Rotterdam, il tempo sotto i piedi - Erasmo, io e altri sfaccendati
Una passeggiata a Rotterdam fra case cubiche, Markthal ed Erasmo, fino ai mattoni e alle barche di Delfshaven. Architetture audaci e gesti quotidiani tra oggi e non più.
Esco a Blaak e Rotterdam mi prende per il mento. Alzo gli occhi: il vetro della stazione, le linee che si incrociano e tagliano il cielo grigio in porzioni esatte. Sul marciapiede, un cappotto color cammello mette una macchia calda fra il metallo e le biciclette. Mi avvio. Una trave passa sopra un’altra, una facciata fugge di lato. Devo ricordarmi di guardare dove metto i piedi.

Le case cubiche pendono sul passaggio con il loro giallo sfacciato. Dadi a mezz’aria, lanciati da una mano che ha dimenticato di finire il gesto. Entro fra i pilastri. Le finestre mi guardano di traverso; cambio posizione e il cielo cambia figura. Penso a chi, lassù, prepara il caffè, cerca una calza, appoggia il gomito al tavolo. Dentro questa insubordinazione degli angoli deve pur esserci un pavimento sul quale posare le pantofole.
Al Markthal il cielo si riempie di frutta. Ananas, ciliegie, un peperone, farfalle: la volta rovescia su chi cammina una fame colorata. Le finestre bucano il dipinto, piccoli occhi rimasti svegli. Abbasso lo sguardo e ritrovo i banchi, le insegne; le mani porgono e ricevono. L’odore del cibo mi raggiunge prima del prezzo. La pancia d’architettura tiene il mercato di sempre: si viene fra gli altri con un bisogno, si sceglie, si porta via qualcosa. Mi fermo sotto una fragola grande quanto una stanza.

Erasmo legge poco più in là. Ha il verde del bronzo sulle pieghe della veste, il berretto basso, un dito fra le pagine. Dietro passano camion; sulle panchine qualcuno mangia. Appoggio una mano al piedistallo e per un momento gli faccio compagnia. La città si ingegna a sorprendermi; l’autore dell’Elogio della follia rimane chino su una pagina. Ritiro la mano, mi sistemo il berretto. Prima di ripartire guardo ancora dove posa il dito.

La passeggiata si allunga verso Delfshaven. Il mattone torna vicino, abbastanza da seguirne le fughe con gli occhi. Una porta scura nella cornice chiara, una finestra ad arco: qui l’ingresso di una casa domanda al corpo un movimento che conosce già. Le lanterne hanno il metallo verdastro. Una bicicletta è legata al lampione, con la ruota quasi addosso al muro; sul selciato si raccolgono foglie. Mi arresto al parapetto. Dopo tanto cielo ritagliato, mi trattiene il poco spazio fra una soglia e l’acqua.
Le barche stanno ormeggiate davanti ai tavolini. Legno e funi; i fiori rossi si sporgono dai vasi, sconsiderati, nel giorno coperto. Guardo oltre: dietro gli alberi delle barche affiorano le gru, una nave grande, i ferri del lavoro. Nella vecchia darsena il passato deve ancora spartire l’aria con un motore, fare posto a chi lega una cima o sposta una sedia per sedersi a pranzo.

Scelgo un tavolino a ridosso dei fiori. Ho ancora negli occhi il giallo dei cubi; davanti a me una cima scende dalla barca alla banchina e si tende piano. Il caffè arriva, caldo fra le mani. Sul bordo dell’acqua una piccola increspatura scompone il riflesso di una cabina. Un ramo di fiori mi sfiora la manica. Il tavolo traballa appena; infilo sotto una gamba un tovagliolo piegato e torno a guardare l’acqua.
LEGGI ANCHE
