I socialisti possono essere felici? – Un libro di George Orwell
Dodici scritti brevi di George Orwell mostrano il potere mentre agisce sull’individuo: povertà, burocrazia, disciplina e utopia come forme della disumanizzazione.
Ci sono autori che sembrano dei fuochi spenti. Le ceneri dei loro capolavori offuscano e nascondono le braci ancora attive dei loro testi considerati minori. Ma sono quelle braci ancora ardenti che possono ravvivare la fiamma del loro talento e riaccendere la curiosità del lettore che si è fermato alla contemplazione delle pur maestose ceneri superficiali. È questo il caso di George Orwell, giustamente venerato per La fattoria degli animali e per 1984, le cui ceneri nascondono dei tizzoni roventi che ne ravvivano i fasti.
È uscita una raccolta di articoli e microsaggi che porta un titolo fuorviante, I socialisti possono essere felici?, che riprende il titolo di uno degli articoli ma che non rende merito al tema complessivo che dà coerenza alla scelta dei testi compresi nella raccolta. Sono dodici scritti brevi che, sotto angolazioni diverse, indagano un unico tema, forse il tema più caro all’autore: il rapporto esistente tra il potere e l’individuo.
Un rapporto totalmente asimmetrico a favore del Grande Leviatano che esercita la sua sproporzionata forza nei confronti del singolo che non ha armi abbastanza forti per contrapporsi a questo peso enorme che lo sovrasta e tende a schiacciarlo. Un potere che utilizza tutti i mezzi a sua disposizione per annichilire l’individuo che non vuole sottomettersi o che, per evitare guai, cerca di nascondersi in un territorio che risulta essere, nell’immaginario del fuggiasco, libero e che invece risulta una trappola ulteriore che non lo salva dal disastro. È una sottomissione da parte di un’entità, il Leviatano appunto, che con i suoi mille tentacoli non dà respiro, non concede tregua, non permette zone franche. Il suo potere è onnipervasivo, immanente e scrupoloso e ha uno strumento infallibile: la disumanizzazione dell’individuo stesso.
Il Grande Leviatano
esercita la sua
sproporzionata forza
nei confronti
del singolo.
Questo tema è ricorrente in ogni opera di Orwell, a partire da 1984, in cui la descrizione della società distopica raccontata passa sempre e comunque per la distruzione di ogni umanità dei cittadini che arrivano a tradire i loro più cari amici e le loro più ferme idee pur di non farsi demolire da una macchina infernale che non ha nessun interesse verso la loro individualità.
«La fattoria degli animali» ci racconta che non ha importanza da chi sia esercitato questo enorme, burocratico, invisibile, invasivo potere. Il solo fatto di detenerlo è sufficiente alla macchina distruttrice per mettersi in moto. Non sono gli uomini ad essere i detentori di tale potere coercitivo e infame perché basta che i maiali ne prendano il posto che il gioco al massacro riprende con solerte vigore. Riecheggiano in questo romanzo le considerazioni di Milovan Gilas, comunista dissidente, che scrisse pagine decisive su questo tema nel suo La nuova classe.
Se si sonda l’umore di Fiorirà l’aspidistra, la triste pianta che vivacchia stanca in tutte le case dei piccoli borghesi inglesi, si scoprirà che il povero commesso fa parte di un meccanismo teso a stritolarlo. E lo stritolatore è l’invisibile boa constrictor rappresentato da una società che, sotto le mentite spoglie di una comunità civile e ben educata, attraverso un salario del tutto inadeguato, lo fa campare ai margini del sopportabile per poi demolirlo appena questi accenna ad una prima debolezza dovuta allo sfinimento cui il suo lavoro e la sua condizione lo obbligano. Il consumarsi lento ed inesorabile di scarpe ed indumenti che non può ricomprarsi ne è tragica testimonianza.
Il tutto mistificato da un’apparente triste dignità degli stessi individui che si illudono nella loro tranquilla disperazione. «Quei piccoli borghesi là, dietro le loro tendine ricamate, coi loro figli, i loro mobili dozzinali e le loro aspidistre, essi vivevano secondo il codice del denaro, senza dubbio, e riuscivano ciò nonostante a conservare la loro dignità. Avevano le loro norme, i loro inviolabili punti d’onore. Si «mantenevano rispettabili»: facevano garrire le loro aspidistre, come bandiere».
La disumanizzazione
utile al potere
per sottomettere
l’individuo viene
investigata in ambiti
diversi.
Ne La strada di Wigan Pier, un lungo reportage tra gli operai e i minatori durante la Grande Depressione, si descrivono le condizioni abbrutenti della loro condizione, dovute anche qui alla disumanizzazione cui la macchina del potere li costringe per i suoi fini. È un reportage che ricorda molto da vicino quello di Jack London, Il popolo degli abissi, pubblicato trent’anni prima. Accade lo stesso in Omaggio alla Catalogna, in cui i ricordi della sua esperienza della Guerra di Spagna con i repubblicani si alternano alla descrizione delle vessazioni degli emissari sovietici e della GPU nei confronti di anarchici e socialisti.
