La missione del bibliotecario – Un saggio di José Ortega y Gasset
Un classico del 1935 riapre una domanda attuale: chi decide quali libri conservare e quali lasciare all’oblio? Mario Grossi legge Ortega y Gasset alla luce di biblioteche, mercato e rete.
«Un classico è un classico in grazia di una certa permanente e insopprimibile giovinezza»: così Ezra Pound definiva nel suo L’ABC della lettura quel libro che si riproponeva fresco e attuale nonostante il trascorrere del tempo. Questa definizione vale anche per quel piccolo gioiello di Ortega y Gasset, La missione del bibliotecario, che Lit Edizioni ha ripubblicato qualche mese fa. Il testo è la trascrizione del discorso che Ortega pronunciò nel 1935 per inaugurare il Secondo Congresso Internazionale dei Bibliotecari. È un breve saggio che, come una pietra preziosa, si incastona all’interno dell’opera del pensatore e non sfigura al confronto di capolavori come La ribellione delle masse, testo per cui viene quasi esclusivamente ricordato.
Ha il grande pregio di essere un testo elogiativo, ma nasconde nelle sue pieghe un timore che dovrebbe mettere in allarme chiunque legga queste righe e che non so se abbia gettato qualche ombra nell’animo dei bibliotecari presenti. Nella sua esposizione analizza quella che considera una vera e propria missione del bibliotecario. Per farlo, dilata il suo sguardo e parte da un passato remoto che non esiste più, ma che gli serve per mostrare come la professione del bibliotecario si sia trasformata nel tempo e come ora gli operatori dei libri debbano adeguare le proprie caratteristiche a questa evoluzione.
Parte dal Rinascimento, quando si cominciarono a stampare i primi libri, che uscirono dunque da quella nicchia protetta che li aveva custoditi e anche imprigionati nei secoli precedenti: il monastero. La stampa va di pari passo con il crescente interesse per il libro da parte di un numero sempre maggiore di lettori. In questa fase il libro è ancora un bene raro, difficile da trovare. Per questo la prima missione del bibliotecario, oltre a catalogare i libri che via via vengono stampati, è stimolare la curiosità del potenziale lettore, scovare in ogni angolo possibile i testi dispersi e riportarli all’attenzione di chi li vuole leggere. Una sorta di facilitatore e di guida per un pubblico inesperto e desideroso di farsi accompagnare.
Il testo è la trascrizione
del discorso che Ortega
pronunciò all'inaugurazione
del Secondo Congresso
Internazionale
dei Bibliotecari.
Con un salto di alcuni secoli, Ortega descrive poi la situazione a lui contemporanea, che può essere anche la nostra. La stampa è diventata tanto economica che si pubblica una miriade di testi: un profluvio di carta stampata spesso priva di qualsivoglia qualità. Tutta questa carta permette a Ortega una digressione sul libro e sul suo significato, che traccia un discrimine tra i libri veri, quelli che hanno un’utilità per la collettività in quanto portatori di conoscenza, e i libri falsi, tutta quella paccottiglia che nulla ha a che fare con la trasmissione del sapere e della bellezza. Certo, una divisione netta tra Bene e Male un po’ forte e manichea, ma necessaria quando si rischia di essere sommersi da un’onda nera come l’inchiostro dei caratteri tipografici.
Oggi il problema si è ancor più acuito con l’avvento di Internet, che, nata per offrire a tutti l’intero scibile umano, si è trasformata nel più grande impostore mai pensato e generato dalla mente umana. Perché, se è vero che il web ha permesso una dilatazione delle fonti, nel contempo si è rivelato il più grande strumento incapacitante. Impossibile attingere a tutta l’offerta di questo oceano insondabile, in cui non puoi navigare ma solo affogare. Gli stessi specialisti non riescono più nemmeno a compilare una bibliografia che rispecchi il mare magnum disponibile. Figuriamoci se riescono a leggere tutto ciò che passa loro per le mani e che reputano necessario per la propria ricerca. Non a caso va di moda considerare l’intellettuale non più una persona che legge i testi, ma un individuo che a malapena li sfoglia.
È in questa situazione che il bibliotecario assume una nuova responsabilità, che travalica la semplice catalogazione e conservazione dei testi. Il bibliotecario è chiamato a trasformare la sua missione in un compito alto: selezionare i libri necessari e indirizzare il lettore o lo studioso verso i testi imprescindibili. Un compito oneroso che in apparenza sembra nobile, ma nasconde insidie pericolosissime. È a questo punto del discorso che, nel non detto del testo, fanno capolino quelle nubi scure che lo rendono meno lineare e meno elogiativo.
