Ancora su "Lo stato Pontificio" - Le poesie di Ivan Pozzoni
Ivan Pozzoni dichiara guerra al canone e punta a Porta Pia. Ma tolte le dichiarazioni teoriche e di principio, quanto tiene la sua poesia? Tiene dove il riot diventa voce.
Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni nasce da una dichiarazione di guerra. Lo Stato da abbattere è quello della letteratura italiana: critici, riviste, editori, canoni, clientele, ciò che l’autore raccoglie sotto l’immagine di una Curia nella quale ci sono papi, cardinali, curialini e aspiranti alla porpora. Pozzoni vuole arrivare a Porta Pia. Ogni assalto al canone porta con sé una domanda che il libro solleva contro sé stesso: che cosa accade quando l’anticanone comincia a stabilire a sua volta chi appartiene al presente e chi deve esserne espulso? Ma il libro si gioca su un altro terreno: tolti il manifesto, gli avversari e persino la teoria tardomodernista che lo sostiene, quanto tiene la poesia?
Pozzoni fornisce subito la propria risposta teorica. La poesia deve smettere di essere un oggetto separato dal mondo e diventare praxis, azione. L’artista passa da faber ad agens: interviene e cerca un effetto sul lettore. Il riot nasce da qui. È una scrittura concepita come urto, e per questo il manifesto iniziale parla di straniamento e carnevalizzazione. Ma la teoria non ha mai scritto un verso. Una poetica può essere perfettamente congegnata e produrre versi morti. La prova comincia quando Pozzoni abbandona la spiegazione e mette in moto la lingua. Da quel momento conta se il caos che convoca riesca a diventare forma e se ciò che il riot vuole significare si faccia senso: suono, ritmo, immagini, respiro.
Il ritmo è il primo a rispondere. Molti riot sono costruiti su versi lunghi, sovraccarichi, che minacciano di sfuggire di mano e che invece la rima riporta continuamente dentro una cadenza. In La cirrosi empatica si susseguono «arte/parte», «metodo/elettrodo», «missione/crocifissione», «chiodo/rapsodo», «cazzo/pazzo», «panico/serramanico», «Non riesco ad integrarmi […] missione / missionario […] crocifissione». La rima lavora sul verso mentre il pensiero si sta ancora formando: lo spinge in avanti e a volte gli cambia strada. È una cadenza che può ricordare il rap, ma l'autore la riconduce esplicitamente al proprio «ritmo jazz» e al proprio «sound». Pozzoni accumula dentro il verso, accelera, apre parentesi, inserisce citazioni e deviazioni, poi cerca una caduta sonora che rimetta in asse il movimento. Il significato corre dietro al suono tanto quanto il suono corre dietro al significato. E questa cadenza rimane riconoscibile anche quando non esiste alcun metro regolare al quale affidarsi.
La teoria non ha
mai scritto un verso.
La prova comincia
quando Pozzoni
abbandona
la spiegazione
e mette in moto
la lingua.
A quella cadenza Pozzoni affida materiali incompatibili. Può mettere nello stesso spazio diritto romano, filosofia analitica, pornografia, televisione, geopolitica, dialetto, latino, calcio, gergo aziendale, storia antica. Il collage è qui un metodo di composizione consapevole, coerente con il citazionismo, il mistilinguismo e la sovrapposizione dei registri dichiarati nel manifesto tardomodernista. Che cosa Pozzoni riesca a farne lo mostrano i testi migliori, dove i materiali, oltre che accostati, vengono assorbiti da una voce che possiede una temperatura propria. Il canone non mi diaconizza può scivolare dal canone letterario al canone fiscale, dalla Canon fotografica a Paolo Diacono, da Agamennone alla Democrazia cristiana: «tutti hanno un canon, tutti sono vittime della Canon […] / Attilio regolo non infranse la regola e rotolò […]». L’unità non viene dai materiali: viene dalla voce che li attraversa. Il calembour, che di norma chiude la battuta, rimette il verso in movimento. Le parole vengono spezzate e tradotte per falso orecchio. Un vocabolo ne chiama un secondo perché gli assomiglia, il secondo trascina un riferimento storico o popolare, e il verso finisce in un luogo che all’inizio sembrava impossibile prevedere. Il procedimento può diventare compulsivo, ma nei momenti riusciti produce una forma autentica di sorpresa: il lettore riconosce subito la voce, eppure non sa dove lo porterà. Quando una lingua si lascia riconoscere senza lasciarsi prevedere, l’esercizio di stile è già diventato stile.
