LA RIVOLTA DEI PRODUTTORI. ALCESTE DE AMBRIS E IL SINDACALISMO RIVOLUZIONARIO - un libro di Giovanni Parabiago

Quale posizione avrebbe assunto Alceste De Ambris davanti alla RSI e alla socializzazione del 1944?

LA RIVOLTA DEI PRODUTTORI. ALCESTE DE AMBRIS E IL SINDACALISMO RIVOLUZIONARIO - un libro di Giovanni Parabiago

Il sindacalismo rivoluzionario pose una domanda alla quale la storia successiva ha dato molte risposte senza esaurirla: possono i lavoratori esercitare un potere proprio senza consegnarne la direzione a un partito, allo Stato o a una burocrazia separata? Le risposte sono passate per i partiti di massa, la contrattazione collettiva, il welfare e, in alcuni ordinamenti, la partecipazione dei lavoratori all’impresa. Sono state conquiste reali, e sarebbe caricaturale leggerle soltanto come addomesticamento del conflitto. Nel frattempo, però, è cambiato il lavoro: la grande fabbrica ha perso centralità, le catene produttive si sono disperse, i rapporti di lavoro si sono frammentati. Il paradosso contemporaneo è rovesciato rispetto a quello delle origini: il lavoratore possiede più diritti politici e sociali, ma fatica a riconoscersi come parte di un soggetto collettivo. All’inizio del Novecento i sindacalisti rivoluzionari vollero fare del sindacato qualcosa di più di uno strumento di difesa salariale: il nucleo dell’ordine che avrebbe dovuto nascere dopo la rivoluzione. In Georges Sorel questa aspirazione aveva già un contenuto positivo: disciplina, responsabilità, istituzioni operaie capaci di preparare una società diversa. Ma l’autonomia organizzata apriva già la difficoltà che accompagnerà l’intera esperienza: l’organizzazione nasce per dare forma alla volontà dei lavoratori; può finire per stabilirla.

Giovanni Parabiago con La rivolta dei produttori ricostruisce il sindacalismo rivoluzionario italiano seguendo soprattutto la traiettoria di Alceste De Ambris: dalle origini soreliane a Parma e all’USI, dalla frattura interventista a Fiume. È una scelta di prospettiva che chiarisce il libro, ma non può diventare la traiettoria dell’intero movimento: alcuni dei suoi uomini approdarono al fascismo, altri lo combatterono. Parabiago insiste sul carattere autonomo e libertario del movimento: l’emancipazione dei lavoratori doveva nascere dalle loro organizzazioni, senza essere affidata ai partiti o alla mediazione parlamentare. La prefazione di Pietro Cappellari stringe invece il sindacalismo rivoluzionario dentro una genealogia che dalla revisione del marxismo conduce al fascismo.

L’Italia giolittiana mise il sindacalismo rivoluzionario davanti a un avversario più difficile della repressione. Lo Stato liberale riconosceva le organizzazioni operaie, tollerava gli scioperi economici, cercava nel socialismo riformista un interlocutore. Non chiudeva più le porte: le apriva, e chi entrava scopriva di aver accettato la pianta dell’edificio. Le conquiste arrivavano davvero, e proprio per questo la questione diventava più insidiosa: ogni miglioramento ottenuto dentro il sistema rendeva meno evidente la necessità di rovesciarlo. Il riformismo poteva indicare il salario cresciuto, il diritto conquistato, la legge approvata; i rivoluzionari dovevano spiegare perché tutto questo non bastasse. La loro risposta fu che migliorare la condizione del produttore lasciava intatto il rapporto che continuava a farne un subordinato. Il salario poteva salire indefinitamente senza che cambiasse di un grado la posizione di chi lo riceveva. 

La contesa con il socialismo
riformista passava da qui:
amministrare meglio il rapporto
tra capitale e lavoro
o cambiarne la natura

Il sindacalismo rivoluzionario aveva visto ciò che l’uguaglianza politica tendeva a nascondere: dietro il cittadino restavano il produttore, la proprietà, il salario, la dipendenza. Trasformare però il produttore in soggetto politico apriva un problema che la critica del parlamentarismo non risolveva. Il lavoro organizzato non esprime un interesse unico: un porto e una campagna non hanno gli stessi interessi neppure quando hanno lo stesso nemico. Se da quelle organizzazioni doveva nascere un ordine nuovo, occorreva stabilire chi fosse legittimato a comporre interessi incompatibili e in nome di quale principio. L’autogoverno del lavoro rispondeva alla domanda su chi dovesse partecipare al potere; lasciava ancora aperta quella su come il potere comune dovesse decidere.

