Il bolscevismo contro la civiltà - Un pamphlet di Lucien Rebatet
Lucien Rebatet e il suo pamphlet antibolscevico: Mario Grossi ne legge la forza polemica, l’antisemitismo, l’introduzione storica di Claudio Siniscalchi e la pretesa attualità.
Ci sono molti buoni motivi per leggere Il Bolscevismo contro la Civiltà di Lucien Rebatet, che la casa editrice ITALIA Storica Edizioni pubblica opportunamente e con tempismo lungimirante nella sua collana Off Topic. Molte voci si solleveranno per stigmatizzare, con quel moralismo che sembra un po’ la bava della lumaca, chi ne consiglia la lettura. Si udrà il latrare dei cani. Ma è un fascista! Un collaborazionista! Uno che non si è mai pentito! È stato condannato a morte! Faceva parte della cricca dei reprobi: Céline, Brasillach, Drieu, Bardèche, Bonnard!
Voi leggetelo perché, guarda caso, questa cricca rappresenta la letteratura di alto livello della Francia di quel periodo. Sono autori riscoperti e ripubblicati oggi perché sono giganti della letteratura che non possono essere dimenticati e vanno letti. E per conoscerli in tutte le loro sfaccettature, anche quelle più indigeste, vanno letti integralmente.
Per chi non ha dimestichezza con Lucien Rebatet è fondamentale e ricca di spunti l’introduzione di Claudio Siniscalchiche assume, per profondità e lunghezza, la fisionomia di un saggio breve e occupa la metà del libro in questione.
Siniscalchi ripercorre non solo la vita di Rebatet, ma disegna un quadro molto ben delineato del clima degli anni Trenta nella Parigi che ospitava questi personaggi. La ricostruzione delle varie fasi della rivista Je suis partout, che, partendo da posizioni conservatrici, si radicalizza sempre di più, serve a capire come l’umore di quegli anni vada surriscaldandosi in un crescendo che si trasformerà in un fuoco destinato ad appiccare le sue fiamme a tutta Europa.
Sembra quasi di poter dire che il testo in questione sia opera di due autori: uno ha scritto un magistrale saggio introduttivo e l’altro ha prodotto un pamphlet incendiario che descrive, molto meglio di tanti testi storici, la prima metà del Novecento.
Ma è un fascista!
Un collaborazionista!
Uno che non si è mai
pentito! È stato
condannato a morte!
Faceva parte della
cricca dei reprobi...
Voi leggetelo lo stesso.
Un primo buon motivo per leggere il testo di Rebatet è proprio questo. Per comprendere gli avvenimenti di un dato periodo è necessario il testo storico, sperando che sia sufficientemente neutrale, che fa dell’analisi il suo cardine di conoscenza. Ma per poter interpretare quegli avvenimenti e contestualizzarli, inserendovi anche i sentimenti e le idiosincrasie dei protagonisti, non c’è niente di meglio che un pamphlet e le sue sintesi fulminanti.
Potrei dire che fa da contraltare ai tanti testi apologetici della Rivoluzione dei Soviet, come I dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed. In entrambi i casi, il lettore accorto deve ricordare che sono testi partigiani e quindi deve ergersi a giudice neutrale, assorbendone gli umori senza che questi si trasformino in veleni. Solo così potrà godere di questa rappresentazione teatrale da spettatore imparziale. Un testo polemico quello di Rebatet, di parte, ideologico ma sincero perché mette a nudo non solo il pensiero del suo autore, ma anche le sue paure, il retropensiero, le rabbie covate ed esplose in una partigianeria che mai diventa menzogna.
Un secondo motivo per cui è bene leggere questo testo è che si fa presto a dire pamphlet. Saperlo scrivere è un’altra cosa. Céline ce lo ha mostrato a chiare lettere con Bagatelle per un massacro e Mea culpa e Rebatet ce lo conferma. Un pamphlet deve essere rabbioso, ma la rabbia non può mai varcare la soglia della menzogna. In questo caso, per menzogna bisogna intendere la negazione del genuino sentimento dell’autore, che scarica le sue pulsioni nel testo senza infingimenti.
Per essere rabbioso il testo deve avere un suo stile particolare. Lo stile di Rebatet è didascalico da questo punto di vista. Frasi brevi, secche, nervose al limite dell’isteria, assertive ma coperte da una verità di fondo che è difficile non riconoscere; suono stentoreo nella metallicità della sua musica. Sintesi estrema ma esplicativa. Periodi cromati e luccicanti da cui fuoriesce lava incandescente. Rebatet in due paginette racconta la presa del potere dei Soviet senza tralasciare nulla, cosa che un testo storico avrebbe fatto in centinaia di pagine. A partire dalla fulminea definizione del comunismo «una contraffazione, una terribile corruzione del socialismo umano e spesso realistico dei teorici francesi come Proudhon e Georges Sorel». In questa estrema, abbaiata sintesi nulla è trascurato perché è l’aria che si respira, il clima che si trasmette, la contemporaneità della propria rabbia che basta a capire. Magari con la pancia e non con la testa. Ma sovente la pancia racconta molto di più della testa.
