Gli «utili patrioti» dell’asse Trump-Putin - Una mappa ragionata da destra a sinistra
Da Fico all’AfD, dal BSW a Vannacci: i partiti europei contrari a sanzioni e aiuti militari a Kiev tornano utili a Washington e a Mosca. Una mappa costruita sulle scelte.
Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato un accordo con Vladimir Putin per acquistare gasolio russo, mentre la guerra contro l’Ucraina continua. Il presidente americano cerca carburanti meno cari prima delle elezioni di metà mandato; il Cremlino ottiene un’apertura commerciale. Su questa convergenza si innestano i partiti europei contrari alle sanzioni e agli aiuti militari a Kiev: le loro proposte tornano utili sia a Washington sia a Mosca.
La strategia di sicurezza nazionale americana del dicembre 2025 punta a ristabilire con la Russia una «stabilità strategica», cioè un rapporto prevedibile fra le due potenze, e a coltivare dentro le nazioni europee una resistenza all’attuale traiettoria del continente; saluta inoltre la crescita dei partiti che definisce «patriottici». Washington cerca così interlocutori nazionali da opporre a Bruxelles. Putin trae vantaggio dalla stessa frammentazione: un’Europa divisa sostiene Kiev con più fatica e pesa meno nei negoziati.
Gli «utili patrioti» si riconoscono dagli effetti di programmi, voti e atti di governo; eventuali dipendenze dal Cremlino vanno provate caso per caso. Li accomuna una sovranità a geometria variabile: la invocano contro le decisioni europee e la considerano trattabile quando riguarda il diritto degli ucraini di scegliere il proprio futuro. Togliere aiuti all’aggredito ne indebolisce la resistenza, revocare le sanzioni alleggerisce il costo dell’aggressione: i rapporti di forza si spostano a vantaggio di Mosca.
Gli «utili patrioti»
si riconoscono
dagli effetti di
programmi, voti
e atti di governo.
Per anni Viktor Orbán ha sfruttato le decisioni che nell’Unione richiedono l’unanimità per rallentare sanzioni e finanziamenti a Kiev, usando il consenso dell’Ungheria come merce di scambio. Nell’aprile 2026 ha perso le elezioni e il governo è passato a Péter Magyar: Fidesz, il partito di Orbán, resta in questa mappa per la linea seguita, ma all’opposizione non dispone più del veto, il suo strumento più efficace.
In Slovacchia, invece, Robert Fico guida l’esecutivo e trasforma le sue posizioni in atti di governo: ha interrotto gli aiuti militari pubblici, lasciando proseguire le vendite delle aziende, e ha rifiutato i fondi europei destinati ad armare l’Ucraina. Kiev perde un contributo pubblico mentre l’industria continua a vendere: il richiamo alla pace convive con una distinzione molto pratica fra solidarietà pagata dallo Stato e affari. Smer, il partito di Fico, viene dalla socialdemocrazia: questa convergenza attraversa le famiglie politiche.
In Germania l’AfD lega la normalizzazione con Mosca alla prosperità nazionale: il programma del 2025 chiede l’abolizione immediata delle sanzioni economiche e il ripristino dei gasdotti Nord Stream, e vuole un’Ucraina neutrale, fuori dalla NATO e dall’UE. Il gas a buon mercato porterebbe sollievo all’economia tedesca, mentre il prezzo politico lo pagherebbero gli ucraini, privati della libertà di scegliere le proprie alleanze. Il ritorno alla dipendenza energetica, inoltre, restituirebbe al fornitore russo una leva sulle decisioni europee.
In Austria l’FPÖ di Herbert Kickl usa la neutralità del Paese contro le sanzioni e il sostegno europeo a Kiev, e nel febbraio 2026 ha attribuito all’UE una corresponsabilità politica e morale nel prolungamento della guerra: la pressione si sposta dall’invasore a chi aiuta a contrastarlo. In Bulgaria Vazrazhdane ha con Mosca un legame organizzato, l’accordo di cooperazione firmato nell’aprile 2025 con Russia Unita, il partito di Putin. Con intensità diverse, i due partiti rendono accettabile la normalizzazione con il Cremlino mentre l’occupazione russa continua.
Per «utili patrioti»
se l’Europa decide
da sé intralcia l’intesa
fra Washington e Mosca.
Nei Paesi Bassi il Forum voor Democratie di Thierry Baudet, in un testo ufficiale del febbraio 2025, accusava di allontanare la pace i leader europei decisi a sostenere Kiev anche senza gli americani. In Belgio il Vlaams Belang ha sostenuto nel gennaio 2026 che la mobilitazione militare del continente disturbasse i negoziati di Trump. L’autonomia europea finisce sotto accusa proprio quando potrebbe compensare il disimpegno americano: in questa logica, se l’Europa decide da sé intralcia l’intesa fra Washington e Mosca, e deve invece adeguarsi.
In Romania, Diana Șoșoacă, che guida S.O.S. România, chiede la revoca delle sanzioni e descrive la linea europea come una strada verso rovina economica e guerra. AUR, il partito di George Simion, ha contestato nuovi aiuti a Kiev benché il suo leader abbia riconosciuto la responsabilità russa nell’aggressione: pur con toni ostili alla Russia, togliendo sostegno all’aggredito finirebbe per favorire gli obiettivi di Mosca.
