PARMENIDE NON ESCE DALLA METAFISICA. NONOSTANTE DE SANTILLANA
De Santillana restituisce Parmenide alla storia della scienza e legge la dóxa come ricerca razionale sulla natura. Ma la separazione fra la verità dell'Essere e il sapere sul mondo che diviene regge già il peso della metafisica che Platone porterà a compimento.
Giorgio de Santillana ha tolto Parmenide dal sepolcro in cui una lunga tradizione filosofica lo aveva deposto. Dentro c'era il padre dell'Essere, immobile davanti a un mondo condannato all'apparenza. Fuori ricompare un greco del V secolo avanti Cristo che guarda il cielo e ne ricava una cosmologia — la forma della Terra è un problema che affronta, non un'immagine che riceve. Il Prologue to Parmenides lavora in questa direzione: la seconda parte del poema, quella della dóxa, va presa sul serio come fisica; dietro le proprietà attribuite all'Essere affiora una concezione razionale dello spazio.
La dóxa smette così di essere un deposito di errori dei mortali. La dea ha stabilito che l'Essere è e il non-essere non è; e tuttavia il mondo continua a mostrare ciò che sorge e ciò che perisce, la luce che si alterna alla notte. Parmenide ne parla e ne parla ordinatamente. De Santillana vede in questo uno dei passaggi originari della ricerca scientifica: la natura non viene più soltanto raccontata, deve rispondere a condizioni di coerenza.
Nel frammento B8 del poema parmenideo ciò che è non ammette divisione né differenza da sé: è continuo, compiuto, e alla fine prende la forma della sfera equilibrata dal centro in ogni direzione. De Santillana vi legge proprietà geometriche: nella continuità e nella simmetria attribuite all'Essere riconosce anche le condizioni dello spazio. Parmenide non formula una geometria nel senso moderno; il suo Essere è pensato secondo una necessità che assume una forma quasi geometrica.
Nel frammento B8
De Santillana vi legge
le proprietà geometriche
dell'Essere. E questa è fisica
La geometria spiega come Parmenide rappresenti l'Essere; non cancella la divisione che struttura il poema. La dea pronuncia la verità di ciò che non nasce e non muore; agli uomini resta il mondo dove si nasce e si muore, e dove ogni cosa si muove e differisce. Quel mondo può essere studiato con rigore e può generare una fisica: continua a stare sotto il nome della dóxa.
La metafisica trova il suo varco in questa gerarchia. Se il sapere sul divenire appartiene all'opinione e la verità spetta all'Essere che non diviene, la realtà esperita e la realtà vera cessano di coincidere. L'uomo vive tra cose che sorgono e scompaiono, e la ragione riconosce piena verità soltanto a ciò che non può sorgere né scomparire. Il gesto è compiuto: la verità viene sottratta al movimento delle cose.
Platone troverà quella separazione aperta. Il mondo delle Idee non è ancora in Parmenide, che non conosce né la pluralità delle forme intelligibili né l'architettura destinata a reggerle. Il solco però è tracciato: ciò che rimane identico a sé si lascia conoscere, mentre ciò che muta consente soltanto opinione. Platone lavorerà su quel solco, distinguendo l'ordine intelligibile dal mondo sensibile del divenire.
Al bivio, però,
a una ha consegnato la verità,
all'altra l'opinione.
È la via maestra
di ogni metafisica
De Santillana può dunque avere ragione nel collocare Parmenide all'origine di una disciplina razionale della natura senza riuscire per questo a strapparlo alla metafisica. Anzi, le due cose possono nascere insieme. La dóxa apre lo spazio di una ricerca sul mondo fenomenico; l'alḗtheia stabilisce però che quel mondo non possiede lo stesso rango della verità. La scienza può interrogare il divenire proprio mentre la filosofia cerca ciò che al divenire non appartiene.
Da allora la domanda non abbandona l'Occidente. Il corpo invecchia, e invecchia con lui il legno della casa che lo ripara; la città non dura più a lungo della stella che le sta sopra. La ragione cerca qualcosa che non condivida fino in fondo la sorte di ciò che vede. Parmenide assegna a quel qualcosa il verbo più elementare e più radicale: essere. La fisica comincia a organizzare ciò che cambia; la metafisica domanda se dietro quel cambiamento vi sia qualcosa che non possa cambiare.
De Santillana riporta Parmenide sulla strada della scienza e gli restituisce il cielo insieme al diritto di interrogare ciò che diviene. Sulla soglia di quella strada resta però la dea. Ha diviso le vie prima che qualcuno le percorresse: a una ha consegnato la verità, all'altra l'opinione. Platone non dovrà tracciare quella divisione: la trova dove la dea l'ha lasciata, e su quella soglia passerà ogni pensiero che al mutamento chieda ciò che il mutamento non possiede.
— Eraclito di Rialto