NIETZSCHE CONTRO SEVERINO: L’ULTIMO SACERDOTE DELL’ESSERE

NIETZSCHE CONTRO SEVERINO: L’ULTIMO SACERDOTE DELL’ESSERE

Nietzsche avrebbe sentito Severino come si sente il ritorno di una febbre antica sotto una lingua nuova. Una febbre più dura del cristianesimo, più greca di ogni teologia venuta dopo. Parmenide risalito dalla pietra, dopo la morte di Dio, per dire ancora una volta che l’essere non cede, non diventa nulla.

Severino non consola con il paradiso: non promette un’anima salva, non addomestica il dolore con la morale. Fa di più — salva la cosa stessa, qualunque cosa sia: il bicchiere quanto il cadavere, la parola detta male quanto la città distrutta. Tutto è eterno, dice: entra ed esce dall’apparire, ma non si perde mai per sempre. L’Occidente, credendo che le cose escano dal niente e vi ritornino, avrebbe edificato la propria storia sopra una follia.

Nietzsche avrebbe riconosciuto il vecchio istinto della metafisica: strappare il mondo alla sua esposizione, sottrarre la vita al rischio che la consuma. Il vecchio Dio può anche essere congedato. Resta il bisogno di una garanzia — resta, più ancora, il desiderio di dire al divenire: tu inganni, non vinci fino in fondo.

Severino
eternizza gli enti.
Nietzsche eternizza
la prova

Severino crede di colpire il nichilismo perché nega che l’ente possa diventare nulla. Per Nietzsche questa è ancora dipendenza dal nulla. Il nulla resta il grande avversario, il buco da tappare con una muraglia logica. Tutta la potenza del pensiero viene convocata per impedire al mondo di cadere nell’impossibile. Il mondo, per Nietzsche, chiede soltanto una cosa: essere sopportato nella sua crudeltà.

La vita non è un sillogismo mal riuscito. Non è un errore della ragione da correggere con il principio di non contraddizione. La vita brucia e seleziona: dimentica per incorporare, espelle per mutare forma. Non chiede il permesso all’essere prima di cambiare pelle, non si ferma davanti alla purezza di un concetto. Dove Severino vede l’impossibilità che qualcosa sia e poi non sia, Nietzsche vede il terrore arcaico del filosofo davanti alla terra che si muove.

Tutto è custodito,
tutto già salvo —
anche l’orrore, anche
ciò che non merita altare.

L’eternità severiniana sarebbe apparsa a Nietzsche come una teca immensa: perfetta, gelida. Dentro quella teca nulla va perduto, e proprio per questo nulla accade davvero fino in fondo. La morte diventa uscita dall’apparire; la nascita, il suo ingresso. La distruzione non distrugge, il tempo non divide. Tutto è custodito, tutto già salvo — anche l’orrore, anche ciò che non merita altare.

Nietzsche avrebbe sputato contro questa salvezza senza Dio. Avrebbe detto: voi metafisici siete sempre gli stessi. Quando il cielo non regge più, eternizzate la terra; quando l’anima non basta più, tirate fuori un’altra volta l’essere. Il gesto resta identico: non sopportate che il mondo sia mondo. Lo volete assolto prima ancora di guardarlo.

Severino avrebbe risposto che Nietzsche resta ancora prigioniero dell’Occidente. La volontà di potenza, il divenire innocente — tutto questo presuppone ancora che l’ente sia disponibile alla produzione e alla distruzione. Nietzsche crede di superare la metafisica, secondo Severino, mentre ne porta al massimo grado la violenza. Toglie Dio e lascia la volontà. Abbatte il vecchio fondamento e consegna il mondo alla potenza che vuole.

Io non voglio dimostrare
che il nulla è impossibile.
Voglio un uomo che
non abbia più bisogno
di questa dimostrazione

Lì lo scontro diventerebbe incandescente. Nietzsche non accetterebbe di essere ridotto a un funzionario del nichilismo. Direbbe che Severino scambia la potenza per dominio, il divenire per annientamento. Soltanto chi pensa ancora da sacerdote dell’essere può vedere nella vita una minaccia da neutralizzare. La volontà di potenza è il nome del vivente quando non si vergogna più di crescere e urtare, di imporre forma sapendo che sarà oltrepassata.

Il punto più profondo sarebbe l’eterno ritorno. Severino eternizza gli enti. Nietzsche eternizza la prova. La domanda diventa questa: sapresti volere questo ancora, identico, senza chiedere assoluzione — il dolore compreso, il tempo senza risarcimento? L’eterno ritorno non custodisce il mondo in una cassaforte ontologica. Lo scaraventa addosso all’uomo e misura la sua forza.

Per questo Nietzsche avrebbe visto in Severino un nemico necessario. Il più grande tra coloro che, dopo Dio, hanno continuato a cercare un ordine più forte della vita. Un pensiero enorme, minerale. Ancora troppo puro, troppo incapace di accettare che la verità non sta sopra il sangue, sopra il corpo che trema e vuole.

Severino chiude
la voragine con la logica.
Nietzsche ci danza sopra.

Severino dice: l’essere non può non essere. Nietzsche risponde: vero, la frase è perfetta. Troppo perfetta. Sta in piedi come stanno in piedi le formule che hanno eliminato il mondo per non essere disturbate. Ma la vita non incontra mai l’essere puro. Incontra enti: corpi e pietre che urtano e mutano figura. Qui, per Nietzsche, Severino compie il gesto decisivo: prende l’ente, che è esposizione del divenire, e lo inchioda alla necessità dell’essere. Gli toglie il rischio, il tempo. Lo salva. E proprio salvandolo lo tradisce. Perché un essere puro, sottratto al divenire, senza attrito, senza corpo, sarebbe una pienezza così assoluta da diventare muta. Una luce senza ombre. Un nulla. E allora sì: questa è paura — paura scolpita nel marmo. Io non voglio dimostrare che il nulla è impossibile. Voglio un uomo che non abbia più bisogno di questa dimostrazione.

Qui finisce la disputa e comincia il duello. Da una parte l’eternità dell’essere, che salva ogni ente dal nulla; dall’altra l’eternità del ritorno, che dice sì anche senza salvezza. Severino chiude la voragine con la logica. Nietzsche ci danza sopra.

E la danza continua — nessuno dei due, ancora, ha lasciato il campo.

Eraclito di Rialto