MILADY - un libro di Paul Morand
Proprio adesso che si discute sulla nuova proposta di legge ribattezzata «Sparatutto» che consente ai cacciatori, ridenominati bioregolatori, di allargare il loro raggio d’azione sia temporale che spaziale. Proprio adesso che leggo che i delfini dell’Adriatico sono costretti a seguire le barche dei pescatori in attesa di qualche elemosina, visto che la pesca a strascico ha impoverito, fin quasi alla desertificazione, un mare un tempo pescoso. Proprio adesso mi capita tra le mani un romanzo di Paul Morand, Milady, edito da Settecolori, che ci impone una riflessione sul nostro rapporto con gli animali, domestici o selvaggi che siano.
Quando mi capitò di acquistarlo non ne sapevo niente; anzi, credevo che fosse l’ennesimo romanzo in cui si racconta una storia d’amore e che la Milady del titolo fosse una giovane signora per cui sdilinquirsi. L’avevo comprato solo in ossequio alla casa editrice che sforna con regolarità libri di una qualità eccelsa sia per fattura che per scelte editoriali e perché avevo letto altro di Morand, riconoscendogli una scrittura squisita. Mai avrei creduto di imbattermi in un romanzo d’amore, sì, ma per un cavallo e per l’arte aristocratica per eccellenza: l’equitazione.
In molti si sono dedicati alla scrittura che ha per protagonisti animali. Si pensi solo ai tanti che hanno scelto i cani o i gatti per descrivere dei rapporti mai banali e sempre ricchi di risvolti che spesso sono sottovalutati. Molti sono passati all’eterna gloria anche grazie al cavallo, più amico fidato che destriero. Basti pensare ad Alessandro Magno e al suo Bucefalo, a Don Chisciotte e al suo Ronzinante o semplicemente a Varenne che fece innamorare generazioni di scommettitori. Mai nessuno però ha dimostrato di avere una penna tanto elegante quanto chirurgica nel descrivere una passione umana e un amore per un animale.
Un romanzo d’amore
per un cavallo e per l’arte
aristocratica per eccellenza:
l’equitazione
Paul Morand in Milady racconta, filtrato attraverso la sua passione per l’equitazione, l’amore incondizionato e reciprocoche un uomo può provare per un animale, ricambiato. Attraverso il racconto di Gardefort, comandante in congedo, uomo ammaccato, invecchiato, fiaccato dalla vita, cavallerizzo misantropo e istruttore riluttante delle giovani reclute che diventeranno cavalieri, affiora un sentimento struggente e appassionato per una creatura che, scartata dagli occhi incapaci dell’ispettore generale degli allevamenti («è un cavallo mancato») e dagli ufficiali dei depositi di rimonta addetti agli acquisti, teorici infallibili che la bocciarono («non c’è struttura, non c’è taglia»), viene acquistata da lui. È un colpo di fulmine, amore a prima vista, perché «solo il comandante aveva visto». Inizia così un rapporto affettuoso e passionale al tempo stesso che conduce Milady, sotto le premurose cure e insegnamenti di Gardefort, a diventare una sontuosa cavalcatura, docile solo alla mano più esperta e ritrosa quando la mano incerta del giovane attendente di Gardefort la monta.
Ho pensato alla trama del romanzo: il professore che vede delle potenzialità nella povera ragazza scartata dai più per la sua presunta volgarità che diviene invece, plasmata dai saggi insegnamenti dell’attempato professore, una signora di classe incomparabile, e mi è venuto in mente il Pigmalione di George Bernard Shaw, poi trasposto mirabilmente in quella bellissima commedia musicale che è My Fair Lady con Rex Harrison e Audrey Hepburn. Ma qui c’è molto di più di una volgare scommessa. Qui c’è un colpo di fulmine che diventa fuoco di un innamoramento intramontabile. Il comandante vive ritirato a Saumur, tempio dell’equitazione e dell’addestramento militare, cittadina fuori dai bagliori e dai clamori della grande città, marginale nella sua tranquillità fatta di patina del tempo che, accumulandosi, trasforma la vecchiezza non tanto in decrepitezza quanto in vetustà.
