IL SEGGIO È MIO E LO GESTISCO IO - Coraggiosi, ma a volto coperto
La Camera non si è divisa sulle preferenze. Si è divisa sulla proprietà privata dei parlamentari.
L'emendamento è caduto per un voto solo, a scrutinio segreto. Il metodo perfetto: si giura fedeltà alla linea a voce alta, la si affonda nell'urna a bassa voce, e ognuno conta di restare nella fotografia di gruppo. Peccato che la fotografia, dopo un voto così, la incornici l'opposizione. Giorgia Meloni aveva chiesto agli alleati di votare il ritorno delle preferenze. Gli alleati avevano detto sì. Poi hanno chiuso la tenda e hanno riscoperto la propria coscienza.
Il governo ha perso, certo. Ma guardate meglio chi ha vinto.
Le preferenze le voleva Fratelli d'Italia. Forza Italia e la Lega ci sono arrivate dopo settimane di resistenza, con l'entusiasmo di chi firma una cambiale. L'opposizione ha detto no perché la proposta era incompleta: lasciava bloccato il capolista. Non potendo garantirvi il diritto di scegliere tutti i candidati, ha preferito non farvene scegliere nessuno. Vi hanno protetti da una libertà parziale togliendovela per intero. Ringraziate.
Vi hanno protetti
da una libertà parziale
togliendovela per intero
Ci hanno raccontato uno scontro tra modelli di rappresentanza. La faccenda era più semplice. Chi tiene la chiave della porta d'ingresso al Parlamento?
Con le liste bloccate il candidato non ha bisogno dei vostri voti. Ha bisogno di un buon numero d'ordine. Il suo collegio elettorale vero è una stanza di partito, e in quella stanza si decide chi va in testa e chi va a testimoniare la presenza del simbolo in un territorio già perduto. Voi non siete nella stanza. Voi arrivate dopo, a cose fatte, con la scheda in mano e la sensazione vaga di avere un ruolo.
Così il parlamentare nasce con un debito. Non verso chi lo ha votato — spesso nessuno ha potuto votarlo davvero. Il debito è verso chi lo ha scelto, e un debito del genere non si estingue: si onora, seduta dopo seduta, alzando la mano.
La clientela non sparisce. Si restringe, si veste meglio e prende l'ascensore.
Le preferenze rompono la comodità. Un deputato con una base personale può permettersi qualche insolenza: contraddire il capo senza morire, cambiare corrente senza sparire. Rischia perfino di rappresentare qualcuno.
Capite perché l'idea abbia trovato tanti nemici discreti?
La clientela non sparisce.
Si restringe, si veste meglio
e prende l'ascensore
Hanno difetti seri, le preferenze, e non fingo il contrario. Le campagne costano, la guerra si combatte dentro il partito prima che fuori, e chi ha soldi e apparati locali parte con dieci metri di vantaggio. Nessuna nostalgia per la Prima Repubblica può cancellarlo.
Ma non raccontatemi che le liste bloccate purificano la politica. Spostano soltanto il potentato dal territorio al centro. Il candidato non deve più convincere ventimila elettori: gliene bastano quattro, e sono sempre gli stessi quattro.
Spostano soltanto
il potentato dal territorio
al centro
Qui maggioranza e opposizione, dopo essersi insultate in Aula, si sono riconosciute. Cambiano le motivazioni, cambia il tono, cambiano gli aggettivi. Non cambia la penna con cui si compilano le liste, e nessuno la molla.
FdI ha provato a spostare quel potere verso di voi. Non per generosità: perché oggi calcola di guadagnarci. Gli altri hanno difeso il proprio interesse con maggiore riservatezza, e hanno aspettato il buio dell'urna per farlo. Il coraggio delle proprie idee, quando le idee sono queste, si esercita meglio al riparo.
La vera maggioranza uscita dalla Camera non è quella di governo. È più larga e molto meno litigiosa. Tiene insieme tutti quelli che considerano il Parlamento una casa dove l'elettore può accompagnare il candidato fino al pianerottolo.
Poi la porta si chiude. E dentro scelgono loro.
— Aristea