IL CORPO DI JANNIK SINNER

IL CORPO DI JANNIK SINNER

Parigi il corpo di Sinner ha smesso di obbedire. E ha ricordato qualcosa che vale ben oltre lo sport: forse, quando crediamo di decidere, decide sempre qualcun altro.

Parigi gli mancava un solo game. Poi, senza preavviso, il corpo si è ritratto: le energie si sono ritirate di colpo, il respiro si è fatto corto, e il campo — lo stesso campo misurato in anni di allenamento — si è allargato fino a diventare un luogo estraneo, quasi ostile. Jannik Sinner ha continuato a impugnare la racchetta mentre la partita, già vinta, gli scivolava via punto dopo punto, come se qualcun altro giocasse al posto suo.

Chi giocava al posto suo?
Non un avversario,
non la sfortuna. Qualcosa
di più intimo e sconcertante

Il numero uno del mondo, in quel pomeriggio, non ha soltanto perso una partita. Ha assistito a qualcosa di più difficile da nominare: il momento in cui il proprio corpo ha smesso di essere strumento e ha cominciato a decidere da sé. Chi giocava, allora, al posto suo? Non un avversario, non la sfortuna. Qualcosa di più intimo e sconcertante — quella parte di lui che aveva sempre creduto di guidare, e che si stava rivelando padrona di sé, con leggi proprie e rifiuti propri, repentini.

Ci fu un tempo, cinque secoli fa, in cui un uomo di Firenze provò a dare conto di quel margine di realtà che sfugge alla volontà. Niccolò Machiavelli scriveva che la fortuna governa forse la metà delle nostre azioni, lasciando all'uomo — alla sua prudenza, al suo lavoro, a quella che chiamava virtù — l'altra metà. E per raffigurarla ricorreva a un'immagine che vale più di un trattato intero: la fortuna è come uno di quei fiumi che, quando si adirano, allagano le pianure e abbattono ciò che trovano sul proprio cammino. All'uomo previdente restava il compito di costruire argini nei tempi di quiete, così che, quando il fiume fosse tornato a gonfiarsi, trovasse un canale che lo conducesse altrove.

La diga era fatta
della stessa acqua
del fiume

L'immagine, letta oggi, si rovescia. Il fiume che ha rotto gli argini a Parigi non è venuto da fuori: non è arrivato con il vento, con il sorteggio, con l'avversario. È salito dalla stessa materia che aveva costruito gli argini — dal corpo che aveva passato una vita ad allenarsi, misurarsi, obbedire. La diga era fatta della stessa acqua del fiume.

C'è un'attenuante generica, in questa idea, e insieme una vertigine. L'attenuante riguarda ciò che è stato: se la volontà non è mai stata del tutto nostra, nemmeno la sconfitta lo è, e chiedere all'io di rispondere di ciò che il corpo decide equivale a chiedere al riflesso di rispondere della forma originale. La vertigine riguarda ciò che verrà: se a decidere è quel qualcosa di più antico e taciturno che chiamiamo corpo, allora nulla di ciò che chiamiamo volontà potrà mai garantirci il pomeriggio che verrà. Si può allenare un fisico per anni e scoprirlo straniero in un solo game.

Ogni libera scelta è già stata
contrattata, in qualche parte
oscura del corpo, molto prima
che l'io si presenti a firmarla

Ora Sinner è di nuovo in finale a Wimbledon. Ci arriva sapendo qualcosa che prima poteva ancora ignorare: quel corpo che lo porterà in campo domenica è lo stesso che, a Parigi, si è preso il diritto di dire no. Non lo ha domato, non lo ha rieducato — questi non sono verbi che si applicano agli amici. E il corpo, come sa chi dell'io ha imparato a diffidare, è forse l'unico amico che davvero ci resta fedele fino alla fine. Ci si può, semmai, imparare a convivere: chiedergli conto sapendo che alcune delle nostre partite non le vinceremo mai da soli, perché non le abbiamo mai giocate del tutto da soli.

Machiavelli aveva ragione soltanto a metà. C'è un fiume, sì, e ci sono argini che vale la pena costruire. Ma dentro di noi non c'è mai stato nessuno che governasse davvero la piena: c'è soltanto qualcuno che, per un tratto della vita, ha creduto di farlo. E quando l'illusione cede, non è la sconfitta a suonare — è il corpo che si riprende la parola.

– Miro Renzaglia