SOFFRENTE SCRIBA. D’ANNUNZIO E IL SUO NOTTURNO - un libro di Franco Manzoni e Marco Sbrana
Nel Notturno la scrittura diventa resistenza alla morte. Gabriella Cinti legge il saggio di Franco Manzoni e Marco Sbrana seguendo D’Annunzio nel dolore, nella memoria e nella parola, fin dove letteratura e vita sembrano coincidere.
«Notturno cos’è se non la riprova che la letteratura è mezzo di resistenza?»: così si apre il saggio Soffrente scriba. D’annunzio e il suo Notturno, di Franco Manzoni e di Marco Sbrana.
Questa «resistenza», come la intendono i critici, non prende solo le fattezze di una strategia di sopravvivenza, bensì si carica di elementi anche insondabili, quali il mistero della scrittura, quello che porta al farsi verbo della carne e del sangue, come D’Annunzio stesso dichiara, giungendo forse a quel prodigio che è la saldatura tra la letteratura e la vita: fusione «senza sublimazione», possibile grazie alla dimensione del dolore che ridefinisce l’esistenza intera del Nostro e lo orienta in un viaggio abissale a ritroso nel tempo e verso l’essenza della vita. Questa è una tesi portante del saggio. Il dolore reale della grave ferita e della momentanea cecità a un occhio, dovuta a un incidente in un’azione bellica aerea – con conseguente lunga degenza di immobilità e terapie – diventa metafora di una condizione traumatica interiore cui il poeta l
Alla luce di questa prospettiva, i toni a volte oracolari rientrano nel singolare stile di cui egli dà prova come un costante esercizio di profezia, accentuato anche dal materiale scrittorio dei cartigli, esplicitamente associato ai «fogli delle Sibille». Manzoni e Sbrana ci offrono un modello critico di singolare adesione al testo di D’Annunzio, fino a farsi a volte sua aura nei momenti aforismatici o epigrammatici con cui essi si pongono in comunicazione diretta con l’opera, balzando dentro la scrittura, divenendo sua segreta emanazione.
D’Annunzio perviene, quella
gaddiana «cognizione del dolore»
posta a parametro archetipico
del vivere integralmente
la sofferenza.
Gli autori ci guidano in questa traiettoria involutiva che, per paradosso, evidenzia una singolare forma di eroismo, quella accettazione del male senza infingimenti che trova nella parola il suo unico conforto, quel giungere ad essere «uomo fino in fondo» («Il realmente eroico è il realmente umano»), come ci dicono gli autori, forse proprio attraverso un «parto del dolore». Il superomismo si rovescia nel suo opposto, la constatazione della fragilità del suo corpo inerte, della sottrazione come dato fisico e ontologico. Eppure la contraddizione del nietzschiano «eterno ritorno» fa sì che l’opera sia «il canto del disfacimento, il canto troppo umano (ed eterno, universale) di un uomo che vuole restare, esserci, esistere, foss’anche solo per un minuto ancora»: perché morte e vita sono intrecciate a filo doppio, in una contrapposizione ossimorica che vede convivere lo sfacelo del corpo (dei corpi morti dei compagni d’arme – frequenza folta nel libro – del proprio corpo nel sudario del letto, come in una bara di stoffa) con un insopprimibile anelito alla vita: fosse pure il profumo delle zagare, del lauro o quello del caffè caldissimo che «delizia» il poeta. Egli vive morte e vita con la stessa ebbrezza.
E questo movimento dialettico è lo stesso che fa cozzare, fino a far sprigionare scintille, la tensione verso il superuomo con il subumano della menomazione, risolta nell’agone della parola. Questa dinamica è messa in luce nel saggio che ci rivela le pieghe più recondite del dramma umano di D’Annunzio.
