SUL CASO ROGGERO - La vendetta privata e quella di Stato

SUL CASO ROGGERO - La vendetta privata e quella di Stato

La condanna definitiva di Mario Roggero è corretta. La rapina era finita, i rapinatori fuggivano, il pericolo era cessato. Roggero uscì dalla gioielleria, li inseguì e sparò. Due uomini morirono, un terzo rimase ferito. Non era più legittima difesa. Era una punizione decisa ed eseguita dalla vittima del reato. Ne era stato terrorizzato, il luogo in cui lavorava violato. I fatti spiegano il gesto. Non lo giustificano. Quando cessa il pericolo, cessa il diritto di difendersi. Chi continua a colpire non si protegge: si vendica. Su questo la sentenza ha ragione. Nessuna offesa autorizza a trasformare una fuga in una condanna a morte.

Chi continua a colpire
non si protegge:
si vendica

Ma è proprio il rifiuto della vendetta privata che induce a riflettere su quella pubblica. Roggero è stato condannato a quattordici anni e nove mesi. Un uomo anziano, autore di un delitto gravissimo in una circostanza eccezionale. Non è un criminale abituale, e difficilmente potrà ripetere un fatto simile. La sua detenzione non serve a proteggere nessuno. Ribadisce solo la logica retributiva, quella impersonale di Kant: il carcere è il male imposto in cambio del male commesso. Le due azioni non sono equivalenti. Roggero ha sparato a uomini in fuga; lo Stato applica una legge attraverso un processo e riconosce garanzie. Ma il nucleo da cui deriva l'effetto è identico.

«Punizione», scrive Nietzsche nello Zarathustra, «così la vendetta chiama sé stessa: con una parola menzognera essa sa procacciarsi ipocritamente una buona coscienza.» Non ogni pena è vendetta. Ma nessuna pena è al riparo dal sospetto di esserlo. Uno Stato che proibisce al cittadino di vendicarsi dovrebbe conoscere una giustizia diversa dalla vendetta legalizzata. Roggero resta pienamente responsabile. Deve risarcire i familiari degli uccisi e il ferito. Può essere sottoposto a controlli e, ovviamente, alla confisca delle armi. La condanna deve avere conseguenze reali. Quello che non serve è rinchiuderlo in galera per quasi quindici anni.

Nessuna pena
è al riparo dal sospetto
di essere una vendetta

Il risarcimento non restituisce le vite. Ma orienta la responsabilità verso chi ha subìto il danno. Il carcere la concentra sulla quantità di dolore da infliggere al colpevole. «Che l'uomo sia redento dalla vendetta»: nello stesso libro Nietzsche fa di questo «il ponte verso la speranza suprema». Non pensava alle carceri. Pensava allo spirito che le precede. La sentenza ha giustamente negato che Roggero potesse chiamare difesa la propria vendetta. Ma rispondere del danno non obbliga a rinchiudere: la responsabilità verso chi ha subìto il torto non ha bisogno della cella per essere reale.

— Miro Renzaglia