L’ARMENIA NON È UNA PROVINCIA RUSSA - L’Europa comincia dove finisce di avere paura

L’ARMENIA NON È UNA PROVINCIA RUSSA - L’Europa comincia dove finisce di avere paura

Mi fermo davanti alla carta del Caucaso e mi viene un fastidio fisico. Proprio nello stomaco. Basta guardarla un minuto, quella striscia di montagne, confini, ferite, corridoi, eserciti, memorie massacrate, per capire che l’Armenia non sta scegliendo un salotto diplomatico. Sta scegliendo se respirare. Sta scegliendo se restare chiusa nel vecchio recinto imperiale russo oppure tentare la via, difficile e necessaria, di una sovranità europea. E Mosca, come sempre, quando un popolo prova ad alzare la testa, non risponde con argomenti. Risponde con il ricatto.

A Mosca non faceva paura
la NATO. Faceva
paura l’Europa

Vladimir Putin ha fatto il suo mestiere. Quello che sa fare. Ha guardato Erevan e ha agitato davanti agli armeni il fantasma dell’Ucraina. Per anni Mosca ha venduto al mondo la favola della NATO alle porte, della Russia accerchiata, della sicurezza minacciata. Ora, parlando dell’Armenia, il capo del Cremlino ha spostato il punto: tutto sarebbe cominciato, dice, dal tentativo ucraino di entrare nell’Unione Europea. Tradotto: se cercate Bruxelles, ricordatevi Kyiv. Se scegliete l’Europa, guardate le macerie. La guerra non nasceva dalla paura di un’invasione NATO. Nasceva dal terrore politico che un Paese dell’ex spazio sovietico scegliesse Bruxelles, lo Stato di diritto, le istituzioni europee, una sovranità non più amministrata da Mosca. Kyiv ha scelto una direzione politica. Mosca ha scelto l’invasione.

La Russia non tollera popoli vicini. Tollera satelliti. Tollera governi addomesticati e frontiere sorvegliate. Quando un Paese dice “voglio decidere da solo”, il Cremlino sente un affronto personale. L’Europa, per Mosca, non è un insieme di trattati, mercati, istituzioni e garanzie civili. È una malattia politica. Un contagio. Una diserzione. L’Armenia europea diventa allora una colpa da punire prima ancora che un progetto da discutere.

Nel Nagorno-Karabakh,
Mosca ha disatteso gli impegni
di sicurezza assunti
verso l’Armenia

Eppure Erevan ha imparato sulla propria pelle che la protezione russa vale quanto una porta chiusa durante l’incendio. Nel momento decisivo, quando il Nagorno-Karabakh veniva travolto e gli armeni capivano il prezzo dell’isolamento, Mosca ha offerto calcolo, inerzia, gestione cinica del danno. La vecchia alleanza si è rivelata per quello che era: una catena venduta come scudo. Chi oggi accusa l’Armenia di tradimento dovrebbe avere almeno il pudore di ricordare chi ha lasciato soli gli armeni quando il loro destino veniva riscritto con la forza.

Per questo l’Armenia riguarda anche noi. Riguarda l’Europa che siamo e quella che continuiamo a rimandare per viltà, lentezza, burocrazia, paura di disturbare i predatori. Ogni volta che un popolo cerca Bruxelles per sottrarsi a Mosca, l’Unione Europea viene messa davanti alla propria verità. Può restare un mercato elegante, pieno di dichiarazioni ben scritte e tavoli tecnici. Oppure può diventare una potenza civile capace di proteggere chi sceglie il suo spazio politico. L’Armenia chiede esattamente questo: protezione, integrazione, respiro, futuro.

L’Unione Europea deve smettere
di chiedere scusa per esistere
come polo storico,
strategico e morale

Io non ho alcuna simpatia per l’Europa dei rinvii. Per l’Europa che firma comunicati mentre i confini bruciano. Per l’Europa che parla di valori e poi tratta la sicurezza come una pratica amministrativa da spostare alla settimana prossima. Se l’Armenia si avvicina all’UE, l’UE deve esserci. Deve esserci con una presenza politica riconoscibile, con una protezione concreta, con una scelta strategica che dica a Mosca una cosa sola: il tempo dei cortili imperiali è finito. Senza tremare ogni volta che il Cremlino batte il pugno sul tavolo. Quel pugno ha già distrutto abbastanza.

La linea è semplice. L’Ucraina va sostenuta fino a una pace giusta, fondata sulla sua integrità e sulla sconfitta politica dell’aggressione. L’Armenia va accompagnata nel suo percorso europeo senza consegnarla alla vendetta russa. L’Unione Europea deve smettere di chiedere scusa per esistere come polo storico, strategico e morale. Perché il mondo che Putin vuole imporre è chiarissimo: zone d’influenza, popoli sorvegliati, sovranità condizionata, libertà concessa dal padrone. Contro questa roba, ogni esitazione europea è complicità per stanchezza.

— Aristea