USA-IRAN. Ovvero: come entrare in un vicolo cieco e non sapere come uscirne
Dopo quattro mesi di guerra, una tregua durata poche settimane e un negoziato che avrebbe dovuto trasformare il cessate il fuoco in un accordo stabile, gli Stati Uniti sono tornati a bombardare l'Iran. La ripresa delle operazioni non segnala il fallimento della sola diplomazia, ma della strategia con cui Washington contava di chiudere la guerra.
Gli Stati Uniti colpiscono l'Iran quasi ovunque e quasi senza perdite. Le difese aeree sono penetrate, il naviglio che lascia i porti viene affondato, i depositi individuati saltano nel giro di ore. Questa libertà operativa non si è convertita in un risultato politico. La guerra è ripresa perché la prima offensiva non aveva chiuso nulla: Teheran è rimasta in piedi, conserva capacità di rappresaglia e continua a contendere a Washington il controllo dello Stretto di Hormuz.
Il criterio del successo non è il numero degli obiettivi distrutti, ma il momento in cui l'avversario accetta un ordine politico che prima rifiutava. L'Iran ha subito perdite significative senza avvicinarsi a quel momento. Ha continuato a colpire le rotte commerciali e le basi statunitensi nel Golfo, obbligando gli Stati Uniti a tornare all'attacco. Ogni nuova ondata di bombardamenti viene presentata come prova di forza; misura invece l'insufficienza di quella precedente.
Ogni nuova ondata
di bombardamenti
viene presentata
come prova di forza;
misura invece l'insufficienza
di quella precedente
Quando una guerra pretende di modificare in modo stabile la condotta di uno Stato, il problema si sposta a terra. L'aviazione demolisce infrastrutture e rallenta programmi militari, ma non occupa un territorio né disarma apparati dispersi sulle montagne, e non impedisce che la ricostruzione riprenda sotto terra appena i velivoli si allontanano. Per ottenere questi risultati gli Stati Uniti dovrebbero entrare in Iran: un paese di un milione e mezzo di chilometri quadrati, con una struttura statale ancora funzionante e una rete di alleanze regionali che non è stata smantellata.
Washington non vuole la guerra terrestre e difficilmente potrebbe sostenerla sul piano interno. Senza di essa, però, gli obiettivi dichiarati restano fuori portata. Il programma nucleare può essere danneggiato, ma la sua cancellazione richiede un controllo fisico dei siti che nessun bombardamento produce. La sostituzione del regime richiede un potere alternativo che sul terreno non esiste. All'Iran non serve vincere: gli basta durare, e rendere onerosa la presenza americana nella regione.
Le opzioni di Washington sono quattro e nessuna produce una conclusione. Proseguire i bombardamenti significa alimentare una guerra senza esito e moltiplicare i bersagli iraniani fra le monarchie del Golfo. Interromperli equivale ad ammettere che la potenza aerea non ha ottenuto la resa, mentre aprire un negoziato riconosce a Teheran una forza sufficiente a imporre una trattativa. Resta l'invasione. Che questa opzione non venga nemmeno discussa misura l'ampiezza reale del ventaglio strategico americano. Che i colloqui restino formalmente possibili mentre le operazioni continuano indica l'assenza di una strategia d'uscita.
All'Iran
non serve vincere:
gli basta durare
Nello Stretto di Hormuz l'Iran converte l'inferiorità militare in potere politico. La chiusura completa non è necessaria: è sufficiente l'intermittenza. Un premio assicurativo che sale, un convoglio che rallenta, e il costo della guerra si trasferisce dall'Iran ai mercati mondiali. Ne paga una quota anche l'Europa, che non partecipa alle decisioni da cui quel costo deriva.
Gli Stati Uniti hanno dominato il cielo e il mare della prima fase e hanno scambiato quel dominio per il controllo della guerra. L'Iran perde uomini e infrastrutture, ma conserva la capacità decisiva: impedire agli Stati Uniti di trasformare la superiorità militare in una conclusione politica. La forza americana resta intatta. È la direzione ad essere scomparsa.
— Severin Azimut