Il fascismo che spiega tutto non spiega più niente - La solita ossessione di Repubblica
Repubblica presenta, con Naomi Klein e Astra Taylor, un nuovo fascismo apocalittico e tecnologico. Ma quante caratteristiche può perdere un fenomeno prima di diventare un altro?
La fortuna contemporanea del fascismo ha qualcosa di paradossale: più si allontana il regime che gli diede forma, più si moltiplicano i fenomeni che dovrebbe spiegare. Sul Venerdì del 23 ottobre, presentato online il giorno prima, Repubblicaannuncia «Il fascismo che non ti aspetti». È apocalittico, tecnologico ed etnonazionalista: abita l'America di Donald Trump e attraversa le oligarchie digitali, fino ad assumere i tratti delle nuove destre internazionali. Una capacità di metamorfosi che pone una domanda piuttosto elementare: quante caratteristiche può perdere un fenomeno prima di diventare un altro fenomeno?
Il fascismo italiano fu qualcosa di assai più determinato di una disposizione autoritaria del potere. Emilio Gentile ne ha ricostruito la natura di esperimento totalitario: un partito che aspirava a identificarsi con lo Stato, una religione politica, la mobilitazione organizzata delle masse, la formazione dell'uomo nuovo, la subordinazione dell'individuo alla nazione. La violenza squadrista fu un metodo per arrivare al potere; la distruzione del pluralismo servì a esercitarlo senza rivali. Altra cosa fu la politica del regime, che investiva la scuola, la famiglia, le professioni, l'organizzazione del tempo e la rappresentazione simbolica della comunità nazionale. Il fascismo pretendeva di produrre una nuova civiltà, attribuendo allo Stato il compito di plasmarla. Anche la sua diffusione come modello internazionale comportava la riproduzione, con varianti nazionali, di un progetto politico e antropologico riconoscibile.
Di quella costruzione l'ordinamento economico è parte decisiva. La Carta del Lavoro del 1927 proclamava la nazione un organismo unitario, superiore agli individui, e definiva il lavoro un «dovere sociale», tutelato dallo Stato proprio in quanto tale. Nel progetto corporativo, capitale e lavoro avrebbero dovuto concorrere alla produzione sotto la direzione statale, mentre il conflitto fra le classi doveva essere assorbito in organismi istituzionali. Giuseppe Bottai, Ugo Spirito e Giovanni Gentile elaborarono, con accenti diversi, una concezione che contestava tanto il liberalismo individualista quanto il socialismo marxista. La distanza fra teoria e realizzazione fu notevole: le corporazioni non eliminarono gli interessi economici esistenti, la proprietà privata rimase centrale, lo sciopero e l'autonomia sindacale furono soppressi mentre il progetto iniziale di socializzazione delle imprese trovò realizzazione solo nell'epilogo della Repubblica sociale. Resta la peculiarità del disegno: organizzare politicamente la produzione come funzione della comunità nazionale.
Da Mussolini
a Trump,
Repubblica usa
la parola
fascismo
per definire
fenomeni
diversi.
Anche la dimensione materiale appartiene alla fisionomia del regime. Previdenza, assicurazioni contro gli infortuni, assistenza, disciplina dell'orario di lavoro, bonifiche, infrastrutture e città di fondazione rispondevano a un progetto che interveniva direttamente sull'esistenza quotidiana. La previdenza nazionale risaliva al 1898, mentre le assicurazioni contro gli infortuni avevano origini ottocentesche: attribuirne l'invenzione a Mussolini sarebbe un falso storico. Il regime le riorganizzò, dando forma nel 1933 agli istituti che sarebbero diventati l'INPS e l'INAIL; nel 1935 rimise mano all'assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali. Nel 1923 fissò il limite ordinario di otto ore giornaliere o 48 settimanali, con esclusioni e successive deroghe. Le bonifiche, che in parte proseguivano iniziative precedenti, e centri come Littoria (oggi Latina) e Sabaudia rappresentarono interventi territoriali legati alla trasformazione agricola e demografica. Nella stessa esperienza convivevano realizzazioni e propaganda, controllo sociale e interessi economici. Il consenso e l'inquadramento della popolazione passavano anche attraverso questi strumenti, con i quali il regime organizzava materialmente la propria presenza nella società.
