CHIARISSIMO SEVERINO, NESSUNA COSA È ASSOLUTAMENTE NECESSARIA - suo, Giacomo Leopardi

CHIARISSIMO SEVERINO, NESSUNA COSA È ASSOLUTAMENTE NECESSARIA - suo,  Giacomo Leopardi

Nel pensiero di Emanuele SeverinoGiacomo Leopardi occupa un posto che nessun altro ha: non un cantore attraversato dal nichilismo, ma il pensatore che lo porta al «culmine». Colui che crede fino in fondo che le cose escano dal nulla e vi ritornino.

Da qui nasce l'esperimento di tre lettere immaginarie.

Nella prima, (pseudo) Leopardi riconosce la sottigliezza della dottrina ma le obietta che essa giova a salvare la parola essere assai più che le cose: l'eternità dell'ente ne conserva l'identità, non la presenza, e ciò che Severino chiama tramonto resta, per chi vive, distruzione dell'individuo.

GIACOMO LEOPARDI - Lettera aperta a Emanuele Severino
Signore, voi mi fate un onore che io non so se meritare, ponendomi fra quei pochi che avrebbero guardato più fermamente d’ogni altro nel fondo del pensiero occidentale; ma nel medesimo tempo mi attribuite una fede che io non riconosco per mia, quasi che io, chiamando nulla le cose,

Nella seconda, (pseudo) Severino replica che il tramonto non è annientamento, l'assenza stessa è un ente che appare e ferisce, e la successione dei giorni è a sua volta eterna. Non siamo mortali posti dinanzi all'eterno; siamo l'eterno che si crede mortale. 

CARO LEOPARDI, TI SBAGLI... - firmato: Emanuele Severino
Qualche giorno fa Il Fondo ha pubblicato una lettera aperta di (pseudo) Giacomo Leopardi a Emanuele Severino: una messa a punto delle letture che il filosofo bresciano ha dato del recanatese nei tre libri a lui dedicati — Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi (1990)

Quella di seguito è la controreplica immaginaria del recanatese.


Chiarissimo Signore,

la vostra risposta mi obbliga anzitutto a liberare il discorso da tre equivoci. Io non confondo per inavvertenza la perdita coll'annientamento, quasi che, turbato dall'assenza di ciò che amai, scambiassi un'affezione dell'animo per una sentenza intorno alla natura delle cose: tengo invece che l'individuo distrutto non sia più, e che appunto in ciò consista la perdita. Né giudico la verità dal piacere o dal conforto che ella possa recare agli uomini, avendo io forse più d'ogni altro mostrato quanto il vero sia contrario alla felicità. Finalmente, quando osservo che una metafisica risponde al bisogno di consolazione, non reputo con ciò solo d'averla confutata: ne mostro l'origine nell'animo umano, e lascio alla ragione e all'esperienza il giudizio della sua verità.

Non vi dirò dunque che la vostra dottrina sia falsa perché non restituisce il volto perduto, né perché lascia il dolore senza rimedio. La verità non è tenuta a giovare, e può distruggere ogni bene dell'uomo senza perdere per questo il proprio nome. Io vi dico che ciò che chiamate Necessità non mi pare ancora dimostrato; e che, nel dichiarare contraddittorio il perire delle cose, attribuite al principio di contraddizione una conseguenza che appartiene alla vostra metafisica, non al principio medesimo.

Che una cosa non possa a un tempo essere e non essere, io non nego; ché, negandolo, si rinnegherebbe ogni ragione e ogni discorso. Ma voi da questo passate a dire che ciò che è non possa in alcun tempo non essere; che, se questo uomo fu, egli sia eternamente; che, se questo cuore batté, il suo battito non possa cessare dall'essere. Ora fra il dire che una cosa non può essere e non essere nel medesimo tempo e sotto il medesimo rispetto, e il dire che, essendo stata una volta, debba essere sempre, è posta tutta la vostra dottrina. Ma la seconda proposizione non è la prima, né da essa discende senza che vi si aggiunga quella concezione dell'essere che voi già possedete e volete poi ritrovare nella conclusione.

Voi dite infatti che la contraddizione non viene meno col porre l'essere e il non essere in tempi diversi; poiché, se ciò che era ente è ora niente, l'essere sarebbe nondimeno identificato col niente. Ma appunto questo è ciò che io contesto: che il non essere ora di ciò che fu significhi necessariamente l'identità di quell'ente col niente. Il suo essere passato non è il suo essere presente; e il fatto che ora non sia non rende nulla la verità del tempo nel quale fu. Voi potete chiamare contraddittoria questa differenza dei tempi soltanto dopo avere posto che essere veramente significhi essere eternamente.