Per tornare al testo in questione, ne I socialisti possono essere felici? ritornano prepotenti questi temi. La disumanizzazione utile al potere per sottomettere l’individuo viene investigata in vari ambiti diversi.
Il dormitorio descrive uno dei ricoveri londinesi che rispondono bene all’ipocrisia del potere che dona un riparo e un pasto in cambio della totale sottomissione dei poveracci che vengono marchiati con un numero e con quello vengono individuati. Fantasmi tutti uguali nei loro abiti a brandelli, nella loro sporcizia incrostante, nella loro paura di essere estromessi dal kapò di turno che regolamenta, in nome del potere, della disciplina e dello slogan, quintessenza dell’ipocrisia, “lo facciamo per il vostro bene”, gli ingressi al dormitorio.
Anche qui il potere che sta dietro le quinte agisce per interposta persona, così come in Impiccagione, dove è il boia che agisce, agito dalla Bestia burocratica che tutto sorveglia e tutto regolamenta. Lo sgomento di vedere per la prima volta la soppressione di una vita umana impressiona Orwell che sottolinea questa barbarie osservando le risa degli astanti che, non sopportando la tensione del momento, sfogano la loro ansia in una risata liberatoria, anch’essa coatta e guidata da oscuri fili che la rendono obbligatoria e per nulla libera ma solo necessaria per non soccombere psicologicamente alla tragedia di un misfatto appena compiuto.
In Come muoiono i poveri il potere che agisce sull’individuo malato e bisognoso di cure ma soprattutto di un supporto psicologico è rappresentato dal medico algido, indifferente, attorniato da studenti bramosi di tastare, auscultare, percuotere petti senza degnare della benché minima compassione il paziente che, personalità trasparente, non è nemmeno visto se non come un oggetto buono per le proprie esercitazioni. La sua disumanizzazione è totale perché non è nemmeno in grado di ribellarsi a questo stato di cose ma subisce passivamente questo scempio che prende la forma della visita ospedaliera ma che assomiglia molto di più all’applicazione ferrea della regola del potere.
Quando la società
ideale si trasforma
in pratica corrente,
il veleno insito
in una burocrazia
elitaria si rivela
per quello che è:
un mostro
che schiaccia tutto.
Si arriva infine al saggio brevissimo I socialisti possono essere felici? che sembra essere la risposta alla disumanizzazione descritta negli altri articoli. Ma la risposta a quella che appare una domanda retorica è: no! Anche il socialismo è una forma di consolazione irrealizzabile di un modello che non può rendere felici perché tenta di trasformare il vero significato di felicità.
A partire da A Christmas Carol di Dickens, in cui la vera felicità si esplicita nella cena di Natale in cui Timmy e la sua famiglia possono finalmente mangiare e sospendere temporaneamente quello stato di fame che percorre tutta la loro vita, Orwell descrive quei modelli di «paradiso in terra» che vorrebbero estendere all’infinito una felicità che nella realtà non può essere altro che un’effimera sospensione dai dolori di tutti i giorni. Una società utopica in cui questa estensione infinita è solo l’ultima tragica presa in giro del poveraccio che genera solo noia, incapacità di desiderare e nascita di una burocrazia parassitaria che tende a sopire tutti, non «per il loro bene», ma per non essere disturbata.
Insomma anche qui, quando la forma ideale si trasforma in pratica corrente, il veleno insito nel potere concentrato in una burocrazia elitaria si rivela per quello che è: un mostro che schiaccia tutto, un Moloc che chiede sangue per sedare la sua sete inestinguibile, una classe elitaria con i suoi clientes che si poggia sulla fatica e sul terrore di una molteplicità di individui che accettano per paura una schiavitù imperniata sul loro abbrutimento.
È sbagliato ritenere questi articoli come un retaggio ancorato al secolo scorso. L’attualità di certi comportamenti e di certi temi è più attuale che mai, così come il potere onnipervasivo che, seppur fattosi più ovattato, è ancora lì ad esercitare una pressione insopportabile su chi non partecipa al banchetto dei salvati.
I sommersi persistono, magari in una condizione migliore rispetto a quella descritta, ma ancora schiacciati da quello strumento invincibile che si chiama disumanizzazione.
SCHEDA LIBRO
Titolo: I socialisti possono essere felici?
Autore: George Orwell
A cura di: Santa Bellomìa
Editore: Ultima Spiaggia
Anno: 2026
Pagine: 150
Formato: brossura
ISBN/EAN: 9788898607945
Prezzo: € 10,00
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