Il libro Soffrente scriba contempla, per di più, una documentatissima ricostruzione del contesto storico, biografico e letterario e giunge ad essere una delle più sconvolgenti «mise en abîme» che raramente compaiono nel panorama della critica letteraria. Perché alla dovizia di approcci ermeneutici, al rigore delle fonti e delle testimonianze documentate, affianca una diversa strategia, l’immersione appunto, gradino per gradino, nello sprofondamento dannunziano, doppiandone linguisticamente il capo, fino a prendere talora lo stesso ritmo sincopato, le frasi a volte nominali con andatura paratattica. La prospettiva «trans-storica», espressamente dichiarata dagli autori, in realtà si amplia di una connotazione filosofica nodale in termini di epistemologia della percezione. Se la visione è connessa alla generazione dell’idea già nella sua sostanza etimologica, accade che «lo sguardo, che è necessario alla voce. […] chiede, per il suo farsi un rimbalzo, una restituzione, un riconoscimento. Che è monco, mozzato se manca la corrispondenza». Il poeta infatti si trova solo e al buio e la sua parola è un singhiozzante monologo. Ma da questo «canto strozzato» emerge la potente molla di un’istanza primaria, quella del bisogno di significare, come luminosamente mettono in luce gli autori. E «vuole vivere» in una tensione volitiva che ci fa riecheggiare i versi finali della poesia di Ungaretti, «Veglia», che lo raffigurano: «Un’intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno massacrato/», a cui si affianca il sublime ossimoro contenuto in questa proclamazione ontologica: «Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita». D’Annunzio stesso non potrebbe essere più intensamente espressivo: «Ho messo la bocca nella pienezza della morte». Questo il monito messo in luce da Manzoni-Sbrana: «Resta vivo e scrivi», in cui la scrittura assume il compito, titanico, non di sostituire la vita ma di essere vita in una sfida di suprema contraddizione: trasferire direttamente il massimo della fisicità sinestetica nello spazio astrattivo e costrittivo di una parola confinata negli angusti cartigli di cui si serviva il poeta per scrivere senza ricorrere alla vista. Dice il nostro, infatti:
Il poeta si trova solo
e al buio e la sua parola
è un singhiozzante monologo.
Ma da questo «canto strozzato»
emerge potente il bisogno
di significare,
«La vita non è un’astrazione di aspetti e di eventi, ma è una specie di sensualità diffusa, una conoscenza offerta a tutti i sensi, una sostanza buona da fiutare, da palpare, da mangiare. Io sento tutte le cose prossime ai miei sensi». Questa sfida è ben percepita dai suoi autori, che rilevano la forma stringata di una scrittura di un «soggetto che balbetta, farfuglia» e vive il dramma del «bisogno di significare a fronte dell’impotenza», della «difficoltà di significare». Da questa impasse apparentemente paralizzante, la parola si muta in agile, animata protesi del corpo e dell’anima.
Questo forse rende umanissimo questo libro e il saggio mette in luce questa nodale aporia che pure è il sale dell’opera e ci chiede una lettura stratificata, metastorica in un certo senso. Perché il cortocircuito vita-morte appartiene alle corde più profonde dell’umano e qui ne vediamo in qualche modo una «mise en scène» letteraria ed esistenziale a un tempo. Oltre a questo, c’è anche quel doppio piano che fa parlare gli autori di «metaletteratura» e di autentica modernità, nel senso che vediamo agire «non solo il narratore che vive, ma anche il narratore che scrive di vivere». Testo a cannocchiale, in un certo senso, da snodare o accorciare a seconda delle focalizzazioni, che nel tubo ottico della lettura critica si dilata mantenendo un’elasticità da partitura musicale. Del resto i critici mettono in grande evidenza l’assetto musicale della prosa poetica del «Notturno», quel fondo sonoro che fluisce nel tessuto verbale, che detta anche gli scarti improvvisi e tutto compone in una «prosa musicale sincera» di stampo impressionistico. Non è un caso che il saggio affronti anche la predilezione di D’Annunzio per Skrjabin, musicista tardoromantico che presenta atmosfere impressioniste e mistico-pittoriche. Oltre alla sensibilità musicale, coltivata nella sua produzione poetica con tensione estetica e sensuale dal Nostro, viene messo in evidenza l’impianto drammaturgico singolare, di una poesia in forma di una narrazione che è, al contempo, rappresentazione, una scrittura composita e franta, con repentini cambi di registro espressivo, quasi a porsi come specchio dei dissidi interiori del soggetto-oggetto narratore. Leggiamo infatti al proposito: «Un’opera in prosa che potrebbe benissimo essere trasposta sul palcoscenico», in cui la scrittura si trasforma in uno spartito in qualche modo danzato o in grado di convertirsi in sequenze filmiche, in un mutevole affresco cinematografico, cangiante fino alla dissonanza.
Tornando sulle caratteristiche «impressionistiche» di quest’opera, gli autori mettono in luce come esse siano funzionali alla «ricerca interiore» del poeta e anche quando egli eccede in costruzioni artificiose si ricrea un equilibrio di compensazione nella «matericità: nella lotta contro la morte e le tenebre». Inoltre il rischio di possibili leziosità stilistiche viene scongiurato dal «filtro naturalistico, iperdescrittivo», in grado di «restituire, alla stessa stregua di un pittore impressionista, tratti particolari, specificità, dettagli, al fine di dare al lettore non storia ma immagine. E l’immagine è, qui come dovunque nell’opera, il corpo». Quindi vediamo una trama pittorica quasi tridimensionale – corporea in un certo senso – che ci trasmette sensazioni analoghe a quelle emanate dalla potenza espressiva dei quadri di van Gogh in cui, osservandoli da vicino, vediamo il colore sporgere dalla superficie con la condensazione di spruzzi irregolari di tubetto spremuti direttamente sulla tela.
