ORO EUROPEO: VIA DA NEW YORK (MA UN PO’ ALLA VOLTA)

L’Olanda sposta parte delle riserve auree, Francia e Germania seguono strategie diverse, l’Italia resta ferma. La geografia dell’oro torna a contare: liquidità, sicurezza e controllo delle riserve ridisegnano le scelte delle banche centrali.

ORO EUROPEO: VIA DA NEW YORK (MA UN PO’ ALLA VOLTA)

L’Olanda ha spostato il suo oro. Non tutto, e neppure nel modo che suggerisce la parola «trasloco». Tra marzo e agosto la De Nederlandsche Bank ha modificato la distribuzione geografica delle proprie riserve: circa 86 tonnellate sono state ricollocate dagli Stati Uniti e dal Canada verso Londra e verso i caveau nazionali. L’oro complessivo è rimasto lo stesso, 612 tonnellate. A New York la quota olandese è scesa dal 31,3 al 18,5 per cento; Londra è salita dal 18,1 al 32,1. Quando una banca centrale decide che alcuni lingotti devono stare altrove, il problema non è il costo del camion blindato. È capire che cosa teme di dover fare con quell’oro.

Una parte dell’operazione, infatti, non ha comportato alcun viaggio fisico. Circa 59 tonnellate sono state vendute a New York e ricomprate a Londra; altre sono state effettivamente trasferite. Tradotto: l’Olanda ha cercato una diversa combinazione tra custodia e possibilità di intervento. La banca centrale lo dice apertamente: l’aumento dell’instabilità geopolitica impone di essere preparati a crisi gravi e Londra offre una maggiore immediatezza operativa. Il lingotto resta un lingotto, ma la sua utilità cambia se può essere trasformato più rapidamente in liquidità.

La Francia aveva già fatto qualcosa di simile, anche se con una motivazione ufficiale diversa. La Banque de France ha eliminato il residuo stock conservato a New York: 129 tonnellate, circa il 5 per cento delle proprie riserve. L’operazione è stata presentata come tecnica, legata alla necessità di sostituire vecchi lingotti con barre conformi agli standard internazionali. Nessuna dichiarazione di sfiducia verso Washington. Però il risultato resta semplice: quell’oro prima era negli Stati Uniti, adesso è a Parigi. E nel frattempo l’operazione ha generato una plusvalenza complessiva da 12,8 miliardi di euro. Quando la tecnica produce anche una nuova geografia strategica, vale la pena guardare entrambe le cose.

Quando una banca centrale
decide decide di spostare
il proprio oro bisogna capire
che cosa teme di dover
fare con quell’oro.

La Germania, invece, non si muove. Possiede circa 3.350 tonnellate d’oro: poco più della metà è a Francoforte, circa 1.236 tonnellate sono ancora custodite presso la Federal Reserve di New York e altre 404 alla Bank of England. La Bundesbank continua a sostenere che l’oro negli Stati Uniti sia sicuro e che tenerne una quota a New York sia utile proprio perché può essere trasformato rapidamente in dollari. È una posizione perfettamente razionale. Ed è quasi l’opposto di quella olandese. Gli olandesi spostano oro verso Londra per renderlo più rapidamente utilizzabile; i tedeschi lasciano oro a New York per la stessa ragione. La prudenza, evidentemente, ha più di una geografia.

Poi c’è l’Italia. La Banca d’Italia possiede circa 2.452 tonnellate d’oro, una delle maggiori riserve nazionali del mondo. Di queste, circa 1.100 tonnellate sono conservate in Italia, 1.061 negli Stati Uniti, 149 in Svizzera e 141 nel Regno Unito. In pratica, più del 43 per cento dell’oro italiano è custodito oltreoceano. Il 4 settembre Bankitalia ha chiarito di non avere effettuato alcun trasferimento. La spiegazione resta quella tradizionale: distribuire le riserve tra più sedi riduce i rischi e mantenerne una parte nei principali centri finanziari internazionali consente di usarle rapidamente in caso di necessità. Anche qui, nulla di irrazionale. Ma ormai il punto non è più stabilire chi abbia ragione. Il punto è che la localizzazione dell’oro è tornata una decisione.

Per molti anni poteva sembrare quasi indifferente che un lingotto appartenente a un Paese europeo fosse a Roma, Parigi, Francoforte o sotto Manhattan. Le alleanze erano stabili, il sistema dei pagamenti internazionali sembrava impermeabile agli shock politici e la custodia estera aveva soprattutto una funzione pratica. Oggi questa neutralità non è più scontata. Congelamento di riserve, sanzioni finanziarie, guerre commerciali, conflitti regionali e crescente uso della finanza come strumento politico hanno restituito importanza a una domanda elementare: se arriva una crisi seria, chi controlla materialmente la riserva e quanto velocemente può usarla? Non significa che l’Europa stia ritirando l’oro dagli Stati Uniti. Significa qualcosa di meno spettacolare e forse più importante: nessun caveau viene più considerato politicamente neutro per definizione.

L’oro non paga interessi,
non distribuisce dividendi,
non finanzia direttamente
crescita o occupazione.
Eppure le banche centrali
continuano a comprarlo.
Il paradosso è tutto qui.

Il fenomeno, del resto, non riguarda solo l’Europa. Negli ultimi quattro anni le banche centrali del mondo hanno acquistato in media circa mille tonnellate d’oro all’anno, il doppio del ritmo medio del decennio precedente. Nel sondaggio 2026 del World Gold Council, l’89 per cento dei gestori delle riserve intervistati prevede che le riserve auree globali continueranno ad aumentare nei prossimi dodici mesi; il 45 per cento pensa di incrementare direttamente quelle della propria banca centrale. E il 74 per cento ritiene che nei prossimi cinque anni il dollaro rappresenterà una quota più bassa delle riserve mondiali. Non è la fine del dollaro e non è neppure la grande fuga dall’America. È una diversificazione lenta, metodica, molto più da ragionieri che da rivoluzionari.

L’oro non paga interessi, non distribuisce dividendi, non finanzia direttamente crescita o occupazione. Costa custodirlo e, in tempi tranquilli, può sembrare perfino una riserva inefficiente. Eppure le banche centrali continuano a comprarlo. Il paradosso è tutto qui: un bene improduttivo diventa più prezioso quanto più aumenta il dubbio sulla sicurezza degli strumenti produttivi e finanziari. L’oro non promette rendimento. Promette qualcosa di più elementare: di non dipendere dalla promessa di qualcun altro.

– Saldo Primario