Ancora su: “Il bolscevismo contro la civiltà” - Il pamphlet di Lucien Rebatet
Il bolscevismo contro la civiltà di Lucien Rebatet: la prefazione di Claudio Siniscalchi, il contesto del collaborazionismo e il valore di una lettura critica.
Incredibile come in una novantina di paginette siano concentrati tanti e tali concetti che ti costringono a riflettere così a lungo che forse a rilegger ‘Guerra e Pace’ si farebbe prima. Per provare ad elaborarne una considerazione lineare, ho immaginato di sezionare in alcune parti distinte questo breve quanto pregnante testo. Intanto in due parti è già editorialmente presentato: la prefazione di Claudio Siniscalchi e il testo di Lucien Rebatet; la divisione, tuttavia, non è in sé ‘sostanziale’, nel senso che, senza la presenza delle parole chiarificatrici del prefatore, molto ardua sarebbe la comprensione dei pensieri dell’autore.
Le trentasei paginette di Siniscalchi che introducono le poco più di quaranta del pamphlet di Rebatet, a dimostrazione del fatto che la pubblicazione in questione necessita non solo di spiegazioni ma di curate contestualizzazioni e vigile lettura, sono un’indagine attenta e curata, meticolosa, concisa e conducono a comprendere come l’humus umano, letterario e politico di quegli anni seguenti al primo conflitto mondiale vada surriscaldandosi in un crescendo che si trasformerà in un fuoco destinato ad appiccare le sue fiamme a tutta Europa e ad accendere pensieri e parole dell’autore francese, penna fra le più taglienti della ‘cricca dei reprobi’ di cui eran parte Brasillach, Drieu la Rochelle, Bardèche, Bonnard e pure Céline, Maurras… letterati discussi, discutibili, ma imprescindibili ‘cartine di tornasole’ di alta levatura, da leggere integralmente per poter cercare di interpretare pienamente quegli avvenimenti e contestualizzarli.
Un centinaio di preziosissime note, oltre a svelare dettagli storici del periodo, offre un compendio alla ricca bibliografia dell’autore del pamphlet già opportunamente distribuita qua e là da Siniscalchi nel suo testo introduttivo che apre approfonditi squarci su rilevanti personaggi di quella spigolosa Parigi degli anni Trenta e della sua travagliata realtà letteraria. Il suo testo - che chiamar ‘prefazione’ è del tutto riduttivo - si avvia con ampio respiro sull’incontro (narrato in quello ch’egli definisce «il maggior romanzo storico del XXI secolo», Le benevole di J. Littell) che avvenne a Parigi fra l’ufficiale delle SS Maximilien Aue, alias Léon Degrelle - icona del fascismo europeo - e Lucien Rebatet, «il più brillante e caustico dei giovani discepoli di Charles Maurras»: i due subito familiarizzano «essendo Rebatet germanofilo estimatore del nazionalsocialismo».
La lettura di
questo pamphlet
necessita non solo
di spiegazioni ma
di curate
contestualizzazioni.
Spigolando fra gli articoli pubblicati da Rebatet sul settimanale Je suis partout, influente periodico francese collaborazionista e antisemita, l’introduzione inquadra storicamente e letterariamente vita, pensieri e opere di quest’autore, che fra il 1941 e il ’44 è «la voce più convinta e seguita della Collaborazione parigina», e che in ‘Les Décombres’ - autobiografia pubblicata da Rebatet nel 1942 per le edizioni Denoël - si autodefinisce «wagneriano, nietzschiano, antisemita, anticlericale, conoscitore del folklore nazionalsocialista», e che resta fedele all’«internazionale ariana» sino alla caduta del nazionalsocialismo e morirà in solitudine, senza cercare giustificazioni né manifestare pentimenti del proprio feroce antisemitismo, rimanendo fedele «all’ostilità nei confronti della democrazia».
Per approcciare un autore tanto ‘politicamente scorretto’, per affrontare una visione così radicalmente antibolscevica e antisemita e comprendere come tali posizioni abbiano trovato spazio in buona parte della società non solo francese dell’epoca, mai preambolo fu così utile, anzi necessario, direi imprescindibile.