La Settimana Rossa mostrò quanto rapidamente l’ordine potesse essere incrinato e quanto più difficile fosse dare una forma politica alla forza che lo aveva incrinato. Fra i sindacalisti si incrinò allora la fiducia nello sciopero generale come mito sufficiente alla rivoluzione. Una minoranza cercò nella guerra una forza mobilitatrice diversa: disciplina, armi, mescolanza fra esercito e popolo, accelerazione della crisi dello Stato. Nacque l’idea della «guerra rivoluzionaria» e il movimento si spaccò. Con Fiume la questione divenne istituzionale. De Ambris dovette dare forma all’ordine che avrebbe dovuto succedere alla rottura. La Carta del Carnaro fondava la Reggenza italiana del Carnaro sul lavoro produttivo, attribuiva alla proprietà una funzione sociale, dava rappresentanza alle corporazioni, apriva a referendum e revoca. Nello stesso testo comparivano una Banca Nazionale del Carnaro, una magistratura del lavoro, un esercito e, nell’emergenza, un Comandante investito di tutti i poteri politici e militari, legislativi ed esecutivi. La Carta dimostrava così che l’autonomia dei produttori, appena diventava ordinamento, aveva bisogno a sua volta di istituzioni, magistrature e autorità. E sull’articolo del Comandante non fissava un limite: citava un precedente, e affidava al Consiglio la misura ricordandogli che nella Repubblica romana la dittatura durava sei mesi. Sapeva di aver riaperto una porta e si affidava alla memoria di Roma per richiuderla. La Carta segnava così il passaggio dall’autonomia delle forze produttive alla necessità di un’autorità capace di tenere insieme l’ordine comune.

Quale posizione avrebbe
assunto Alceste De Ambris
davanti alla RSI e alla
socializzazione del 1944?

Il rapporto con il fascismo diventa incomprensibile se lo si riduce a un’eredità prima raccolta e poi tradita. Nel programma dei Fasci del 1919 erano già presenti i temi usciti dall’incontro fra sindacalismo rivoluzionario e interventismo: rappresentanza professionale, partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’industria, affidamento di imprese alle organizzazioni proletarie, guerra rivoluzionaria, nazione in armi. Il fascismo di regime non abbandonò quel terreno. La Carta del Lavoro del 1927 cercò di trasformarlo in ordinamento: categorie produttive, contratti collettivi, magistratura del lavoro, corporazioni, responsabilità sociale della produzione. Lo fece però attraverso uno Stato che penetrava nelle organizzazioni del lavoro e ne fissava dall’alto funzioni e limiti. La tensione rimase aperta fino alla Repubblica Sociale Italiana, quando la socializzazione delle imprese portò i rappresentanti dei lavoratori dentro gli organi di gestione. Il fascismo non negò il sindacalismo rivoluzionario. Ne tentò una parte, ma la affidò allo Stato: proprio al potere dal quale il sindacalismo aveva voluto rendere autonome le organizzazioni dei produttori. Cappellari spinge questa continuità fino a domandarsi quale posizione avrebbe assunto De Ambris davanti alla RSI e alla socializzazione del 1944. Come ipotesi, magari avventurosa, potrebbe non essere escluso un suo ripensamento totale. Come quello che toccò Nicolino Bombacci, prima fondatore del P.C.d'I. e irriducibilmente avverso al fascismo dal suo nascere, poi "Arcangelo della socializzazione" a Salò.

Accanto a questa linea d’eredità, Parabiago ne suggerisce un’altra: quella che dalla Carta del Carnaro arriverebbe alla Costituzione repubblicana. Le consonanze esistono, ma nel libro manca la documentazione necessaria per trasformarle in una filiazione storica. Due testi possono rispondere alla stessa domanda senza che uno discenda dall’altro: la domanda era nell’aria, non negli archivi. Anche il progetto di Costituzione della Repubblica Sociale Italiana, mai approvato né entrato in vigore, avrebbe dato rango costituzionale alla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, già tradotta in legislazione dalla socializzazione del 1944: un principio che presenta un’evidente consonanza con quello riconosciuto dall’articolo 46 della Costituzione repubblicana. La successione delle formule dimostra la persistenza del problema; da sola non dimostra la genealogia delle soluzioni. La questione, però, rimane intatta e riappare in una forma diversa: quale parte del potere economico deve appartenere a chi lavora?

La rivolta dei produttori riporta alla luce una tradizione che la genealogia fascista non esaurisce e che la storia della sinistra ha guardato con imbarazzo. Il libro consente così di vedere il sindacalismo rivoluzionario nel punto in cui la sua forza e il suo limite coincidono: volle consegnare ai produttori la direzione della propria emancipazione e dovette poi cercare istituzioni capaci di conservarla. Seppe dire da chi il potere andasse tolto. Non seppe dire dove metterlo. La sua eredità comincia dove terminò la sua rivoluzione: quando chi parla in nome dei lavoratori deve dimostrare di non aver cominciato a parlare al loro posto.

– Miro Renzaglia 

Scheda del libro

TitoloLa rivolta dei produttori. Alceste De Ambris e il sindacalismo rivoluzionario
Autore: Giovanni Parabiago
Prefazione: Pietro Cappellari
Editore: Moira Edizioni
Anno: 2026
Pagine: 96
ISBN: 9798199861915
Prezzo: € 10,40
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