La stessa nozione di totalitarismo rivela quanto sia impegnativo classificare i regimi. Hannah Arendt, nelle Origini del totalitarismo, individuò soprattutto nel nazismo e nello stalinismo le forme compiute di un dominio fondato sull'ideologia e sul terrore, distinguendole dalla dittatura fascista italiana. Emilio Gentile ha contestato quella lettura, insistendo sull'originalità del progetto totalitario fascista. La divergenza investe il criterio stesso della classificazione: per Arendt il dominio totale è un elemento determinante; per Emilio Gentile assume rilievo anche il processo attraverso il quale un movimento tenta di trasformare integralmente lo Stato e la società. Un regime deve aver realizzato completamente il proprio progetto totalitario per essere definito tale, oppure conta anche la struttura organizzativa e ideologica attraverso cui persegue quell'obiettivo? La difficoltà – come si vede – nasce già quando si cerca di dare un nome rigoroso al fascismo che è realmente esistito.
Naomi Klein e Astra Taylor, intervistate da Anna Lombardi, propongono la categoria di fascismo della fine dei tempi. Descrivono un'alleanza fra nazionalisti etnici, fondamentalisti religiosi e oligarchi tecnologici, accomunati dall'idea che le catastrofi ambientali e sociali possano essere affrontate attraverso la sopravvivenza selettiva dei privilegiati. La loro analisi distingue due prospettive complementari: da una parte le enclave private dei miliardari, protette da ricchezza e tecnologie; dall'altra gli Stati-fortezza, che militarizzano i confini e ricorrono alla coercizione per difendere la propria popolazione selezionata. Esistono analogie con il fascismo storico: il nazionalismo etnico, la costruzione del nemico, l'esaltazione della forza, la subordinazione dei diritti a un'appartenenza collettiva. Ma il fascismo novecentesco prometteva la rigenerazione della nazione attraverso uno Stato capace di organizzare integralmente la società, secondo la formula di Mussolini: «Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». Il modello apocalittico contempla, invece, la frammentazione in domini privati: le enclave dei miliardari, pronti però a servirsi dello Stato quando conviene ai loro interessi. Il corporativismo fascista, fondato sulla direzione statale della produzione, appartiene a un altro progetto. Questa diversità economica non esclude, da sola, continuità politiche e ideologiche. Bisogna però stabilire quali strutture rendano decisive quelle continuità: il rapporto fra movimento e Stato, la mobilitazione delle masse, la concezione della comunità nazionale. Di per sé, autoritarismo e nazionalismo non bastano a fare un fascismo. Se cambia il fine del potere, quanto può restare immutata la sua definizione?
Di per sé,
autoritarismo
e nazionalismo
non bastano
a fare un
fascismo.
Il passaggio dalla ricerca al linguaggio giornalistico complica la questione. Nella presentazione del 22 ottobre Repubblica domanda: «Che forme ha il nuovo fascismo?». Subito dopo annuncia un numero dedicato al «boom delle destre autoritarie». Il movimento fra le due espressioni è rivelatore. L'autoritarismo è una categoria politica ampia, che comprende regimi e movimenti profondamente differenti; il termine fascismo, proposto in questa chiave, identifica una particolare esperienza storica con una famiglia di fenomeni ancora tutta da definire. Klein e Taylor hanno elaborato una teoria per giustificare quell'identificazione. Il giornale, nella titolazione, ne anticipa il risultato: la categoria da dimostrare diventa la premessa del racconto. Già nel 1944 George Orwell, in What Is Fascism?, osservava che «fascista» era diventato un insulto applicabile agli avversari politici più disparati. Il vantaggio comunicativo è evidente. Meno evidente è quanto quella denominazione aggiunga alla conoscenza delle strutture politiche contemporanee.
Il rischio più serio riguarda proprio queste strutture. Il potere degli oligarchi tecnologici si esercita attraverso la proprietà delle infrastrutture digitali, il controllo delle informazioni e la concentrazione di risorse sottratte a un'effettiva responsabilità pubblica. Il nazionalismo autoritario opera invece su istituzioni, confini, appartenenza e distribuzione dei diritti. Le due forme possono allearsi fino a condividere pratiche coercitive, conservando interessi e meccanismi propri. Comprenderle richiede strumenti adeguati alla loro specificità. Una diagnosi che le riconduca preventivamente al fascismo rischia di suggerire risposte costruite contro un modello novecentesco anziché contro le forme concrete del potere presente. La denuncia morale può essere fondata anche quando la classificazione storica rimane controversa; il guaio comincia quando la denuncia pretende di risolverla. Il ricorso sistematico alla parola fascismo può allora diventare un alibi intellettuale. Una volta chiamato fascista Trump, restano da spiegare il rapporto fra potere politico e capitalismo digitale, la trasformazione delle istituzioni americane e gli interessi che la sostengono. È su questi terreni che una categoria storica dovrebbe dimostrare di saper interpretare il presente.
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