CAPITAN HARLOCK E L’ETICA DEL RIBELLE - un libro di Mario Grossi
Capitan Harlock, nella lettura di Mario Grossi, misura il punto in cui libertà, responsabilità, coraggio, promessa smettono di essere parole nobili e diventano costo. La figura creata da Leiji Matsumoto porta addosso una ferita più larga della sua cicatrice: una civiltà che preferisce essere amministrata, protetta, nutrita, distratta, purché qualcuno le risparmi il peso della decisione. Il problema di Harlock nasce lì: nella distanza tra un uomo che vive sotto la propria bandiera e un’umanità che ha consegnato la bandiera a un ufficio, a uno schermo, a una procedura.
Capitan Harlock porta
addosso una ferita più larga
della sua cicatrice
La prefazione di Ilaria Grossi apre il volume da una scena concreta: lo studio del padre, una statuetta di Harlock, un’immagine rimasta a lungo muta e poi interrogata. Il personaggio di Matsumoto esce così dalla nostalgia di una generazione e torna a chiedere lettura, distanza critica, riconoscimento del suo peso simbolico.
La Terra del 2977 ha già ceduto prima dell’arrivo del nemico. Ha città, Parlamento, Primo Ministro, apparati, servizi, automi, intrattenimento. Ha tutto ciò che serve alla sopravvivenza e quasi nulla di ciò che serve alla vita. Gli uomini sono mantenuti, addolciti, ipnotizzati, liberati dal lavoro e svuotati dall’assenza di compito. La comodità diventa una forma di cattività senza sbarre. Il governo pensa al golf mentre la minaccia precipita dal cielo; i cittadini ricevono quiete in cambio di rinuncia; la paura viene rimossa come disturbo della digestione pubblica. L’immagine è feroce proprio perché assomiglia troppo alla nostra: un mondo in cui la delega smette di organizzare la responsabilità e comincia a sostituirla.
La sua libertà ha qualcosa di duro,
quasi ingrato. Esige presenza,
scelta, rischio, tenuta
Harlock si separa da questa pace guasta. La sua pirateria nasce dal disgusto verso una normalità che chiama ordine la propria resa. La legge terrestre lo marchia come fuorilegge; il suo codice interno lo obbliga a restare fedele a una giustizia più antica della legge. Harlock combatte su due fronti: contro l’invasione aliena e contro l’inerzia degli uomini, contro le Mazoniane e contro la sonnolenza morale della propria specie. La sua libertà ha qualcosa di duro, quasi ingrato. Esige presenza, scelta, rischio, tenuta.
L’Arcadia, l’astronave pirata di Harlock progettata da Tochiro e abitata dalla sua memoria trasferita nel computer centrale, diventa il rovescio della Terra. È nave e casa insieme, comunità scelta e memoria mobile, un corpo politico minimo sottratto alla sonnolenza terrestre. A bordo la massa scompare: restano presenze singolari, tenute insieme da una scelta. Ognuno porta una frattura. Ognuno trova una funzione. Il comando di Harlock tiene insieme le differenze. La sua libertà ha qualcosa di duro, quasi ingrato. Esige presenza, scelta, rischio, tenuta.libertà del Capitano include una comunità scelta, concreta, esposta. Harlock è solitario nella postura, comunitario nella pratica. Vive lontano dalla Terra, eppure resta vincolato a Mayu, la figlia di Tochiro affidata alla sua custodia, alla parola data all’amico morto, alla memoria degli affetti perduti, alla responsabilità verso chi ancora non sa difendersi.
Harlock è un antico
precipitato nel futuro,
un uomo fuori epoca
perché ancora capace
di vergogna, fedeltà e scelta
Il reticolo culturale costruito da Grossi spinge Harlock fuori dal recinto pop. Il pirata spaziale porta con sé il corsaro romantico della letteratura d’avventura, il ronin della tradizione giapponese, il samurai legato all’onore, il capitano tragico che vive sulla soglia della perdita, lo stoico che governa paura e destino. In questa figura passano Salgari, Dumas, Verne, il Bushidō, l’Hagakure, il teatro Nō, il mito del viaggio e della nave come luogo iniziatico. Dentro questa abbondanza emerge un baricentro riconoscibile: Harlock è un antico precipitato nel futuro, un uomo fuori epoca perché ancora capace di vergogna, fedeltà e scelta.
Le letture politiche cercano spesso di arruolare Harlock dentro una bandiera già pronta. Grossi sottrae il personaggio a questa fame di appropriazione. Harlock sfugge al programma e incarna una postura. Il riferimento al Ribelle di Ernst Jünger chiarisce la questione: opposizione all’automatismo, rifiuto del fatalismo, scelta individuale che assume un destino più largo. La sua politica sta nel gesto di non lasciarsi amministrare l’anima. Tutto il resto viene dopo, e spesso arriva già impoverito.
L’uomo liberato dalla fatica
può diventare più libero
oppure più vuoto
Il futuro di Harlock contiene il nostro presente con una precisione a tratti sgradevole. L’uomo liberato dalla fatica può diventare più libero oppure più vuoto. La tecnica può sostenere la vita oppure addormentarla. La televisione di ieri e gli schermi di oggi lavorano sullo stesso nervo: occupare l’attenzione, sedare il conflitto, trasformare la cittadinanza in consumo passivo di tranquillità. La condanna della tecnica resterebbe troppo facile e troppo povera. La questione riguarda la perdita della forma umana quando la tecnica diventa supplenza dell’anima.
Grossi attraversa Harlock proprio in questa zona. Il pirata dello spazio resta moderno perché inchioda l’uomo alla domanda che la civiltà del comfort tenta di rimuovere: quanto sei disposto a perdere pur di restare libero?
— Miro Renzaglia
Scheda libro
Titolo: Capitan Harlock e l’etica del ribelle
Sottotitolo: Analisi filosofica e culturale di un’icona moderna
Autore: Mario Grossi
Prefazione: Ilaria Grossi
Editore: Idrovolante Edizioni
Collana: Sedici Raggi
Anno: 2026
Pagine: 204
Prezzo: € 15,00
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