CARO LEOPARDI, TI SBAGLI... - firmato: Emanuele Severino

CARO LEOPARDI, TI SBAGLI... - firmato: Emanuele Severino

Qualche giorno fa Il Fondo ha pubblicato una lettera aperta di (pseudo) Giacomo Leopardi a Emanuele Severino: una messa a punto delle letture che il filosofo bresciano ha dato del recanatese nei tre libri a lui dedicati — Il nulla e la poesia. Alla fine dell'età della tecnica: Leopardi (1990), Cosa arcana e stupenda. L'Occidente e Leopardi (1997), In viaggio con Leopardi (2015). Com'è noto, Severino resta rigorosamente attestato sul principio parmenideo: «l'essere è e non può non essere; il non essere non è e non può essere». Laddove il pensiero leopardiano arriva a scrivere: «tutto è nulla, solido nulla» (Zibaldone, 85). Qui sotto, prima della replica severiniana, a cura di Enrico De Santis, il link per la lettura della prima missiva.

GIACOMO LEOPARDI - Lettera aperta a Emanuele Severino
Signore, voi mi fate un onore che io non so se meritare, ponendomi fra quei pochi che avrebbero guardato più fermamente d’ogni altro nel fondo del pensiero occidentale; ma nel medesimo tempo mi attribuite una fede che io non riconosco per mia, quasi che io, chiamando nulla le cose,

Caro Leopardi,

la tua lettera è tanto più degna di attenzione quanto più si mantiene lontana dalle facili confutazioni. Tu non neghi semplicemente ciò che io affermo: mostri piuttosto che, anche qualora ogni ente fosse eterno, il dolore della separazione continuerebbe a dominare l'esistenza. Il volto amato non è più dinanzi a noi; il gesto non può essere ripetuto; il cuore cessa di battere. E questo, tu dici, è ciò che importa. Ma proprio qui si rende visibile l'equivoco fondamentale.

L'eternità dell'ente non è una risposta destinata a consolare colui che soffre. Non è un rimedio, non è una promessa e non viene affermata perché sia utile alla vita. La verità non dipende dalla capacità di placare la fame, trattenere l'amato o impedire la morte. Chiedere quale vantaggio l'uomo ricavi dall'eternità dell'ente significa già collocare la verità sotto il tribunale della volontà: essa sarebbe accettabile qualora restituisse ciò che desideriamo e inutile qualora non lo restituisse. Ma la Necessità non serve l'uomo. Non è una costruzione dell'uomo e nemmeno il prodotto di un dio. È ciò la cui negazione si toglie da sé.

L'assenza
non è
il nulla

Tu scrivi che il nulla è soltanto il nome dell'assenza irrevocabile. E tuttavia, quando dici che un volto è "nulla per noi", non ti limiti a indicare il suo non apparire attuale. Identifichi questo non apparire con il suo non essere per noi. È precisamente questa identificazione che deve essere interrogata.

L'assenza non è il nulla. L'assenza è qualcosa: appare, pesa, ferisce, determina il nostro presente. Il dolore per l'assente è un ente; il ricordo dell'assente è un ente; il suo non essere ora dinanzi a noi è un ente. Se fossero nulla, non potrebbero apparire né essere patiti. La tua stessa poesia testimonia continuamente la potenza positiva dell'assenza: ciò che manca non è un puro niente, perché il niente non potrebbe mancare.

Non nego dunque la perdita nel senso del tramonto. Nego che il tramonto sia annientamento. La struttura originaria afferma che ciò che, nella considerazione isolata dell'esperienza, appare come nascita e morte, nella struttura concreta della verità si mostra come comparire e scomparire dell'immutabile. E aggiunge che la nascita e la morte sono pienamente reali nell'orizzonte di ciò che appare: è contraddittorio soltanto attribuire loro il significato assoluto di un passaggio dall'essere al nulla o dal nulla all'essere.
Quando dici: «Il cuore cessa», dici il vero. Ma il cuore che batte e il cuore che non batte non sono il medesimo ente diventato il proprio altro. Sono differenti determinazioni eterne che entrano nell'apparire. Il battito non è annullato dal silenzio successivo; il silenzio non rende nulla il battito. Affermare il contrario significa pensare che ciò che è possa, in quanto tale, non essere: significa identificare l'essere e il niente.

Tu temi che io separi l'essere dall'apparire e collochi le cose in una regione invisibile, alla quale nessuno ha accesso. Ma l'eterno non è un deposito metafisico situato dietro il mondo. Non vi è, da una parte, il volto che appare e, dall'altra, una sua essenza imbalsamata nell'essere. Il volto concreto, quella luce, quell'espressione, quella precisa relazione con chi lo guarda: tutto questo è eterno. Anche il suo apparire è eterno. Anche il suo tramontare è eterno. Il divenire è il progressivo apparire di differenti eterni, non lo spettacolo di enti che vengono prodotti e distrutti.