Voi chiamate contraddizione ciò che l'esperienza chiama divenire. Se una cosa è, dite, non può poi non essere, perché allora l'essere diverrebbe niente. Ma l'esperienza non mostra una cosa che nel medesimo tempo sia e non sia: mostra ciò che nasce, dura, si altera e cessa; un uomo che fu e che ora non è, un corpo che visse e che ora si corrompe, una voce che risuonò e non risuona più. Quando penso alla morte di una persona amata, non dico solamente che ella non appare ora nella mia esperienza; dico: «egli è stato, egli non è più, io non lo vedrò più». Voi concedete ciò che fu, e negate che egli abbia cessato di essere; quanto al rivederlo, non lo direte impossibile, ma soltanto differito a un tempo che non è il mio. La vostra negazione, però, non è testimoniata dalla perdita: nasce dalla vostra dottrina. Voi traducete il perire nella formula per cui l’essere diventerebbe nulla e, dichiarata contraddittoria la formula, dichiarate impossibile il fatto. Ma la contraddizione può trovarsi nella vostra traduzione, non in ciò che avete tradotto.

Voi dite eterno il volto, eterna la sua luce, eterna la relazione con chi lo guarda, eterno perfino il suo tramonto; e potrete aggiungere che eterna è anche la successione nella quale il battito cede il luogo al silenzio. Non vi attribuisco dunque una moltitudine di stati privi d'ogni relazione. Ma l'eternità della relazione fra determinazioni diverse non spiega ancora il mutamento del medesimo vivente. Il cuore che batte e quello che tace, dite, sono differenti eterni che appaiono secondo un ordine eterno. Se sono soltanto differenti, nessun cuore ha cessato di battere: è apparso il battito e poi è apparso il silenzio. Se appartengono al medesimo cuore, rimane da spiegare in quale senso esso sia il medesimo, quando nessuna sua determinazione si modifica e nessuna sua condizione viene meno. Voi conservate eternamente il battito, il silenzio e il loro succedersi; ma appunto così sostituite al vivente che muta una serie eterna nella quale niente diviene altro. Non avete negato il rapporto fra le determinazioni: avete tolto a quel rapporto il nome di nascita, di vita e di morte di questo individuo.

Voi non vi fermate qui, e dite che perfino la mia angoscia, il mio errore, la mia volontà di durare sono eterni; che io stesso, credendomi mortale, non sono se non l'eterno che si crede tale. Ma allora vi domando: chi è che si crede? Se il credersi mortale è anch'esso una determinazione eterna, legata eternamente alle altre, rimane ancora da mostrare chi cada in quell'errore e chi ne esca. Voi mi chiamate eterno, ma non avete ancora spiegato in che senso io sia il medesimo di qui a un'ora, per la stessa ragione per cui non avete spiegato l'identità del cuore che batte e del cuore che tace. Se la mia angoscia di oggi e la mia quiete di domani sono due eterni differenti, non basta raccoglierli sotto un solo nome per aver mostrato che sono io a temere e poi ad acquietarmi. Se invece è il medesimo soggetto che teme e poi si acqueta, qualche cosa in lui è mutata; ed è precisamente quel mutare che io chiamo vivere. Voi avete reso eterna la mia storia, senza avere ancora trovato il soggetto di quella storia.

Io non nego che il ricordo sia qualche cosa, che il dolore sia qualche cosa, che perfino l'assenza, in quanto sentita, sia una determinazione reale dell'animo. Il niente non duole, non è ricordato, non manca. Ma da ciò non segue che ciò che è ricordato continui a esistere. Il ricordo è, ma non è la cosa ricordata; il dolore è, ma non è la persona per cui si soffre; l'assenza pesa, ma il suo peso non è la presenza dell'assente. Una madre che piange il figliuolo morto possiede il pianto e la memoria, non il figliuolo.

Né il mio dolore pretende di essere una dimostrazione intorno all'essere. Io non dico che le cose periscano perché il loro perire mi affligge. Dico che il loro perire, conosciuto dall'esperienza e dalla ragione, spiega perché la perdita ci affligga. Il dolore non crea la distruzione; la segue. Se il vero fosse che ogni cosa è eterna, nessuna sofferenza potrebbe renderlo falso. Ma perché io debba anteporre alla testimonianza del nascere e del morire la vostra interpretazione dell'essere, questo rimane ancora da mostrare.

Voi mi ricordate che la verità non è posta sotto il tribunale della volontà. Ma fui io forse a sostenere che il vero dovesse essere piacevole? Tutta la mia meditazione mostra il contrario. Il vero spoglia l'uomo, dissipa le illusioni, diminuisce le forze dell'animo e gli manifesta l'insufficienza di ogni bene. L'esperienza e la cognizione ci tolgono ogni giorno una parte di quella ricchezza immaginaria onde fummo provveduti nell'infanzia.