In un crescendo immediato di quattro capitoli e una decina di paragrafi, da ‘Come la barbarie sovietica ha potuto trionfare’, inerpicandosi su tesi del tipo: ‘Il bolscevismo, creazione ebraica’, s’avvia poi nella sua furia selvaggia il testo di Rebatet, pubblicato nell’ottobre del 1941 da Nouvelles études françaises, rimasto da allora - per la sua forte impronta ideologica - confinato fra i testi ‘maledetti’ e disponibile - finalmente - oggi, in questa prima traduzione dall’originale in italiano operata da Jacopo Davoli.
Già le prime righe del primo periodo del primo capitolo («Il bolscevismo è nato dalle teorie dell’ebreo Karl Marx, (…) e dal nichilismo giudeo-russo. Utopia, disperazione anarchica degli Slavi, messianismo e istinto distruttore d’Israele, ferocia asiatica: non vi è nulla in questi dogmi che non sia profondamente estraneo al nostro Occidente») sono un macigno, una porta sbattuta in faccia ad ogni possibile serena lettura… «Non si deve mai dimenticare, per comprendere bene il bolscevismo, insieme chimerico e ferocemente accanito contro l’ordine cristiano, che i mascalzoni e i visionari sanguinari che compongono i suoi quadri sono per la maggior parte ebrei (…)». Benché le tesi di Rebatet, per quanto aberranti, siano largamente note, il leggerle così, espresse nude e crude, colpisce al cuore.
Che fare? Chiudere libro e mente? O proseguire, per cercare - non certo di comprendere - ma di capire? Perché ‘capire’ da dove nasce e come si sviluppa un’idea - in questo caso il complesso, tormentato mondo di quella che è stata la grande distorta illusione concettuale, politico-sociale, letteraria dei collaborazionisti con il nazionalsocialismo per fronteggiare il dilagare del bolscevismo - non significa assolverla: significa mettersi nelle condizioni di poterla riconoscere quando dovesse tornare a presentarsi, pur sotto un’altra forma.
Leggere così,
nude e crude,
le aberranti tesi
di Rebatet,
colpisce al cuore.
Per la ragione incontrovertibile che la storia passata non può essere mutata, non resta quindi che cercare di conoscerne a fondo cause e origini. Per questo è utile poter leggere questo violento, crudo, impietoso pamphlet: non certo perché ciò che vi si trova sia condivisibile: ‘utile’, perché consente di ascoltare - ‘nude e crude’ - le ragioni di un uomo - comunque non comune - calato nella temperie di quell’epoca. Perché ad ogni situazione c’è una causa scatenante: conoscerla è quasi un dovere. Conoscere non significa assolvere: significa mettersi nelle condizioni di poter riconoscere una situazione quando dovesse tornare a presentarsi sotto un’altra forma.
Visto con l’occhio del letterato collaborazionista francese, l’effetto devastante di marxismo, leninismo e bolscevismo - «il morbo sovietico» in espansione in buona parte d’Europa in nome dell’universalismo della rivoluzione e della fratellanza di classe - è percepito come deleterio e devastante; Rebatet ne ha una visione caustica, lucida, cruda, deflagrante: distruzioni, fallimenti economici, fame, carestie, sottomissione, deportazioni; «la morte della cultura, della famiglia, della religione»; «l’autorità paterna costantemente minata»; il sistema volto a «separare i bambini dai genitori per farne proprietà dello Stato»; il rifiuto di «riconoscere nell’uomo il minimo bisogno spirituale». La situazione europea che Rebatet impietosamente, crudamente, cinicamente fotografa nel suo pamphlet - ci chiediamo - è molto lontana dalla realtà di quegli anni?
Considerato secondo la sua deformata ottica, l’attacco della Germania nazista all’Unione Sovietica è una crociata per la salvezza della civiltà occidentale: secondo il credo nazionalista, antisemita e filotedesco, Rebatet vede in «Adolf Hitler il difensore del cuore dell’Europa». E ancora: «Gli eserciti tedeschi, con le loro vittorie, hanno dissipato l’incubo bolscevico che gravava sul mondo intero»… E così termina il suo manifesto: «Riconosciamo il magnifico servizio che la Germania nazionalista, il cui vero volto ci era stato a lungo nascosto dalle menzogne di Mosca, Londra e Israele, rende così all’occidente cristiano».