Il dolore attesta
la separazione,
non l'annientamento

Tu dici che noi non abitiamo l'eternità, ma la successione dei giorni. È invece la successione stessa a essere eterna. Il mortale non si trova fuori dall'eternità: è l'eterno che crede di essere mortale, cioè che interpreta il proprio apparire e scomparire come uscita dal nulla e ritorno al nulla. Non siamo esseri temporanei collocati davanti all'eterno; sono eterni anche la nostra angoscia, il nostro errore, la nostra volontà di durare e il nostro sentimento di essere consegnati alla morte.

Il dolore, dunque, non viene negato. Ma non gli si può attribuire il compito di decidere il senso dell'essere. Il dolore attesta la separazione, non l'annientamento. Che un uomo soffra perché non vede più un volto amato non dimostra che quel volto sia diventato nulla. Dimostra che esso non appare più all'interno della configurazione presente della sua esperienza. L'autorità del dolore è assoluta come dolore; non è l'autorità della verità intorno all'essere.

Tu osservi poi che il desiderio non vuole l'eternità dell'istante trascorso, ma la continuazione del piacere. È vero: la volontà vuole che la forma amata continui ad apparire. Ma da questo non segue che la sua cessazione sia un annientamento. Segue invece che la volontà vuole dominare l'apparire, impedire il sopraggiungere di ciò che differisce dal bene posseduto. Il desiderio non si accontenta che il piacere sia eterno: vuole che soltanto quel piacere occupi indefinitamente l'apparire.

In questo senso la vita vuole davvero l'impossibile. Ma non perché voglia impedire che l'ente divenga nulla: questo è già impossibile. Vuole piuttosto che l'apparire non accolga quelle differenze in cui consiste il tramonto della forma amata. Vuole che il giorno non lasci il posto alla notte, che la giovinezza non sia seguita dalla vecchiaia, che la presenza non tramonti. Vuole che una parte dell'eterno sia il tutto dell'apparire.

Il canto dell'uccello
non viene eternato
dalla poesia: è già eterno

Non è dunque la mia filosofia a ignorare l'infelicità. È la persuasione mortale a interpretare l'infelicità come prova del nulla. La sofferenza nasce certamente dal contrasto tra il desiderio infinito e la finitezza delle soddisfazioni; ma questo contrasto non mostra che gli enti escano dal nulla e vi ritornino. Mostra la volontà di isolare un contenuto dell'esperienza dalla totalità concreta in cui esso appare.

Quanto alla Gloria che evochi, non occorre chiamarla in causa per rispondere alla tua obiezione. La necessità che l'ente sia eterno non dipende dalla promessa che tutto ritorni a mostrarsi. Anche qualora non si dicesse nulla intorno a un oltrepassamento dell'apparire attuale, rimarrebbe contraddittorio pensare che l'essere divenga niente. La Gloria non può essere usata come un compenso religioso aggiunto alla dimostrazione, perché la dimostrazione non nasce dalla speranza del ritorno.

Tu scrivi infine che la poesia richiama le cose alla presenza mentre fuggono. Ma proprio questo richiamo mostra che la poesia non ha dinanzi il nulla. Essa fa apparire il tramonto, il ricordo, la lontananza; rende visibile la differenza tra ciò che appare ora e ciò che non appare più. Il canto dell'uccello non viene eternato dalla poesia: è già eterno. Eterna è anche la parola poetica che ne testimonia il dileguare. La poesia non salva le cose dal nulla, perché nessuna cosa ha bisogno di essere salvata dal nulla.

Essa può però testimoniare la persuasione estrema del mortale: la convinzione che l'assenza sia il niente e che la bellezza sia tanto più degna di canto quanto più è destinata alla distruzione. In te questa persuasione raggiunge una grandezza che pochi altri hanno saputo esprimere. Ma la grandezza con cui viene testimoniata la follia non trasforma la follia in verità.

Tu concludi: «Fuggono da noi». Sì, tramontano dall'apparire finito nel quale noi crediamo di consistere. Ma quel "noi", quella fuga e ogni cosa che fugge sono eterni. E il loro essere eterni non è il nuovo nome della perdita: è la negazione che la perdita sia la vittoria del nulla.

— Emanuele Severino


Enrico De Santis è ricercatore presso il Dipartimento di Ingegneria dell'Informazione, Elettronica e Telecomunicazioni (DIET) della "Sapienza". È autore del libro Umanità, Complessità, Intelligenza Artificiale. Un connubio perfetto (Aracne, 2021). È autore, inoltre, di interessanti riflessioni sul pensiero di Emanuele Severino, in lettura sul suo sito AION (QUI).