Per Repubblica il fascismo è sempre in arrivo - Persino Recalcati gli dice di darsi una calmata
Massimo Recalcati denuncia l’antifascismo rituale. Ma su Repubblica, tra democrazia rubata e dittatura della maggioranza, continua a risuonare il linguaggio dell’emergenza.
Nella polemica italiana il fascismo ha ottenuto quello che a molti lavoratori viene negato: un contratto a tempo indeterminato. Compare nelle dispute sulla legge elettorale e sulla giustizia, e torna puntuale sui decreti sicurezza. Su Repubblica si presenta a sirene spiegate, con l’avviso che la democrazia è in pericolo. Poi, il 19 ottobre, qualcuno esce dal coro. È Massimo Recalcati, psicoanalista e uomo di sinistra, che su quelle pagine scrive da collaboratore. Stavolta il suo problema è chi continua a suonare l’allarme.
Nell’articolo «Noi cattivi maestri e la violenza diffusa» Recalcati parte dagli scontri di piazza e risale all’educazione politica di chi scambia l’avversario per un nemico irriducibile. Parla di «profonda responsabilità delle vecchie generazioni e dei loro maestri» e indica il vizio: chiamare fascista o neofascista un governo di centrodestra legittimamente eletto, e invocare la mobilitazione contro quel fantasma. Quella retorica, sostiene, può spingere il conflitto verso uno scontro senza mediazioni. Il richiamo al «fascismo degli antifascisti» di Pasolini incrina una certezza rassicurante: avere la virtù democratica in esclusiva, per il solo fatto di stare dalla parte giusta.
Messo in fila, l’archivio di Massimo Giannini è un bollettino clinico: la democrazia è sempre in prognosi riservata. Il 27 giugno il titolo è «La legge elettorale per ferire la democrazia». Il 1° ottobre arriva «Il Melonellum, la democrazia rubata e la lezione del 1953», il 9 «Il Melonellum e la capocrazia del comando». Nel pezzo di giugno la Camera è «sorda e grigia», e l’eco di Mussolini si riconosce. La proposta elettorale diventa un «golpetto». Contestare premi di maggioranza, soglie e rapporti fra poteri è legittimo. Qui però la lingua si è portata avanti con il lavoro. Il lettore non è ancora arrivato alla discussione sulle regole e ha già davanti l’assalto alle istituzioni.
Chiamare fascista
o neofascista
un governo
di centrodestra
legittimamente
eletto, e invocare
la mobilitazione
contro quel fantasma,
può spingere il conflitto
verso uno scontro
senza mediazioni.
Poi tocca alla giustizia. Carlo Galli firma «Giustizia, una riforma autoritaria»; Giannini ricorre alla «capocrazia al governo» e, nel sommario, alla «dittatura della maggioranza». Galli, inoltre, argomenta una preoccupazione concreta per gli equilibri costituzionali. Ma l’escalation del vocabolario, titolo dopo titolo, finisce per mettere il sospetto sullo stesso piano della dimostrazione. Chi legge entra in una scena in cui il potere ha già passato il limite. La prova contraria, a quel punto, tocca all’imputato.
Il 22 ottobre, tre giorni dopo l’articolo di Recalcati, Giannini propone il podcast «Gramsci, Mattarella e i giovani bastonati per decreto». Per il ragionamento bisogna ascoltare l’audio. La scena scelta per attirare il pubblico, invece, sta già nel titolo: ragazzi percossi con il timbro dello Stato. Recalcati non nomina Giannini e non processa la redazione. L’ironia la producono i testi, messi uno accanto all’altro. Sotto la stessa testata convivono l’invito a misurare la responsabilità pubblica delle parole e un titolo che chiama in causa la violenza legittimata dalla legge.
Ci rimette anche l’opposizione, che avrebbe bisogno di critiche credibili e comprensibili perfino a chi ha votato a destra. Il sospetto sistematico di un disegno eversivo cancella le sfumature su cui si costruisce un confronto. Una scelta sbagliata si contesta, una violazione costituzionale si denuncia; per un tentativo di sovvertire le istituzioni serve tutt’altra risposta. Se ogni misura arriva al lettore in codice rosso, quelle distanze spariscono. Repubblica ha pubblicato Recalcati e ha dato spazio a un dissenso reale. Ora dovrà trovargli un posto tra una sirena e la successiva.
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