Dentro questa macchina verbale prende corpo anche chi parla. L’«io» di Lo Stato Pontificio è enorme: osceno ed erudito, autodenigratorio e autocelebrativo, capace di presentarsi come barbaro, tribuno, guastatore, bomber, sociopatico, menestrello combattente: «Pozzoni è un feroce brianzolo […] / […] inanella rime da teppista». Il manifesto si scontra qui con la propria contraddizione: Pozzoni proclama il collettivo, il Kolektivne, l’assemblea, l’anti-ego, e contemporaneamente occupa quasi tutto lo spazio disponibile. Ma in un libro di carnevale il collettivo Pozzoni se l’è costruito in proprio: basta radunare i suoi molti io. E proprio quell’ipertrofia tiene insieme il libro. L’io non chiede di essere creduto. È una maschera carnevalesca, continuamente gonfiata fino al grottesco. Quando Pozzoni si nomina «bomber» mentre gli altri restano mediani, la sproporzione è già parte della scena. La voce acquisisce un corpo teatrale.
Un autore può
dichiararsi contro
ogni tradizione
se costruisce una
voce personale.
Tuttavia, quella voce
continuerà a misurarsi
con ciò che è venuto
prima e con ciò
che verrà dopo.
È anche attraverso quella maschera che l’erudizione cambia spesso natura: da esibizione di cultura si fa materiale comico. Pozzoni cita molto, a volte troppo, ma nei testi migliori tira fuori la cultura alta dal reliquiario. La trascina in strada. In Ode ad Alvaro Vitali, Vitali e Fantozzi possono entrare nello stesso campo di Manzoni, dell’avanguardia e della teoria estetica senza che il testo chieda il permesso a nessuna gerarchia culturale: «Pierino […] bombardamento di calembour / […] la corazzata Kotiomkin […] è una cagata pazzesca!». La carnevalizzazione annunciata dal manifesto passa così nella lingua. Il turpiloquio è la parte più vistosa e anche la più facile da imitare. Il carnevale sta altrove: nel rifiuto di riconoscere una gerarchia preventiva fra i materiali linguistici. L’alto perde il diritto di essere trattato con deferenza e il basso perde l’obbligo di restare fuori dalla poesia. Desacralizzare significa innanzitutto togliere alle parole il rango che la tradizione aveva assegnato loro.
A tratti, però, il procedimento diventa troppo visibile: la rima trascina il verso, o l’elenco si allunga perché può, non perché deve. Altre volte il bersaglio personale rimane talmente preciso da chiedere al lettore di conoscere una polemica o un nome del piccolo mondo letterario italiano. In quei momenti il riot si restringe e il regolamento di conti prende il posto della trasformazione poetica dell’avversario. Anche il turpiloquio, sottoposto a un uso continuo, perde inevitabilmente una parte della sua capacità di shock. Ma sarebbe sproporzionato fare di questi cedimenti il centro del giudizio. La misura della riuscita è la capacità della macchina di superare i propri automatismi. Succede spesso, ed è questo a dare al libro la consistenza che il manifesto da solo non gli darebbe.
Per questo la contraddizione iniziale tra canone e anticanone torna con un altro segno. Pozzoni, che rifiuta il canone e attacca i sacerdoti della letteratura, contesta il diritto della critica a stabilire il valore e arriva perfino a inserirsi in una genealogia lombarda che va da Dossi e Lucini fino a Sé Medesimo. La contraddizione teorica resta. Ma un autore può dichiararsi contro ogni tradizione se costruisce una voce personale. Ma non riuscirà mai a impedire che quella voce si misuri con ciò che è venuto prima e con ciò che verrà dopo. Il canone può essere rifiutato come istituzione; una tradizione possibile nasce invece quando una lingua diventa riconoscibile. Lo Stato Pontificio vale allora soprattutto dove il progetto tardomodernista smette di essere progetto e diventa forma. Pozzoni non abbatterà il sistema che assedia, e qualche altare lo ricostruirà dopo aver danneggiato (forse) quelli altrui. Ma la riuscita del libro non si misura lì. Lo Stato Pontificio resti pure in piedi. Quando il riot diventa voce, la breccia è già aperta.
Scheda libro
Titolo: Lo Stato Pontificio
Autore: Ivan Pozzoni
Editore: Edizioni Divinafollia
Collana: Tardomoderna
Prima edizione: febbraio 2026
Pagine: 56
ISBN: 979-12-82489-03-4
ACQUISTA QUI
LEGGI ANCHE