Il bibliotecario non è un individuo isolato che sceglie secondo la propria coscienza: fa parte di una casta che ha un potere temibile nelle mani. Visto che i testi sono troppi e che lo spazio disponibile è sempre più esiguo (nonostante la possibilità di digitalizzare), la casta deve scegliere drasticamente cosa conservare e cosa bruciare in un rogo impalpabile, privo di fiamme, ma che sprigiona un fumo che prende il nome di oblio. Chi non è considerato degno di memoria viene epurato e di lui non rimarrà traccia. Gli indirizzi della casta risentono del tempo in cui vive e delle mode del momento, ma anche delle pressioni che favoriscono certe letture rispetto ad altre.
Il bibliotecario
fa parte di una
casta che ha
un potere temibile
nelle mani.
Il criterio scelto, specie nelle piccole biblioteche paesane, è quello di soddisfare il lettore, che certi testi deve trovarli pronti sugli scaffali a scapito di altri che non ci sono proprio. È così che si trova il libro delle barzellette di Totti e, con sempre più difficoltà, I canti pisani di Pound (cito un caso che mi è successo nella biblioteca del mio paese). La moda poi impone al bibliotecario che vuole soddisfare il grezzo gusto del lettore odierno di preferire i romanzi di Antonio Scuratia classici più vetusti come quelli di Dumas, la cui presenza si ferma a I tre moschettieri e a Il conte di Montecristo. Una situazione che si riverbera anche sulle librerie, sempre più invase da instant book e scempiaggini, preferiti a testi di maggior interesse letterario.
Il tutto è poi aggravato dall’azione delle grandi piattaforme digitali come Amazon, che utilizzano una rotazione che esclude i libri poco movimentati, espunti a favore di una caterva di immondizia che «si vende». Tutto questo provoca, consapevolmente o meno, la cancellazione di una porzione sempre più vasta di letteratura di qualità, che non viene neanche più consigliata. La manipolazione dei libri da parte di tutte le categorie del settore genera un potere di controllo e d’indirizzo che, se mal esercitato, porta un gregge sempre più vasto all’omologazione e alla consenziente interpretazione di tutte le cose attraverso una lente che può facilmente trasformarsi in totalitarismo. Ci vorrebbe una casta di bibliotecari neutra, ma quale élite burocratica può dirsi neutrale di fronte al potere politico che la legittima?
Ancora due esempi. Nel 2007, forse ai più sarà sfuggito, Il Mulino pubblicò Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali dello storico ebreo Ariel Toaff, figlio dell’allora rabbino capo di Roma. Il libro raccontava la storia di San Simonino, un bambino che si diceva fosse stato sacrificato nel 1475 a Trento. Rileggendo gli atti processuali, Toaff compiva una lunga disamina sui pregiudizi, ma anche sui significati rituali e terapeutici del sangue per l’ebraismo aschenazita, concludendo che l’«accusa del sangue» non era sempre un’invenzione.
Ci vorrebbe
una casta di
bibliotecari
neutra.
Apriti cielo! Il professore israelita venne accusato di antisemitismo; la polemica infuriò tanto che la prima edizione venne ritirata e ne fu preparata una seconda, edulcorata, che cambiava in molti passaggi la versione originale. Io, che all’epoca mi ero interessato alla vicenda e avevo acquistato la prima edizione, non mi feci sfuggire la seconda per una lettura comparata, trovandovi enormi differenze che spesso contraddicevano la prima versione. Ora mi domando: la casta dei bibliotecari ha conservato le due edizioni tanto diverse? Ha conservato la prima? Oppure la seconda? Nessuna? Rispondere a queste domande rende evidente il senso della mia preoccupazione ed evidenzia il pericolo della manipolazione anche nella conservazione di un testo.
Un recente episodio più noto conferma le mie paure. Riguarda la polemica tra puristi e innovatori quando uscì la nuova traduzione de Il Signore degli Anelli a cura di Ottavio Fatica, che sostituiva quella storica di Vittoria Alliata, peraltro approvata dallo stesso Tolkien. Anche qui comprai questa nuova versione e cominciai una lettura comparata che mi portò a dire che la nuova era una schifezza. Ma la domanda è sempre la stessa: i bibliotecari conserveranno la vecchia, la sostituiranno con la nuova o le terranno entrambe? O nessuna?
Se questi tarli attraversano anche la vostra mente, non potrete esimervi dal considerare la casta dei bibliotecari come un’élite detentrice di un potere occulto spaventoso, se non esercitato con temperanza. Ma può una casta legittimata da un potere politico, al quale deve rispondere e dal quale deriva la sua posizione, essere temperante? Oppure è costretta, per la sua stessa sopravvivenza, a utilizzare la catalogazione e la memoria per tacitare taluni ed esaltare talaltri, così da compiacere il suo padrone?
SCHEDA LIBRO
Titolo: La missione del bibliotecario
Autore: José Ortega y Gasset
Traduzione: Carla Pinna
A cura di: Antonio Castronuovo
Editore: Elliot Edizioni
Collana: Lampi
Anno: 2026
Pagine: 62 secondo l’editore
Prezzo: 10,00 €
ISBN: 9788892764569
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