Locronan tra pioggia e pietra - La Bretagna come te l’aspetti
A Locronan, in Bretagna, un riparo dalla pioggia diventa un viaggio tra granito, ardesia e volte gotiche. Davanti alla Pietà, la pietra custodisce un gesto di cura.
Scrivo da un tavolino di bar, a Locronan, al riparo. Fuori pioviggina, e l’acqua si orienta meglio di me. Sa dove fermarsi: nelle fughe del selciato, sulle spalle del pozzo; più su, lungo i tetti d’ardesia. Scende fine, quasi senza ingombrare l’aria, e intanto cambia il colore delle cose. Il granito scurisce. Dalle finestre arriva un giallo domestico. Riguardo le fotografie sul telefono e torno dentro questa luce bagnata. Il paese è ancora qui, fra lo schermo e il vetro.

Il quadrivio apre il borgo in quattro direzioni. Guardo una strada e già l’altra mi tira per gli occhi: un’insegna, una porta azzurra. Sul muro si allarga il verde. C’è una libreria celtica con una lampada accesa e, poco più in là, una catasta di legna. Il pozzo tiene insieme la piazza; le case gli stanno intorno, ognuna alla propria altezza. Cerco un’inquadratura. Basta un passo: un comignolo entra nel cielo, una finestra sparisce dietro uno spigolo. E la pioggia, sulle pietre, aggiunge riflessi da inseguire.
La chiesa di Saint-Ronan sale dallo stesso granito. Il campanile emerge sopra i tetti, grave. I licheni lo punteggiano con pazienza. Sulle pareti corrono macchie chiare, minute geografie cresciute senza disegno. Lungo il filo esatto degli archi l’umidità fa il suo lavoro. In una delle aperture del portico si affaccia per gioco un volto vivo, e riporta l’edificio alla misura di chi lo attraversa. Il gotico si presta anche a una fotografia sorridente.

Dentro, lo sguardo prende un’altra direzione. Le nervature delle volte si cercano in alto e si incontrano; poi proseguono oltre il punto in cui mi aspetto che finiscano. La vetrata raccoglie il giorno grigio e lo distribuisce in azzurri e rossi, a piccoli chiarori. Alcune persone occupano appena una parte dello spazio. Nella penombra le distanze acquistano spessore: il pilastro vicino, il legno delle sedute e, sul fondo, l’altare. Seguo queste linee di pietra finché non mi tira il collo. Il corpo, entrando, deve impararne l’altezza.

La Pietà di pietra mi trattiene più in basso. Dopo la salita, il corpo deposto, il peso affidato alle mani. Ci si vede la fatica: scolpire una carne abbandonata, ottenere che la durezza custodisca un gesto di cura. Piegarsi verso qualcuno, cercare un appoggio, restare accanto: nella vita dura un istante. Qui lo tiene la pietra. Guardo quel peso: l’hanno ricavato mani di mestiere, togliendo materia fino a lasciare visibile una vicinanza. Seduto al bar, indugio davanti a quel gesto.

Scorro le altre fotografie: i gradini consumati, l’erba fra i ciottoli, le imposte chiare, le foglie che entrano dall’alto. Ritrovo il quadrivio e torno a esitare. Dalla libreria la luce della lampada si allunga sul selciato bagnato. Di fianco, l’automobile parcheggiata fin sotto le vecchie finestre. Mi fermo su quel riflesso, poi alzo gli occhi dal telefono. La pioviggine di Bretagna continua oltre il vetro. Resto al tavolino ancora un poco, con le quattro strade del paese aperte davanti a me e l’ultima frase da scrivere.
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