L'esempio del pane mangiato ieri non serviva a giudicare la vostra dottrina dall'utilità che ne ricava l'affamato. Serviva a mostrare che il desiderio non vuole l'identità eterna di un piacere trascorso, ma la continuazione del godimento. Voi chiamate volontà di dominare l'apparire ciò che la natura ha posto in ogni vivente prima d'ogni riflessione intorno all'essere. Il fanciullo e l'animale desiderano che il piacere continui, senza avere mai pensato che le cose escano dal nulla o vi ritornino, né che una parte dell'eterno debba occupare tutto l'apparire. Il desiderio non nasce dalla persuasione del divenire: nasce dall'amor proprio, ed è senza termine perché il vivente, amando se stesso, non può porre spontaneamente alcun termine alla propria felicità. Voi avete tradotto questo desiderio nel linguaggio della vostra filosofia; non avete ancora mostrato che quel linguaggio ne esprima la natura. Il vivente desidera il piacere, e lo desidera senza termine; nessun piacere particolare lo appaga, perché ogni piacere è determinato e il desiderio non ha altro limite che quello della vita. Da questo contrasto nasce l'infelicità necessaria dei viventi: non perché il dolore dimostri il nulla, ma perché l'amor proprio ci costringe a volere ciò che la natura non può concederci.

Quanto alla metafisica, io non rifiuto ogni interrogazione intorno ai principi. Diffido di quelle filosofie che, partendo da una definizione, costringono la natura a conformarsi alle conseguenze che ne hanno tratto. Voi definite l'essere in maniera tale che la sua cessazione divenga anticipatamente impossibile; dopo di che il mondo intero, col suo nascere e perire, deve essere reinterpretato affinché non contraddica la definizione. Ma una ragione separata dall'esperienza, dal sentimento e dall'immaginazione non diviene più pura: corre pericolo di scambiare l'ordine del proprio discorso per quello delle cose.

Guardate come la natura opera sotto i vostri occhi. Ella compone gli esseri, li conserva per un tempo e li disfa, adoperando la materia loro per formarne altri: la carne dell'uomo morto si scioglie, i suoi pensieri cessano, il suo nome si perde, e da ciò che fu suo sorgono altre forme. Voi direte che quel disfarsi è a sua volta eterno, e che io chiamo distruzione ciò che è soltanto il tramontare di una forma nell'ordine immutabile dell'essere. Non lo nego, se prima non si dimostra il contrario. Ma osservo che ciò che permane, in questa vicenda, è la materia, non l'individuo; e che l'eternità della materia, lungi dal salvare quest'uomo, è appunto ciò che rende possibile la successione incessante delle forme che gli subentrano. Voi mi promettete eterna la forma; la natura mi mostra che la materia dura solo a patto di dismetterla.

Quando scrissi che «il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla», non intesi fare del nulla una sostanza generatrice, una voragine o una causa anteriore alla materia. Intesi negare che vi sia una ragione assoluta per cui una cosa debba essere anziché non essere, o debba essere necessariamente in quel modo. Le cose sono, ma non portano in sé quella necessità che i metafisici attribuiscono loro. Voi, al contrario, fate di ciascun ente un necessario, poiché gli negate non soltanto la possibilità di non essere stato, ma quella di non essere eternamente.

E se torno alla consolazione, non è per farne il criterio del vero. Una dottrina consolante può essere vera, come una dottrina terribile può essere falsa. Ma l'uomo deve guardarsi dalla prontezza con cui riconosce per necessarie le opinioni che soddisfano i suoi desideri più antichi. Le religioni promettono che nulla di ciò che amammo sarà perduto; voi dite che nessun ente può essere perduto. La somiglianza del bisogno al quale entrambe rispondono non dimostra la falsità della vostra filosofia, ma rende legittimo domandare se la Necessità onde essa muove sia veramente scoperta nelle cose, o sia già intera nella definizione che avete dato dell'essere. Perciò non vi oppongo più che la Gloria giunga troppo tardi a chi soffre: vi domando da quale principio, che non contenga già la conclusione, essa tragga la propria necessità.

Voi dite infine che la poesia non salva le cose dal nulla, perché nessuna cosa ha bisogno d'essere salvata. Io non attribuisco alla poesia tale potenza. Essa non conserva ciò che perisce, né trasforma il ricordo in presenza; nomina ciò che fu e non è più. Proprio perché distingue il ricordo dalla cosa, il canto dalla voce cessata, l'immagine dal volto perduto, reca testimonianza della separazione che voi chiamate tramonto e io distruzione dell'individuo. Potete rendere eterna anche questa testimonianza; ma il dirla eterna non muta il suo contenuto.

Voi dite che la grandezza con la quale io testimonio la follia non trasforma la follia in verità. Io vi rispondo che chiamare follia la testimonianza universale del nascere e del perire non trasforma l'eternità di ogni ente in una necessità. Fra il principio che una cosa non possa essere e non essere a un tempo e l'affermazione che essa debba essere eternamente rimane uno spazio che la parola Necessità non basta a colmare.

Di V. S. devotissimo obbligatissimo servitore

— Giacomo Leopardi