Mitografie della modernità tra letteratura e critica - Un libro di Laura D'Angelo
Mitografie della modernità lascia aperte due mete: gli uomini e il viaggio stesso. Da Ulisse a Manitta, la domanda sull’approdo investe anche la forma del libro.
Mitografie della modernità tra letteratura e critica di Laura D’Angelo mette in circolo due affermazioni difficili da far coincidere. La prima dice che «la meta del viaggio sono gli uomini». La seconda conclude che «la meta del viaggio è il viaggio stesso». Se l’arrivo è l’uomo, il percorso tende al riconoscimento; se coincide con il viaggio, nessun riconoscimento può valere come possesso definitivo. Il libro si muove fra queste due possibilità. La modernità che D’Angelo attraversa sembra avere perduto soprattutto questo: la certezza che una meta, una volta raggiunta, possa ancora trattenerci.
Dante è la prima misura di questa instabilità. Il suo Ulisse non riesce a fermarsi e il folle volo fallisce contro il limite divino; resta tuttavia quell’aspirazione all’altrove che D’Angelo riconduce alla sensibilità moderna. Ma Ulisse cambia significato quando arriva ad Auschwitz. Primo Levi recupera i versi del canto di Ulisse dell’Inferno dantesco per ristabilire un legame con il passato e «ritrovare me stesso». L’erranza che in Dante allontana dalla meta diventa nel Lager una possibilità di riconoscimento: la memoria letteraria restituisce per un momento ciò che il campo tenta di cancellare. Alda Merini porta Dante dentro un’altra reclusione. Il manicomio assume i tratti dell’Inferno, lei stessa si riconosce nell’esule; stavolta però D’Angelo sottolinea un’assenza: nessun Virgilio, nessuna Beatrice. Il viaggio rimane, la promessa di essere condotti fuori si è oscurata.
Con Gabriele D’Annunzio la risposta prende una direzione diversa. D’Angelo concentra la lettura sull’Isottèo, dove «il Verso è tutto» e la forma rivendica per sé uno spazio sottratto al contingente. Il distacco dalla realtà sociale di cui parla appartiene a questa poetica: fuori, ricorda D’Angelo, l’esteta si fece eroe militante e figura pubblica di una generazione. Nell’Isottèo il sogno della letteratura tenta piuttosto di dare una sede alla bellezza quando il presente non ne offre una abbastanza stabile. Pier Paolo Pasolini incontra la stessa precarietà dal versante opposto. La paternità perde autorità e l’identità si frantuma, mentre la società dei consumi corrode i meccanismi della trasmissione. In D’Annunzio la forma prova ancora a costruire una dimora; in Pasolini si incrina perfino la possibilità di ereditarne una.
La modernità sembra avere perduto questo: la certezza che una meta, una volta raggiunta, possa ancora trattenerci.
Paolo Volponi ambienta questa perdita di orientamento in un paesaggio ormai devastato. Nel Pianeta irritabile i superstiti della catastrofe atomica avanzano verso un’improbabile salvezza e inseguono una «Terra promessa». La meta esiste ancora come direzione, senza alcuna garanzia che possa diventare approdo. Giuseppe Manitta radicalizza la questione. D’Angelo chiama «eresia dell’approdo» l’impossibilità di fermarsi in una forma definita che emerge dall’Etica dell’acqua. Accanto a Manitta riappare Ulisse: quello dantesco consegnato al mare della propria irrequietezza, di fronte a quello omerico che torna a Itaca. I due Ulisse lasciano aperta la domanda del libro: che cosa significa arrivare quando la forma nella quale dovremmo riconoscerci continua a mutare?
La poesia offre una risposta meno geografica. Nei versi di Gabriella Sica per Valentino Zeichen, D’Angelo vede la parola «colmare presenza e assenza»: la perdita rimane tale, ma il ricordo impedisce che coincida con la cancellazione. Franco Manzoni spinge ancora oltre questo gesto. Le sue stanze sono vuote, la parola sa ciò che è stato amato e lo trattiene; il perduto acquista consistenza fino a «dare corpo» all’assenza. L’approdo, allora, può consistere nel riconoscere ciò che non è più disponibile alla presenza: senza restituire il luogo perduto, lo tiene distinto dal nulla.
La meta continua a chiamare proprio perché non coincide mai del tutto con il luogo in cui si arriva.
I testi raccolti fra il 2017 e il 2025 conservano la diversità delle occasioni da cui provengono. D’Angelo parla dell’«infinito ragionar di frammenti» proprio della scrittura per il web e affida a quei frammenti immagini successive: la grande biblioteca, poi il mosaico. Qui la domanda sull’approdo investe anche la forma del libro. Se ogni testo può farsi tappa e ogni esperienza entrare nelle «mitografie della modernità», il percorso acquista ampiezza ma la meta diventa più difficile da determinare. La categoria comprende il riuso di Dante come la frattura pasoliniana e spazia dall’apocalisse di Volponi alla poesia della perdita. Questa capacità di accogliere materiali lontani mette alla prova il disegno: quanto può allargarsi una mitografia prima che il suo confine coincida semplicemente con tutto ciò attraverso cui l’uomo moderno tenta di riconoscersi?
Le due affermazioni, allora, conservano tutta la loro distanza. «La meta del viaggio sono gli uomini» assegna al movimento una direzione; «la meta del viaggio è il viaggio stesso» impedisce che quella direzione diventi una conclusione. D’Angelo le lascia entrambe nel libro, e forse la loro incompatibilità dice più della formula che dovrebbe ricomporle. Fra l’uomo che cerca di ritrovarsi e il viator che non può smettere di muoversi rimane uno scarto. La meta continua a chiamare proprio perché non coincide mai del tutto con il luogo in cui si arriva.
SCHEDA LIBRO
Titolo: Mitografie della modernità tra letteratura e critica
Autore: Laura D'Angelo
Editore: Rubbettino
Anno: 2026
Pagine: 204
Prezzo: € 18,00
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