Vi è un capitolo, nel saggio, eloquentemente dedicato alla madre: La madre abita il figlio, che squaderna una verità profonda quanto inquietante, nel senso che si tratta di una presenza molto più che affettiva, quasi identitaria e al contempo ossessiva: in psicologia si direbbe «ingombrante»: «Il suo sguardo era il mio sguardo, il suo nome era il mio nome». E ancora, ecco frasi folgoranti del Notturno, riportate nel saggio con assoluta evidenza: «È mia madre! È mia madre! È mia madre, che s’appiglia alle mie ossa, si rivoltola nel mio buio, si rifà carne della mia carne, peso del mio calvario. Era in me, dentro me, nel tempo della lotta e della furia. La portavo dentro me, com’ella mi portò, vivente in polso e in respiro». Gli autori giungono precisamente a cogliere che «la madre diventa un personaggio dentro l’io del narratore» e mettono in evidenza come si tratti di una figura archetipica, centrale e osmotica: «Era un amore così folto che non mi lasciava scorgere s’io fossi la sua creatura o s’ella fosse la mia creatura. Era un fuoco tanto splendente che non mi lasciava distinguere se imperfetto io ardessi di lei o se di me ella ardesse compiuta». Tralasciando le considerazioni che esulano da questo contesto e che quindi si possono solo sfiorare, quanto a una dimensione edipica che si fonde con quella narcisistica, mi sento di sposare in pieno la suggestiva posizione di Manzoni-Sbrana della fusione amniotica, di una sorta di regressione uterina, di tensione verso uno stadio prenatale di simbiosi organica: «Perché lì D’Annunzio vuole tornare: al nulla prenatale, al Nirvana del senza pulsioni». Con smagata lucidità, gli autori ci pongono davanti a una relazione complessa descritta nitidamente e senza concessione a ogni sorta di edulcorazione: senza ricorrere a un’ermeneutica che la riduca a semplificazioni di dinamiche emotive, banalmente maternali, su uno sfondo epistemologicamente sessuologico.
Anche quando il poeta
eccede in costruzioni artificiose
si ricrea un equilibrio
di compensazione nella «matericità:
nella lotta contro
la morte e le tenebre».
Gli autori hanno il coraggio di pronunciarsi con una crudezza necessaria alla verità, fino a portarci nel gradino più basso dell’abisso interiore dell’uomo, in cui D’Annunzio è sceso con piena consapevolezza. Così ci prospettano infatti il rapporto madre-figlio:
«E la madre si attacca alle ossa, ma è una buona sanguisuga, perché condivide il buio del figlio, il dolore, la morte prematura, e le carni del figlio e della madre si fondono in un unico tormento».
Perché lei è «come un doppio interno, un frammento di Altro, hanno gli stessi occhi, hanno lo stesso nome, e niente ha mai davvero reciso il cordone ombelicale».
Nel Notturno tuttavia le presenze femminili sono due e sono poste in un sottile e strano chiasmo: da un lato troviamo la madre, assente perché defunta e lontana anche in vita (data la partenza del poeta dalla terra natale assai giovane), di cui il poeta conserva i tratti e il tono della voce come una marca fonica di riconoscimento, ma presente e assimilata a lui nell’anima se non nel suo corpo.
Dall’altro, una seconda figura femminile – imprescindibile peraltro per la composizione stessa del Notturno – giacché fu lei ad assisterlo e curarlo, oltre che ad assemblare i diecimila cartigli che contenevano ognuno una frase, frammenti pazientemente ricuciti e trascritti appunto dalla figlia Renata, detta la Sirenetta, il che fiabescamente già la scarnifica in quanto figura fisica. Contraddizione quindi di una presenza, in realtà la più assidua materialmente al poeta, ma «fantasmatica», descritta come fluttuante e incorporea, «quasi pertinente al sovrannaturale».
