METTI UNA SERA A CENA TALETE E HEISENBERG

METTI UNA SERA A CENA TALETE E HEISENBERG

Per venticinque secoli il fondamento ha avuto una forma sola: qualcosa che sta sotto e regge — sub-stantia — indipendente da chi guarda. L'acqua di Talete e l'atomo dei classici sono la stessa mossa ripetuta con materiali diversi. Heisenberg non toglie la realtà: toglie il sotto. Ciò che si misura non possiede i propri valori prima dell'interazione, e il confine fra chi misura e ciò che è misurato non lo traccia la natura — lo si decide ogni volta.

Quel che resta non è un altro oggetto. È una struttura: relazioni fra stati, invarianze, ciò che non si muove mentre tutto il resto viene trasformato. Anche l'origine perde il suo statuto di inizio, perché nei modelli quantistici della gravità il punto zero cessa di essere un punto e con esso se ne va il prima.

Talete e Heisenberg sono i due capi di questo debito: il primo pone la domanda per la prima volta e sbaglia la risposta, il secondo rende impraticabile la forma in cui era stata posta e continua a porla. Metterli nella stessa stanza serve a vedere che cosa passa di mano quando sotto non c'è più niente.

– E.d.R.


Helgoland, giugno 1925. Una tavola, una lampada a petrolio, fogli. Heisenberg ha la faccia gonfia per il raffreddore da fieno. Talete, affaticato da un sentiero in salita, percorcorso per arrivare fin lì, si siede di fronte a lui.

Talete. Su quest'isola non cresce niente.

Heisenberg. Per questo sono venuto. A Gottinga il polline mi chiudeva gli occhi. Qui c'è roccia e sale, e da tre notti mi tornano i conti.

Talete. Conti di che cosa?

Heisenberg. Tabelle di numeri. Nessuno di quei numeri appartiene a un elettrone: sta fra due suoi stati, è il salto dall'uno all'altro, e nello spettro dell'idrogeno lo vedi come una riga colorata. Li moltiplico, e cambiando l'ordine dei fattori il risultato cambia.

Talete. Come dire che tre per quattro non fa quattro per tre.

Heisenberg. Appunto. Stanotte alle tre ho visto che l'energia si conserva lo stesso, poi sono uscito ad aspettare l'alba su quello scoglio.

Talete. Allora ditemi che cosa avete trovato sotto. Quando dicevo che tutto è acqua non davo una ricetta: dicevo che sotto il molteplice qualcosa sta e regge, e che la ragione può nominarlo.

Heisenberg. Non c'è un sotto. Non ho trovato una sostanza più fine della vostra: ho trovato che la domanda resta senza oggetto. Quei numeri non descrivono cose, descrivono passaggi — e non c'è lo stato senza l'altro da cui si passa.

Talete. Ho strofinato l'ambra con la lana e la pula le è saltata addosso; ho avvicinato la calamita al ferro e il ferro si è mosso da sé. Dissi che avevano un'anima e mi presero alla lettera: volevo dire che la materia non sta ferma per conto suo.

Heisenberg. Quello che la lana strappa all'ambra sono i miei elettroni. Ma non li possiede né l'ambra né la lana: c'è lo strofinio, e da lì la pula si muove. Voi l'anima la mettevate dentro un corpo. Io la trovo solo fra due corpi.

Talete. Io ho misurato la piramide di Cheope senza toccarla. Ho aspettato l'ora in cui l'ombra di un uomo è lunga quanto l'uomo, ho piantato un bastone nella sabbia e ho misurato l'ombra. Il numero era giusto e la pietra non se n'è accorta di niente.

Heisenberg. Per vedere dov'è un elettrone devo colpirlo con la luce. Per un po' ho creduto che il guaio fosse il colpo: che il raggio gli scombinasse il moto e che il valore vero ci fosse comunque, nascosto sotto il disturbo. Bohr mi ha smontato quel discorso in una settimana, e non l'ho presa bene.

Talete. Dove sbagliavate?

Heisenberg. Nel nascosto. Prima dell'interazione l'elettrone non tiene in tasca una posizione e una velocità che io rovino misurando. Non le ha. Non è un segreto mal custodito: il valore nasce nell'incontro, e prima non c'è.

Talete. E chi decide dove finisce lo strumento e dove comincia la cosa?

Heisenberg. Io. La natura quel taglio non lo traccia. Lo sposto e trovo altro. Non ho il vostro bastone da piantare accanto alla piramide, perché non c'è sabbia che stia fuori dalla misura.

Talete. Vi resta almeno l'inizio. In principio l'acqua, e da lì tutto il resto in ordine.

Heisenberg. Anche l'inizio se ne va. Trattate quantisticamente il principio dell'universo e il punto zero smette di essere un punto: nessun istante primo, nessun prima da cui contare. Vi rimane un ordine senza origine.

Talete. Mi dicono che ora le vedete, queste vostre particelle.

Heisenberg. Una scatola di vetro con vapore d'acqua raffreddato fino al punto in cui basta niente per farlo goccia. Passa la particella e l'acqua le si condensa lungo la strada: resta una scia bianca sottile come un capello, che dura due secondi. La particella non la vedi mai. Vedi le gocce — e anche quelle sono già l'esito di un incontro.

Talete. Dunque la mia acqua vi serve ancora.

Heisenberg. Come lavagna. Non come fondamento.

Talete. E allora che cosa portate a casa dalle vostre notti?

Heisenberg. Non una cosa che resta: un modo di restare. Giro il sistema, sposto l'orologio, cambio il riferimento — certe grandezze non si muovono. Quello che voi chiamavate sostanza adesso è la regola che tiene mentre tutto viene trasformato. Non pesa, non si tocca. Regge.

Talete. Ho sbagliato sull'acqua, lo so da un pezzo. Ma la parte feconda non era la risposta: era aver deciso che il mondo si spiega senza raccontare una genealogia di divinità. Quell'errore ha camminato più lontano di me.

Heisenberg. Anche il mio camminerà. Fra venticinque secoli sarà il caso particolare di qualcosa che non so nominare.

Talete. Non sono venuto a difendere l'acqua. Sono venuto a sapere se la domanda si fa ancora.

Heisenberg. Si fa. Non chiede più di che cosa sia fatto il mondo: chiede quali relazioni lo facciano venire fuori così. Vi sembra poco?

Talete. Mi sembra la stessa fatica con meno bagaglio. Fammi vedere lo scoglio.

Heisenberg. È dietro di voi. Al buio ci si arriva male.

Talete. Una notte guardavo le stelle camminando e sono finito dentro un pozzo. La serva tracia rise. Adesso guardo dove metto i piedi.