Nossignori, la democrazia non è un trucco - Riforma elettorale e idea di popolo
Le firme richieste alle nuove liste non negano la democrazia: impongono una prova di consistenza politica. Resta da stabilire quanto onerosa debba essere.
L’emendamento approvato dal Senato riapre una contesa: chi può presentarsi alle elezioni e quale prova debba offrire. Le opposizioni gridano all’oligarchia. La libertà di fondare un partito rimane intatta; l’accesso alla scheda richiede che dietro il simbolo esista già un soggetto collettivo. Quando una candidatura smette di essere un’intenzione privata?
Cicerone separava il popolo dalla moltitudine riunita per caso. Popolo, scriveva, è la moltitudine tenuta insieme dall’accordo sul diritto e dalla comunanza degli interessi. Un contrassegno certifica un adempimento e un nome annuncia un’ambizione. Le firme attestano che intorno a una proposta si sia raccolto almeno un principio di comunità. Senza quel seguito resta incerto il popolo al quale si pretende di dare voce.
Cicerone separava
il popolo dalla moltitudine
riunita per caso.
L’obiezione più seria riguarda l’esenzione concessa ai partiti rappresentati in Parlamento. Per Aristotele, l’uguaglianza proporzionale ammette differenze quando diversa è la condizione da valutare. I partiti presenti indicano i voti ottenuti; le formazioni esterne raccolgono sottoscrizioni. L’equivalenza è imperfetta: i primi certificano un consenso passato, le seconde una capacità organizzativa presente. Un gruppo può derivare da trasformazioni successive alle elezioni. L’esenzione è un indicatore fallibile. Il confine è discutibile; resta legittimo chiedere una prova a chi non ne abbia fornita una verificabile.
Machiavelli chiamava «ordini» le istituzioni capaci di dare forma ai conflitti della città. Nei Discorsi considera i tumulti la causa prima della libertà di Roma, perché gli ordini li trasformavano in conflitto politico. Tolti gli ordini resta la contesa privata, priva di responsabilità pubblica. Norberto Bobbio collocava le regole nella definizione della democrazia: esse stabiliscono chi sia autorizzato a decidere e attraverso quali procedure.
L’articolo 49 della Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti per «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Concorrere presuppone un’organizzazione collettiva. Nella lettura di Costantino Mortati, il partito raccoglie orientamenti sociali e li traduce in indirizzo politico. Svolge quindi una funzione anteriore alle elezioni, formando una volontà politica capace di entrare nella decisione pubblica.
Machiavelli chiamava
«ordini» le istituzioni
capaci di dare forma
ai conflitti della città.
Tolti gli ordini resta
la contesa privata.
La riforma modifica anche il punto nel quale opera il filtro. Il tre per cento resta la soglia ordinaria per ottenere seggi; l’emendamento consente però ai voti delle liste coalizzate rimaste sotto quella percentuale di concorrere alla soglia del 42 per cento prevista per il premio. Una lista minuscola può aggiungere voti alla coalizione senza conquistare rappresentanza propria. L’aumento delle firme nasce insieme a questa scelta. Il controllo viene anticipato: alla lista che potrà contribuire al premio si chiede una consistenza territoriale prima del voto.
Nel 2001 «Abolizione Scorporo» nel centrodestra e «Paese Nuovo» nel centrosinistra furono usate per eludere lo scorporo previsto dalla legge Mattarella. Erano strumenti delle coalizioni maggiori, dunque il precedente non accusa soltanto i piccoli. Mostra che un vantaggio offerto dalla legge genera il tentativo di ottenerlo al costo minore.
Giuseppe Conte ha evocato Emma Bonino sostenendo che una regola simile le avrebbe impedito di entrare in Parlamento. La storia radicale conduce a una conclusione meno lineare. La raccolta delle firme trasformò molte battaglie minoritarie in fatti politici nazionali. Il richiamo a Bonino può sostenere che il carico sia eccessivo. Non dimostra che ogni verifica preventiva sia contraria alla democrazia.
La richiesta
di un requisito
non è un’aggressione
oligarchica
ma una verifica
di rappresentanza
qualificata.
Rimane da discutere la misura. Oggi la legge richiede da millecinquecento a duemila firme per collegio; l’emendamento porta il minimo a seimila e il massimo a settemila. Presentandosi per entrambe le Camere nel numero minimo di collegi, se la legislatura giunge alla scadenza naturale, si arriva a 228.000 sottoscrizioni. Se lo scioglimento avviene con oltre 120 giorni d’anticipo, la disciplina vigente ne prevede il dimezzamento. Il salto è rilevante. La sua tenuta dipenderà da tempi sufficienti e modalità di autenticazione accessibili. Un filtro materialmente impraticabile cambierebbe natura.
L’ammissione alla scheda riguarda l’accesso a una procedura pubblica che, con questa riforma, permette di concorrere al premio di maggioranza anche senza ottenere seggi. Per questo il legislatore può richiedere una verifica anteriore al voto. La quantità e le modalità della prova appartengono alla discussione parlamentare. Equiparare l’esistenza stessa di un requisito a un’aggressione oligarchica assegna all’autoproclamazione il valore di una rappresentanza già acquisita. È qui che la democrazia diventa un trucco.