Comunismo come
«una contraffazione,
una terribile corruzione
del socialismo umano
di Proudhon e
Georges Sorel
Per fare questo e scrivere un pamphlet che non sia pura invettiva individuale è necessaria una grande penna e un autore all’altezza. Rebatet è all’altezza ed è capace di passare da un romanzo sterminato come I due stendardi a un testo striminzito di poco più di quaranta paginette senza che il suo stile ne sia compromesso. Rebatet, nella sua furia selvaggia, accusa il comunismo di essere una forma di giudaismo applicato alla politica. E che l’autore si professi antisemita potrebbe spingere gli animi più delicati a disprezzare questo testo e il suo autore.
In aiuto agli stomaci deboli viene l’introduzione di Siniscalchi, che ha la capacità di inquadrare storicamente, senza cercarvi facili assoluzioni, l’antisemitismo francese, che parte da lontano e ha prosperato in buona parte della società d’oltralpe dell’epoca.
«L’antisemitismo in Francia assume una precisa fisionomia nella seconda metà dell’Ottocento, Charles Fourier, Alphonse de Toussenel e Pierre-Joseph Proudhon (pensatori di sinistra) prendono di petto in maniera netta il ruolo degli ebrei nella società. […] Sarà nell’incandescenza della polemica scatenata dall’affaire Dreyfus, e grazie soprattutto alla presa di posizione di Émile Zola nel suo scritto J’accuse (1898), che l’antisemitismo si trasferirà da sinistra a destra. L’ebreo da dominatore del Capitale si trasformerà in nemico della Nazione».
Sta di fatto che il morbo sovietico che infetta la Russia per poi espandersi a buona parte d’Europa, in nome dell’universalismo della rivoluzione e della fratellanza di classe, viene descritto con una forza che non esclude niente: fame, sottomissione, distruzioni, fallimenti economici, carestie, deportazioni. È tutto elencato e descritto senza tralasciare nulla. Una serie di accuse che, nella loro secca brevità, assumono il sapore di una condanna atemporale.
Sopra ognuna di queste accuse circostanziate aleggia un sentimento di paura e di preoccupazione che poi sfocerà prima nella guerra ideologica di Spagna e poi in quella guerra civile europea ben descritta da Ernst Nolte ne La guerra civile europea, 1917-1945. Nazionalsocialismo e bolscevismo, e poi da Enzo Traverso in A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945, nella ben nota teoria del nazionalsocialismo come reazione impaurita alla rivoluzione bolscevica.
L’odierno progressismo
è molto diverso
dal comunismo di cento
anni fa, ma le sue radici
sono ancora ben salde
in quel terreno.
Un terzo buon motivo per leggere questo testo è la sua attualità. Sbaglierebbe chi considerasse questo scritto come un reperto del secolo scorso ormai sepolto. Alcuni fatti degli ultimi giorni ce lo sottolineano con forza. L’odierno progressismo è molto diverso, nelle forme, dal comunismo di cento anni fa, ma le sue radici sono ancora ben salde in quel terreno. Cambia pelle ma non metodi questo polimorfo camaleonte.
In un momento storico in cui la radicalizzazione delle posizioni torna a farsi strenua e minacciosa bisogna tornare, con tutti i mezzi di lettura possibili, a capire quel tempo per riscoprire i residui massimalismi che allignano soprattutto in un messianico progressismo che ha assunto le tinte di una nuova religione laica, fatta di papi profani, dogmi e scomuniche.
Ne è testimonianza quel ragazzotto, mal istruito (o ben indottrinato?), che si dichiara orgoglioso pronipote del comunismo. Non un qualsiasi scimunito antifa che passava di là ignaro, ma un giovane dirigente del PD. Uno che ha studiato. O pretende di averlo fatto.
Bisogna tornare a capire cosa sia stato veramente il comunismo. Che non è certoquell’utopia edulcorata che alberga nelle menti assopite di chi lo vorrebbe far risorgere, sotto spoglie diverse, come un luminoso sol dell’avvenire. Bisogna farlo con franca radicalità uguale e contraria alle intemerate del giovane di cui sopra.
Ci sono dei periodi storici in cui certi libri devono essere pubblicati e di conseguenza letti. A brigante, brigante e mezzo. Ma si potrebbe chiosare: a falso brigante, vero brigante e mezzo!
Lucien Rebatet è un grande scrittore, una penna raffinata che ha avuto la colpa di non volersi mai pentire del suo passato e di essere stato il calamo più corrosivo della sua generazione.
SCHEDA LIBRO
Titolo: Il bolscevismo contro la civiltà
Autore: Lucien Rebatet
Traduzione e note: Jacopo Davoli
Introduzione: Claudio Siniscalchi
Editore: ITALIA Storica Edizioni
Collana: Off Topic
Anno: 2026
Pagine: 94
Prezzo: € 14,00
ISBN: 978-88-31430-48-7
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