. Un dettaglio fuori posto diventa indizio, altri gli si accostano finché la quantità simula la prova. Il 7 gennaio non succede niente e la teoria sopravvive senza difficoltà alla propria smentita: basta spostare un poco più avanti ciò che deve necessariamente accadere. Il sospetto, ormai, ha smesso di verificare la realtà e si limita ad arredarla, assegnando a ogni elemento il suo posto dopo che il disegno è stato deciso. Che un gruppo di spettatori mostri qualcosa di significativo non ne fa però il campione clinico dell'Occidente, e la strada che da questa febbre porta alla pandemia, al declino cognitivo e infine a una diagnosi complessiva dell'uomo contemporaneo è più lunga di quanto Sottosopra la faccia sembrare. Chiamare Netflix a «ratificare il delirio», per avere lasciato accesi segnali e meccanismi capaci di prolungare l'attesa, richiederebbe prove che il libro non porta; e i sistemi sono pericolosi a sufficienza anche quando funzionano senza che nessuno debba immaginarli coscienti.

L'immagine del Mind Flayer regge più a lungo: una piattaforma capace di assorbire qualsiasi cosa, digerirla e restituirla pronta per un nuovo consumo. Il paesaggio è riconoscibile. Il capitalismo culturale ha imparato da tempo a vendere anche ciò che gli sputa contro, rivolte e dissenso compresi, e con loro l'estetica della propria fine. Che Guevara sulla maglietta convive tranquillamente con la carta di credito alla cassa, senza che nessuno dei due si senta particolarmente offeso. Il mostro smette di funzionare quando quel metabolismo prende il nome di male ontologico. Un sistema può essere chiamato predatorio e se ne possono denunciare gli effetti senza consegnarlo per questo al Male con la maiuscola: la profondità che si guadagna in quel passaggio si paga con tutto ciò che smette di essere verificabile, con il vantaggio, per le metafisiche, di non essere quasi mai colte sul fatto.

Alla società liquefatta si oppone la comunità identitaria: legami forti, disciplina, memoria, dovere. Notaro entra in quella casa e prima di sistemarsi controlla le uscite di sicurezza. Il confine può irrigidirsi e la fedeltà prendere il tono del controllo, finché il passato pretende di amministrare il presente. Soprattutto c'è il nemico, che unisce con straordinaria efficienza: basta averne uno abbastanza minaccioso e molte differenze interne diventano improvvisamente sopportabili. Così la comunità nata per salvare l'uomo dall'essere ridotto a consumatore finisce per ridurre l'altro ad avversario. Cambia la funzione assegnata, resta la tentazione di esaurire una persona dentro quella funzione, e l'identità continua a proteggere dal dissolvimento soltanto finché non pretende di diventare tutta la persona che protegge.

Gli eroi di Stranger Things
sbagliano e arrivano tardi,
si separano e qualche volta
falliscono. La comunità
esiste mentre accade
anche questo.

La comunità destinale esce da questa strettoia, e gli eroi di Stranger Things le servono da prova narrativa. Sono ragazzi e adulti di origine e temperamento diversi; si ritrovano insieme perché qualcosa accade e impone una risposta. Le gerarchie nascono dall'azione e possono finire con essa, il legame si misura sulla responsabilità che ciascuno assume quando l'ordine abituale salta, e una comunità simile può fare a meno di domandare ossessivamente chi sei e a quale casella appartieni, perché le basta sapere che cosa sei disposto a fare insieme agli altri. Undici è il caso più netto. Cresciuta come strumento e identificata con il proprio potere, comincia a esistere quando smette di coincidere con ciò che sa fare. Ma viene accolta e nascosta prima di aver fatto qualcosa per chi la accoglie, e riceve un nome da chi non sa ancora a che cosa servirà. Qualcosa precede l'azione senza coincidere con il coraggio di chi agisce, e basta questo perché la comunità non si lasci ridurre al solo fare.

Quel qualcosa il libro lo chiama destino. Chiamare destino ciò che viene fuori dall'urto fra le circostanze e il nostro modo di starci dentro non costa nulla: nessuno sceglie dove nascere, il proprio corpo, molti incontri decisivi, certe perdite. Su quel materiale si può soltanto provare a dare forma e rispondere, per quanto si può, di ciò che se n'è fatto. Se invece il destino precede l'azione e la chiama, e dopo averla orientata aspetta di essere riconosciuto, ricompare un copione, e un copione scritto prima della recita resta un copione per quanto lo si carichi di senso. Preferisco chiamarlo debito: qualcosa che viene prima e che nessuno ha meritato, ma che non porta con sé istruzioni su come vada saldato. Gli eroi di Stranger Things sbagliano e arrivano tardi, si separano e qualche volta falliscono, e la comunità accade mentre fanno tutto questo; se erano già chiamati a diventare ciò che diventano, il rischio si riduce a una prova d'esame, e con il rischio perde peso anche la responsabilità.

Le comunità vivono
anche di cattive
riunioni e di gente
convinta di incarnare
il bene comune.

Alla comunità destinale spetta anche il compito di «rifare sacro il mondo»: lo spirito si trova nella materia e il bene viene collocato in una dimensione assoluta, trascendente, «inverante». Che una foresta valga più del prezzo del legname è evidente, e che un uomo sia qualcosa di più del suo reddito o del profilo raccolto da un algoritmo dovrebbe risultare banale. Perché tutto questo esista, però, non serve installare un piano superiore sotto quello terreno: la materia possiede già abbastanza mistero senza essere promossa a domicilio dello spirito. E dopo aver visto le coppie oppositive trasformarsi con tanta facilità in dispositivi di esclusione, un male ontologico di qua e un bene assoluto di là riaprono esattamente la coppia che la comunità doveva chiudere, e il dualismo allontanato dalla comunità si ripresenta nella cosmologia.

Il libro chiama «diserzione ontologica» il sottrarsi alle forme che rendono l'uomo disponibile al consumo e all'arruolamento permanente. L'arte e i legami dovrebbero tornare a generare mondi invece di decorare quello che il mercato consegna loro. La pratica arriva molto dopo la teoria, e per ora resta indietro. Una gerarchia nata nell'azione non ha ancora imparato a smontarsi quando l'azione finisce, e una comunità che rifiuta di fondarsi sull'opposizione deve comunque attraversare i conflitti che la percorrono dall'interno. Nulla, nel libro, impedisce alla missione di diventare dottrina o al destino di chiedere obbedienza. Sono obiezioni poco poetiche, ma le comunità vivono anche di cattive riunioni e di gente convinta di incarnare il bene comune. Sottosopra comincia con milioni di spettatori incapaci di accettare che una storia sia finita e arriva a chiedere agli uomini di tornare capaci di costruirne una insieme. Perché accada, occorre che nessuno, prima di cominciare, pretenda di conoscerne già il finale.


SCHEDA LIBRO

Titolo: Sottosopra. Il mondo dopo Stranger Things tra declino e destino
Autore: Vincenzo Notaro
Prefazione: Carlomanno Adinolfi
Editore: Passaggio al Bosco
Luogo di pubblicazione: Firenze
Anno: 2026
Pagine: 154
ISBN: 979-12-5462-210-0
Prezzo: € 14,00
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