IL CORPO DI SINNER NON DEVE NIENTE A NESSUNO
E il corpo è l’uomo
G. Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico
C'è un momento, sul Philippe-Chatrier, in cui il corpo di Jannik Sinner smette di obbedire. A quel punto la partita è già decisa, ma la testa ancora non lo sa. Le gambe si fermano prima che la decisione arrivi a coscienza. La mano alzata, il fisioterapista che entra in campo sono solo la ratifica del fatto già avvenuto.
In conferenza Sinner dirà che il problema non erano il caldo né le condizioni: il problema era lui. In realtà, l'assunzione di responsabilità era già messa a verbale: lui ha soltanto firmato. Senza leggere, come si fa quasi sempre quando si sottoscrive un verbale di contravvenzione.
Nelle settimane successive quel corpo è diventato un documento pubblico. Crampi, hanno detto gli ex campioni; panico, ha detto chi guardava da casa. Referti compilati a distanza, con la premura di chi vuole che ogni conto torni.
Le gambe si fermano
prima che la decisione
arrivi a coscienza
Perché quando un corpo va in debito di ossigeno, chi ha creduto in te diventa un creditore, ed esige un piano di rientro: una data in cui l'anomalia sarà finalmente spiegata e riassorbita.
È la vecchia macchina che Nietzsche riconobbe al fondo della faccenda: in tedesco debito e colpa si dicono con la stessa parola, schuld. Un uomo lo si rende prevedibile facendogli sentire che deve. Il conto del "tu devi" è esigibile all'io che è l'unico a saper firmare. Ma poi, è il corpo che deve eseguire il pagamento. E non è detto che sia sempre disposto a farlo. A Parigi il conto non è tornato, perché non c'era alcun conto da far tornare.
Vittoria e sconfitta, forma e cedimento: eserciti nemici accampati nello stesso uomo, secondo un'abitudine di pensiero che ha molti secoli e nessuna prova. La macchina nervosa che permette a un braccio di ripetere trentamila volte il medesimo gesto è la stessa che a un certo punto lo pianta in asso; non c'è una seconda macchina, di riserva, incaricata dei giorni buoni. Leopardi scriveva dentro il male, non malgrado esso: la sofferenza non spiega l'opera, ma ne attraversa la materia insieme alla salute.
Non c'è una seconda
macchina di riserva,
incaricata dei giorni buoni
La prima vittoria a Wimbledon, nel 2025, viene dopo una squalifica che costringe il corpo a sedersi per tre mesi. La seconda arriva ieri, a un mese o poco più dal crollo di Parigi. Due titoli, e prima di ognuno un corpo fermo.
Malattia e sconfitta, guarigione e vittoria non sono in relazione di causa ed effetto. Non sono nemmeno termini di una contraddizione dualistica: agiscono insieme e alimentano il corpo nella sua corsa nel (non contro il) tempo.
Sull'erba del Centre Court non è accaduto nulla di commovente: lo stesso corpo che a maggio si era spento senza preavviso, ha tenuto.
Rimane l'erba consumata dietro la linea di fondo, dove il campo finisce e la tribuna si svuota, dopo la finale. Tu solo. Il tuo corpo. Nessun creditore.
— Miro Renzaglia
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