Le due donne sono «in sovrapposizione» secondo gli autori ma divergono e convergono in modalità scorrevole e alternata, come sistole e diastole del sentire dannunziano e della sua scrittura, che schiude scenari a ogni moto di palpebra. Archetipica anche lei, come comprendiamo dal saggio, ma leggera e quasi impalpabile, costituisce un «dispositivo linguistico» che «porta il protagonista al nucleo del tormento», forse perché più legata all’infanzia («odora d’infanzia», dirà D’Annunzio). La figlia – eterea, delicata e mesta – in realtà si rivela la sola in grado di traghettarlo – oltre che di sostenerlo, abdicando alla sua vita personale – non solo verso la guarigione ma verso le sorgenti fatate della vita grazie a quel profumo di fanciullezza che per il poeta è sia sirena sia richiamo da «Flauto magico» verso il mistero della provenienza: verso il luogo dove loro tre, uniti dalla madre-matrice, diventano un triangolo prismatico e cortocircuitante in cui le identità oscillano in un flusso talora onirico. Il saggio di Manzoni-Sbrana possiede la capacità di guidarci nei recessi interiori, emotivi e persino inconsci, dell’autore, offrendoci chiavi di lettura potenti e sconcertanti come detonatori, ma sempre fondate su una lettura «pineale» e insieme esplorativa di molti stratificati livelli, oltreché rigorosamente documentata.
Come ha sottolineato il prefatore Emilio Zucchi, Manzoni e Sbrana, nel «soffrente scriba» del Notturno, identificano un «anticipatore dei nodi, dei gangli, degli spasmi interiori che caratterizzeranno la crisi dell’uomo contemporaneo», la tragedia di «un uomo vero».
Questo libro dunque riesce a illuminare in pieno quella capacità di resistenza della vita, grazie all’amore per la scrittura e per la parola, anzi persino la possibilità di «trasumanare», che potremmo anche tradurre in termini più democratici come intensificazione vitale: tale condizione appare ancora più corroborante se si oppone a una condizione clinica di deprivazione vitale, paralizzante e quasi mortifera. Vita contro la morte, che la guarda in faccia e circola a infondere nuova linfa vitale, a rappresentare una sorta di antidoto al clima di dissoluzione generale. Un disfacimento che si manifesta nel continuo memento del proprio corpo martoriato e menomato, nell’evocazione delle morti strazianti dei compagni d’arme, descritte con una feroce osservazione anatomo-patologica. Da ultimo, questa disgregazione palpita anche nell’atmosfera da acquario malinconico, nei nebbiosi e decadenti sfondi veneziani, scenario paesaggistico della narrazione.
La gratitudine del lettore, dopo aver attraversato questo intenso viaggio «Notturno» in loro compagnia, va al messaggio di speranza che gli autori sono riusciti a far sprigionare dal testo, come nei seguenti passi: «anche dal dolore più grande può nascere bellezza», «pure quando tutto si fa buio, è possibile trovare la luce», «risorgere con una nuova forza», «forse più silenziosa, ma più umana».
Perché il vero eroismo è quello di riuscire a volare ad ali chiuse, nel volo di un corpo che trova l’anima tra bende e ferite e trasforma in «soffrente» armoniosa grazia la scomposta musica del dolore.
– Gabriella Cinti
SCHEDA LIBRO
Titolo: Soffrente scriba. D’annunzio e il suo Notturno
Autori: Franco Manzoni, Marco Sbrana
Prefazione: Emilio Zucchi
Collana: L’Arco di Ulisse
Editore: Algra Editore
Anno: 2026
Pagine: 77
Prezzo: € 10,00


Gabriella Cinti, in arte Mystis, nata a Jesi (An), italianista, grecista, antropologa, poeta, scrittrice e saggista. Opere di poesia: Suite per la parola (Péquod, Ancona, 2008). Euridice è Orfeo, Achille e la Tartaruga, Torino, 2016. – Madre del respiro, Moretti e Vitali 2017 .– La lingua del sorriso: poema da viaggio, Prometheuseditrice, Milano, 2020– Prima Puntoacapo, Pasturana, 2022, 2024. Sulla sua poesia il saggio di Franco Manzoni, Femminea estasi. Sulla poetica di Gabriella Cinti, Algra editore, Catania, 2018. Saggi: Il canto di Saffo-Musicalità e pensiero mitico nei lirici greci, Moretti e Vitali, Bergamo 2010. Il saggio-ebook, Emilio Villa e l’arte dell’uomo primordiale: estetica dell’origine, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019. All’origine del divenire. Il labirinto dei Labirinti di Emilio, Mimesis, Milano, 202-. Il romanzo Polifema (Edizioni Progetto Cultura 2024). Suoi testi sono presenti in diverse importanti Antologie letterari e di Poesia. Pluripremiata in Premi nazionali e internazionali. Recensita in vari quotidiani e riviste letterarie e blog culturali. Ospite di vari Festival internazionali di Poesia e Letteratura. Membro di giuria in Premi Letterari Internazionali. Tradotta in inglese (USA), spagnolo (Buenos Aires), rumeno, polacco, serbo e greco moderno.