Il romanzo è percorso
da questa scrittura
sontuosa ma chirurgica,
tecnica nelle descrizioni
puntuali dell’arte ippica
Dalla penna di Morand esce una scrittura classica, dalle tinte crepuscolari, ma talmente sincera che, nonostante lo scrittore avesse ormai pubblicato una sterminata bibliografia, lui stesso ebbe a dire: «A parte Milady ho scritto solo cose mediocri». È una scrittura che a volte è obliqua, indiretta, riflessa come un’immagine allo specchio. Un esempio didascalico è nella rappresentazione della sua passione totalizzante per l’equitazione attraverso la descrizione delle sue sette paia di stivali.
«Il comandante Gardefort vive a cavallo: dai suoi stivali emana, oltre all’odore dello stallatico, che è il profumo stesso di Saumur, il tanfo tenace, ricotto, ermetico che connota in special modo il maneggio. Non l’arsura delle passeggiate al sole, la polvere delle strade, la linfa dell’erba sfiorata, ma la lenta impregnazione del cuoio dovuta al contatto costante con il ventre del cavallo in lavoro; ventre che dapprima sussulta al tocco dello sperone, quindi cede agli attacchi, infine si bagna di una schiuma bianca che dalla sella cola lungo le cinghie in rivoli schiumosi che imbevono i polpacci inguainati».
Una descrizione che pone un discrimine netto tra coloro che sanno riconoscere in questo odore un profumo e quelli che lo considerano puzza. Discrimine che distanzia il cavaliere della domenica, dedito alle passeggiate insipide, dall’amante della disciplina ippica e dell’animale. Tutto il romanzo è percorso da questa scrittura sontuosa ma chirurgica, tecnica nelle descrizioni puntuali dell’arte ippica, nelle quali il lettore non esperto, come me, non può penetrare fino in fondo, nonostante sia aiutato da un glossarietto equestre che dirada un po’ le nebbie dell’ignoranza. Non manca un inchiostro che sparge note crepuscolari, morbide e nostalgiche che rendono il tutto di una dolcezza malinconica che non avevo trovato mai nelle mie, pur ampie, letture.
Filosofando, arrivava a chiedersi
se l’equitazione potesse essere
una ragione di vita sufficiente
Quando descrive quelli che chiama «i riti equestri» che ogni anno si svolgono a Saumur con tutto il dispiegamento delle autorità, dei lustrini, degli abiti da parata, scrive: «Gardefort osservava. Per lui l’unico, vero spettacolo era sempre la ripresa notturna al Maneggio: il carosello, con il sole, la sua allegria, le sue orifiamme, la sua musica, il suo sfarzo somigliava piuttosto a uno spettacolo militare africano. Guardava senza benevolenza le giovani generazioni di ufficiali che salutano con il berretto in mano come i civili. Per liberarsi di quel retrogusto di amara solitudine che non lo abbandonava più, Gardefort si ripeteva che dopotutto Saumur è solo una cittadina di provincia di sedicimila abitanti, e non il centro del mondo. E addirittura, filosofando, arrivava a chiedersi se l’equitazione potesse essere una ragione di vita sufficiente soprattutto in un periodo di motorizzazione e di terribili sconvolgimenti; e si rispondeva di no a voce così alta che i vicini lo guardavano con imbarazzo». Un tocco in puro stile gozzaniano.
Di dolce e triste lirismo sono poi le pagine in cui è descritta l’ultima volta che Gardefort monta Milady prima che, costretto da un divorzio rovinoso, se ne distacchi vendendola. «Gardefort montava Milady per l’ultima volta. L’aveva venduta. Aveva venduto la sua compagna di vita. Milady aveva capito».
Un piacere la lettura che non è vuota esibizione di uno stile impeccabile e armonioso ma che è una profonda indagine sulla psiche umana e animale. Un attento occhio su quel rapporto tra noi e gli animali che costantemente siamo soliti sottovalutare e spregiare, pensando a loro come «bestie» da sfruttare o da allontanare perché non infastidiscano. Un rapporto che dovrebbe essere da pari a pari, sia che siano selvaggi abitatori dell’ormai residuo territorio non antropizzato, sia che scelgano di condividere con gli umani un percorso che non può mai prescindere dal rispetto reciproco.
– Mario Grossi
SCHEDA LIBRO
Titolo: Milady
Autore: Paul Morand
Editore: Edizioni Settecolori
Anno: 2025
Pagine: 100
Prezzo: € 16,00
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