L’asse Mosca-New York esce allo scoperto - Accordo fra Trump e Putin sul diesel russo
La licenza americana sul diesel russo arriva prima di ogni impegno di Mosca sulla guerra e apre per l’Europa una questione di sovranità.
Il 9 ottobre Donald Trump annuncia l’accordo con Vladimir Putin sul diesel russo. Lo stesso giorno l’OFAC, l’ufficio del Tesoro americano che amministra le sanzioni, autorizza fino al 7 aprile 2027 il commercio del carburante di origine russa, importazione compresa. La Russia ottiene una riapertura commerciale mentre continua l’aggressione all’Ucraina. L’asse Mosca–New York prende così una forma concreta: fra i due presidenti l’intesa economica precede qualsiasi risultato verificabile sulla fine della guerra.
Trump cerca un risultato sui prezzi prima delle elezioni congressuali del 3 novembre. Il diesel muove trasporti e macchine agricole, e il suo costo si trasferisce sulle merci: prometterne una maggiore disponibilità serve alla campagna repubblicana. Putin punta all’accesso ai mercati e a nuove entrate. Le due convenienze si incontrano in una licenza già operativa. Il beneficio che Washington promette ai propri cittadini resta invece da misurare: gli esperti dubitano che le forniture annunciate possano ridurre stabilmente i prezzi.
L’autorizzazione americana non subordina l’apertura a un cessate il fuoco. Dopo la telefonata, il consigliere del Cremlino Jurij Ushakov dichiara che la Russia valuterà quando riprendere i negoziati e attribuisce il rinvio agli attacchi ucraini. La ripresa del dialogo dipende così da una scelta di Mosca, mentre l’accesso commerciale è già acquisito. Volodymyr Zelensky sostiene che il provvedimento alimenti Putin e gli consenta di proseguire la guerra. La concessione anticipata riduce la pressione economica senza una contropartita pubblica sulla sicurezza ucraina.
Le sanzioni
europee contro
la Russia
restano in
vigore.
La trattativa sulle attività estere di Lukoil, la compagnia petrolifera russa colpita dalle sanzioni di Washington, porta nel quadro il circuito degli affari. Fra i potenziali acquirenti figurano Todd Boehly, finanziatore delle iniziative politiche di Trump, e investitori del Golfo legati da rapporti commerciali a Jared Kushner e all’ambiente di Steve Witkoff, i due inviati americani per l’Ucraina. All’operazione dovrebbe partecipare anche la Development Finance Corporation, l’agenzia federale che finanzia investimenti all’estero. L’acquisizione attende ancora le autorizzazioni, e l’OFAC richiede che i fondi dovuti a Lukoil restino congelati. Non risultano prove di un guadagno personale dei due inviati. Resta la sovrapposizione fra diplomazia e affari: chi tratta la pace partecipa a negoziati economici con possibili beneficiari vicini alla propria cerchia.
Reuters riferisce anche di colloqui fra Kushner e Kirill Dmitriev, inviato di Putin per la cooperazione economica, sull’ingresso di un investitore statunitense nel Nord Stream. La Casa Bianca nega discussioni recenti sul gasdotto. Berlino si oppone alla riapertura, e le sanzioni europee restano in vigore. L’ipotesi mostra comunque la direzione degli interessi: capitale americano e risorse russe potrebbero tornare a incontrarsi nei flussi energetici destinati all’Europa. Per l’Unione europea la questione riguarda il potere di decidere sul proprio futuro: il continente rischia di diventare il mercato di una convergenza costruita altrove.
Un eventuale calo dei prezzi non risolverebbe questo problema di sovranità: gli interessi commerciali di Washington e Mosca possono avanzare mentre le garanzie per Kyiv restano sul tavolo. L’Unione deve mantenere una linea autonoma sulle sanzioni e costruire la capacità di sostenere le garanzie che chiede. Le decisioni che prenderà sulla difesa comune e sulla pressione economica contro la Russia stabiliranno se l’Europa potrà negoziare le condizioni della pace con una forza propria.
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