In Francia il Rassemblement National ha alle spalle un prestito russo ottenuto nel 2014 e rimborsato nel 2023. Il 19 settembre, però, Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno condannato le intimidazioni e le interferenze russe, e questa presa di posizione cambia il quadro: il partito va misurato sulle scelte concrete in materia di aiuti, sanzioni e garanzie di sicurezza. Le Pen ha detto che Parigi può continuare ad addestrare i soldati ucraini e a fornire loro equipaggiamenti per difendersi, ma che il sostegno finanziario a Kiev va ridotto.
A sinistra il caso più netto è il BSW di Sahra Wagenknecht, che condanna l’invasione ma chiede di fermare tutte le forniture di armi, di revocare le sanzioni e di concordare una tregua lungo l’attuale linea del fronte. Con motivazioni sociali e antimilitariste, lontane da quelle dell’AfD, arriva in parte allo stesso esito: a combattimenti fermi Mosca conserverebbe il controllo di fatto dei territori occupati e Kiev perderebbe le risorse per difendersi. Senza garanzie efficaci, il congelamento del conflitto rischia di diventare una pausa favorevole a chi ha conquistato territorio con la forza.
La France insoumise chiede nel suo programma europeo il sostegno all’Ucraina e il ritiro delle truppe russe, che nel luglio 2026 Jean-Luc Mélenchon ha ribadito opponendosi però agli attacchi ucraini in profondità sul territorio della Russia e alla costruzione di una grande forza militare europea. Ottenere quel ritiro richiede strumenti capaci di cambiare i calcoli dell’invasore: se il non allineamento che il partito propone riduce la pressione dell’Unione, le condizioni finiscono per fissarle le potenze che hanno i mezzi per imporle, Washington e Mosca.
Per gli «utili patrioti»
il sovranismo è
a geometria variabile:
massimo per la
propria nazione
zero per
l’Ucraina.
In Grecia i comunisti del KKE leggono la guerra come uno scontro fra imperialismi, criticano anche il capitalismo russo e si oppongono al coinvolgimento del Paese. In Irlanda People Before Profit si dichiara solidale con gli ucraini ma contesta, in nome della neutralità, l’assistenza militare e l’addestramento. Gli ex eurodeputati irlandesi Clare Daly e Mick Wallace sono un caso a parte: votarono contro alcune risoluzioni nel loro insieme, pur sostenendo i paragrafi di condanna della Russia. Ciò che accomuna queste posizioni è il rifiuto degli strumenti di difesa, che può lasciare intatto il vantaggio materiale dell’aggressore.
In Italia, Matteo Salvini ha coltivato rapporti con Mosca e nel 2017 la Lega firmò un’intesa con Russia Unita, dichiarata priva di valore dopo l’invasione. Il partito contesta tuttora la prosecuzione degli aiuti e l’isolamento del Cremlino, ma a febbraio ha votato la fiducia sul decreto che proroga per tutto il 2026 la cessione di mezzi militari all’Ucraina, rivendicando la priorità delle forniture logistiche, sanitarie e di difesa civile. Roberto Vannacci, con Futuro Nazionale, vuole fermare il sostegno militare e spiega l’aggressione con le richieste russe respinte dall’Occidente: la sicurezza di Mosca diventa un limite alla libertà ucraina, e la sovranità che Vannacci rivendica in patria, applicata a Kiev, cede alle pretese di una potenza più forte.
Con Giuseppe Conte il tema degli aiuti a Kiev entra in una forza parlamentare rilevante e nel confronto sul futuro governo. Nella consultazione di settembre del Movimento 5 Stelle il 91,7 per cento dei votanti ha respinto la prosecuzione dell’invio di armi e il 94,1 il piano di riarmo europeo. Sono scelte di natura diversa. Del riarmo, che riguarda anche l’autonomia strategica dell’Europa, si possono contestare modalità e finanziamento: è materia di decisione politica. Interrompere le forniture, invece, toglierebbe all’Ucraina i mezzi per resistere prima del negoziato e indebolirebbe la continuità dell’impegno europeo.
La convergenza più esplicita è quella di Marco Rizzo, che salutò la telefonata Trump-Putin del febbraio 2025 come l’apertura di una fase di pace e di multipolarismo, contrapponendola alle leadership europee; nel luglio 2026 la vicinanza a Vannacci ha accompagnato la sua rottura con Democrazia Sovrana Popolare. Nella sua lettura l’intesa fra i due presidenti è una liberazione e l’autonomia europea un ostacolo.
Fratelli d’Italia e, in Polonia, i governi del PiS hanno sostenuto militarmente Kiev pur venendo dalla stessa area politica di molti partiti di questa mappa: a definirne il perimetro sono le scelte. La convergenza prende forma quando la pace viene fatta dipendere dalle concessioni ucraine e la sicurezza del continente dall’intesa fra Trump e Putin, mentre il benessere è affidato al ritorno del gas russo. Per l’Unione la risposta sta nella sovranità europea: sostenere l’Ucraina riducendo le proprie dipendenze, a cominciare da quella energetica, e costruire una difesa comune che le dia peso nei negoziati. Nei voti sugli aiuti, nei bilanci militari e nelle decisioni sull’energia si misurerà quanta capacità di decidere resterà agli europei e quanta passerà a Washington e a Mosca.
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