GIACOMO LEOPARDI - Lettera aperta a Emanuele Severino
Signore,
voi mi fate un onore che io non so se meritare, ponendomi fra quei pochi che avrebbero guardato più fermamente d'ogni altro nel fondo del pensiero occidentale; ma nel medesimo tempo mi attribuite una fede che io non riconosco per mia, quasi che io, chiamando nulla le cose, avessi abbracciato una dottrina, e non piuttosto detto quello che l'esperienza mostra a chiunque non voglia a ogni costo essere consolato.
Voi affermate che nessun ente può diventare nulla; che ciò che appare non nasce dal nulla né vi fa ritorno, ma entra ed esce da quello che chiamate il cerchio dell'apparire, rimanendo eternamente quello che è; onde l'uomo morto, la città distrutta, la voce che tace, il piacere trascorso non sarebbero annientati, ma solamente cessati di apparire. La distinzione è sottile, e degna dell'ingegno che l'ha pensata. Temo però che la sua sottigliezza giovi a salvare la parola essere assai più che non giovi a salvare le cose.
Che importa all'uomo che il suo gesto sia eterno, se egli non può più compierlo? che la persona amata sia custodita perpetuamente nell'essere, se ella è sottratta per sempre allo sguardo, alla voce, alla vicinanza di chi l'amava? Voi date il nome di tramonto a quello che gli uomini chiamano perdita, e vi pare con ciò di avere tolto alla perdita il suo carattere assoluto; ma a chi perde non avete restituito cosa alcuna. Dire che un essere non è annientato perché séguita eternamente a essere quello che è potrà forse preservarne l'essenza agli occhi delle scuole; non ne conserva la presenza a chi ne viveva. E la vita non domanda che le cose restino identiche a se medesime in una regione alla quale nessuno di noi ha accesso: domanda che rimangano.
Voi risponderete che nulla vien meno veramente. Ma se ciò che è uscito dall'apparire non può più essere incontrato, né toccato, né vissuto, né mescolarsi in alcun modo ai giorni nostri, la sua eternità, per noi che restiamo, non si distingue in cosa alcuna dal nulla; e se voi mi opporrete che io confondo il non apparire col non essere, io vi opporrò che siete voi a separare con troppa sicurezza l'essere dall'apparire, come se il primo potesse consolare della cessazione del secondo.
Né io ho mai preteso, come voi mostrate di credere, che il nulla fosse una cosa, o una potenza capace di divorare gli enti, o un luogo dove le cose precipitino. Il nulla è il nome che noi diamo alla loro assenza irrevocabile. Un volto che non vedremo più non è divenuto una sostanza chiamata nulla, ma è nulla per noi, perché nessuna forza del mondo può ricondurlo a quella presenza viva e concreta nella quale consisteva ogni nostro commercio con esso.
La vostra eternità non nega questa assenza. La ribattezza.
Voi rimproverate all'Occidente d'aver pensato gli enti come oscillanti fra l'essere e il nulla, quasi che la persuasione della distruzione fosse un errore dei filosofi greci trasmesso per contagio ai posteri. Ma l'uomo, per iscoprire la distruzione, non ha avuto bisogno della metafisica: gli è bastato vivere; vedere il corpo corrompersi, le opere perire, le memorie dileguarsi, le generazioni cancellarsi l'una dopo l'altra, e ogni forma consegnata a forze che non la riconoscono e non la rispettano. Potrete dire che il corpo morto è eternamente il corpo vivo nel momento in cui fu vivo. Ma egli non è più vivo adesso. Ed è questo adesso che duole.
La vostra filosofia si travaglia di sottrarre il divenire alla contraddizione; la mia meditazione non si occupa in primo luogo della contraddizione, ma dell'infelicità. E quand'anche vi si concedesse che l'ente non diventa nulla, resterebbe pur sempre che ogni vivente desidera una permanenza che non gli è conceduta; ch'egli vuole che il bene continui, non che sia eternamente fissato nell'istante in cui accadde; che vuole possedere ancora, e non sapere che ciò che possedette non può essere cancellato dall'essere. La fame non si placa sapendo che il pane mangiato ieri è eterno, né l'amante si consola sapendo che l'incontro perduto permane eternamente nel suo essere stato, né il morente desidera che il proprio presente sia conservato come un eterno: desidera non morire.