Si può e, anzi,
forse si deve
avversare l’ideologia
bolscevica. Farlo
come lo fa Rebatet
significa cadere
da una barbarie
all’altra.
Tutto chiaramente - per noi - inconcepibile e incondivisibile. Rimediare ad un male con un altro male moltiplica atrocità e non risolve. Per di più non si può non considerare che il nazionalsocialismo, nonostante ancora oggi si manifestino - per fortuna in forme marginali - ingiustificabili episodi di nostalgica esaltazione, è universalmente condannato. Discorso chiuso. Ideologia considerata ‘fuorilegge’ nell’ordinamento giuridico italiano e a livello internazionale.
A dimostrazione, oltretutto, del fallimento del nazionalsocialismo inteso secondo le illusorie aspettative della distorta convinzione fortemente ideologica dell’autore, il bolscevismo, o comunismo, non è affatto scomparso; ha invece avuto una sorte storico-sociale complessa e non conclusa. Il crollo dell’Unione Sovietica e l’abbattimento del muro di Berlino non hanno significato la scomparsa totale di ogni elemento riconducibile a quell’ideologia: è come se da quel muro abbattuto fossero fuoriusciti rivoli spezzettati e annacquati, ma non snaturati nella loro essenza primordiale, quella del concetto sovietico-bolscevico. Quest’ultimo ha finito per inondarci e non sappiamo difendercene, perché irriconoscibile e trasmutato nell’aspetto. Alcuni concetti riconducibili a quell’ideologia sono stati assorbiti sotto forme apparentemente innocue da correnti politiche, alcune vagamente, altre completamente (in apparenza) differenti dall’originale, con quella capacità di trasformazione simile a quella della figura mitologica di Proteo o dell’Idra di Lerna: un sempre mutante aspetto, senza per questo perdere la propria identità.
L’apologia dell’idea politica da esso discesa, ad esempio, pur messa al bando in molte delle nazioni europee che più ne han patito le conseguenze, non è ovunque vietata: non lo è, ad esempio, da alcuna norma nell’ordinamento giuridico italiano.
Il progressismo dei giorni nostri, in forma ben mutata dal comunismo di cento anni fa, appare - forse non a tutti - sotterraneamente ben radicato in quegli stessi concetti. Considerare attentamente e per tempo i pericoli di un sempre più marcato abbandono delle tradizioni e conoscere quel che è accaduto in passato potrebbero aiutarci a non rischiare oggi tracolli, errori, scelte deleterie già pagate in passato.
(In copertina de Il bolscevismo contro la Civiltà, edito da Italia Storica Edizioni, compare l’iconico manifesto del ’43, di un anonimo disegnatore, che, come solo un’immagine ispirata può fare, mostra l’iconica silhouette della dea della guerra Minerva posta a difesa dell’Europa dall’assalto dei soldati russi stigmatizzati in un’ondata di ‘rosso’ vermiglio del sangue che verrà versato sotto il ‘rosso’ vessillo sovietico: disegno idealizzato di una così vasta e drammatica situazione, conservato presso il Musée Carnavalet, Histoire de Paris, così catalogato in ‘Paris Musées’: Politica, Storia, Seconda guerra mondiale, 1939-1945, Occupazione, Collaborazionismo, Propaganda, Regime di Vichy, Anticomunismo, Bolscevismo; Arts graphiques, Estampe; Papier, Héliogravure, Procédé photomécanique, Affiche; Numéro d’inventaire: 2021.0.133)
SCHEDA LIBRO
Titolo: Il bolscevismo contro la civiltà
Autore: Lucien Rebatet
Traduzione e note: Jacopo Davoli
Introduzione: Claudio Siniscalchi
Editore: ITALIA Storica Edizioni
Collana: Off Topic
Anno: 2026
Pagine: 94
Prezzo: € 14,00
ISBN: 978-88-31430-48-7
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