Qui, se non erro, sta tutta la distanza che ci divide: voi vi studiate di dimostrare impossibile l'annientamento, e io osservo che la vita vuole l'impossibile. Il desiderio umano non si arresta alla conservazione degli istanti in una eternità qualsivoglia; pretende un piacere senza termine, una continuità senza separazione, un possesso che non si converta in memoria. Non è dunque il nulla, preso come concetto, quello che genera l'infelicità: è il contrasto fra l'infinità del desiderio e la finitezza d'ogni soddisfazione. E in un mondo di enti eterni nel senso vostro, il vivente seguiterebbe nondimeno a perdere tutto ciò che ama, perché l'eternità di ciascuno istante non impedisce che gl'istanti successivi sieno privi di quello che i precedenti contenevano.
Voi rendete eterno ogni battito del cuore. Non impedite al cuore di cessare.
E quando affermate che ogni ente è eterno, qual frutto ne cavate, se non quello di negare ch'esso possa essere stato altro da ciò che è? Ma l'uomo non teme che il proprio passato diventi diverso: teme di non avere futuro. Teme la separazione, l'impotenza, l'assenza; e sopra tutto teme che il mondo continui senza di lui, e che per lui non continui più mondo alcuno.
Voi chiamate follia la fede nel divenire. Io chiamerei ardimento forse maggiore quello di opporre alla testimonianza universale del perire una necessità di ragionamento, e di credere che l'autorità delle dimostrazioni sia maggiore di quella del dolore. Né vi accuso con questo di debolezza: so bene che il vostro eterno non è un conforto immaginato per pietà degli uomini, ma una conclusione che voi stimate necessaria. Ma anche una conclusione necessaria può rispondere a un'antica domanda del cuore; e la domanda è quella medesima che io ho veduto operare in tutte le religioni e in quasi tutte le filosofie: come impedire che ciò che fu amato sia inghiottito dall'assenza. Le religioni affidavano gli uomini alla memoria di Dio; voi li affidate alla struttura dell'essere. Avete tolto il nome della provvidenza e conservato la promessa.
So che negli ultimi vostri scritti la promessa si fa anche più larga, e che voi annunziate una Gloria nella quale il cerchio dell'apparire è destinato ad ampliarsi senza fine, sicché nessun tramontato rimarrebbe assente in perpetuo, e ogni volto tornerebbe a mostrarsi. Ma questa, signore, permettete ch'io ve lo dica, è la più antica delle consolazioni sotto il più nuovo dei nomi: voi mi promettete un ritorno che nessun vivente vedrà da vivente, e differite il compimento a un tempo che non è tempo d'uomini. Io ho passato la vita a considerare le promesse differite, e non ne ho trovata una che valesse a consolare chi soffre nel tempo che gli è dato.
Voi rispondete a chi perde: ciò che perdi non è inghiottito, perché è eterno. Io gli rispondo: è assente. E fra l'eternità e l'assenza si apre, per il vivente, una distanza che nessuna dimostrazione ha mai colmato né potrà colmare.
La poesia, se pure ha una ragione, nasce forse in questa distanza medesima: non perché possa vincere il nulla o restituire ciò che il tempo sottrae, ma perché trattiene per un momento l'apparenza delle cose; non le salva nell'essere, le richiama alla presenza; e compie così un'opera assai più modesta della vostra filosofia, ma forse più fedele alla condizione nostra, sapendo di non potere eternare il canto dell'uccello, né la luce della luna, né il volto della giovinezza, e nominandoli mentre fuggono.
Voi direte che non fuggono nell'essere.
Ma fuggono da noi. E per creature quali noi siamo, che non abitiamo l'eternità dell'ente ma la successione dei giorni, questa fuga è tutto.
Di V. S. devotissimo obbligatissimo servitore
Giacomo Leopardi