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Carne e sangue - Le poesie di Vito Davoli

In Carne e sangue Vito Davoli mette alla prova l’identità attraverso corpo, desiderio, memoria e tempo. L'io si scompone in frammenti, si disperde e riprende a cercarsi.

Carne e sangue - Le poesie di Vito Davoli

Carne e sangue di Vito Davoli ha molte delle forme di un canzoniere d’amore: il «tu» ritorna, il desiderio insiste, i corpi si cercano e si perdono. Ma l’amore è soprattutto il luogo in cui l’io viene messo alla prova, perché ciò che conta è quanto di esso sopravviva all’incontro con il corpo dell’altro e quanto quell’incontro trascini con sé nel tempo e nella memoria. L’identità che attraversa queste poesie non resta uguale a sé stessa. Cambia, ma continua a cercare una continuità con ciò che era.

«Nessun coccio / s’incastra esattamente con un altro. / Né resta fermo» (Sulla battigia). Più dell’imperfetta ricomposizione dei frammenti conta il verso finale, perché i «cocci», oltre a non com-baciare, si spostano pure. Così, già in apertura, il dubbio che possa esistere una forma definitiva nella quale accomodarsi e riconoscersi una volta per tutte affiora evidente. A non restare fermo, nel libro, è anzitutto il corpo. La carne pensa: il desiderio acquista consistenza fisica, il tempo si misura su ciò che il corpo trattiene. E la memoria diventa materia.

Lo specchio è il luogo in cui l’identità cerca una conferma e incontra, di nuovo e invece, la propria instabilità. In In bilico la voce detta: «Deformo lo specchio / nel quale quando posso evito di guardare» e subito dopo richiama «gli altri miei passi / mai compiuti». Il punto, allora, non è soltanto che l’immagine cambia: è che chi la guarda partecipa alla sua deformazione, mentre nello specchio affiorano anche le possibilità di sé che non si sono realizzate.

In Perdersi il passaggio diventa radicale: «Nessuna realtà, né più identità: / allora sì che perdersi è godere». I fortilizi cadono, il morto può risorgere, l’automa essere combattuto e le mani chiuse si riaprono senza più domandarsi se si voglia tornare. È a questo punto che compare «Volere: che bugia!», perché a provocare tutto ciò è bastato l’ululato ovattato di un traghetto. La dissoluzione dell’io non nasce dunque da una decisione consapevole né da un esercizio della volontà: si produce quasi indipendentemente da chi la vive. Anche il perdersi, che potrebbe sembrare l’atto estremo di una liberazione scelta, finisce così per sottrarsi al controllo di chi vorrebbe determinarlo.

L’io vuole
perdere la forma
e continua però
a sorvegliarne
i frammenti.

In Rinasco il ricominciare è desiderato e reiterato: «nasco ancora», «rinasco / ancora / adesso», fino alla speranza di farlo «senza ceneri e rovine». Nella poesia successiva, la voce digrigna «i denti contro gli ocelli della metamorfosi» sperando che il tempo gliela risparmi. Il contrasto è netto: la rinascita viene cercata, il mutamento di sé respinto.

Il desiderio incontra poi la trama delle regole che ne orientano e frenano il movimento. In Paralitiche immagini il passo resta incerto «fra leggi ed anarchia, fra i devo e i voglio». Il conflitto prende così la forma concreta dei doveri, delle consuetudini e della volontà individuale: ciò che si vuole deve continuamente fare i conti con forme già date.

Questa tensione fra libertà e disciplina trova un riscontro anche nella costruzione formale del libro. Parte minoritaria ma consistente dei versi raccolti ricade nelle misure della lirica italiana, soprattutto nell’endecasillabo e nel settenario, poi nel quinario. Non abbastanza per fare della metrica regolare l’ossatura del libro. Abbastanza, però, perché la convivenza fra verso libero e misure canoniche possa essere letta come un’eco formale delle oscillazioni fra io e non-io, devo e voglio, libertà e catene, fermezza e mutamento. Quando poi la pressione sale, il verso si contrae. In L’ambita prigionia, per esempio, la volontà di restare torna tre volte, perde il complemento al secondo ritorno e al terzo manda a capo un avverbio di luogo, da solo. La rima è rara e si addensa a tratti nei Sonetti claudicanti, dove il titolo dichiara ciò che il conteggio conferma: uno solo su dieci arriva a quattordici versi. Il verso libero resta dunque il principio dominante, ma al suo interno continuano ad affiorare misure e cadenze tradizionali, riconoscibili senza diventare sistema.  È l’idea stessa di un sistema chiuso che, sul piano esistenziale prima ancora che formale, il libro rifiuta.

La dissoluzione
dell’io 
si produce quasi
indipendentemente
da chi la vive.

Con Vlora quella stessa tensione esce dalla vicenda individuale e acquista una dimensione storica. Vlora viene, va, torna e «non ritorna mai»; chiede, dà, fa e «non reclama mai»; apprende, insegna, studia e «non esclude mai». Poi è «dimentica», è «memoria»; salva e «non ti scordi mai»; infine sogna, crea, vola e «non atterra mai». Il movimento si tende così fra un ritorno negato e un atterraggio che non avviene. Fra l’uno e l’altro la nave rimane sospesa. La storia, come l’amore, attraversa l’identità e la modifica senza concederle un approdo definitivo.

E, infatti, nella memoria il movimento si arresta: ciò che è stato viene sottratto al divenire. Il «tu» di Le musiche del tempo e me viene posato, affidato, consegnato, dato alle suggestioni musicali. Questa successione di verbi non accompagna semplicemente il ricordo, ma gli dà forma: le musiche, ormai «immobili», rendono la donna «eterna nell’unica stagione / insieme al ricordo che ho di me». La promessa è di rispolverarla ancora, mentre le musiche sembrano averla preservata contro percorsi e calendari. La memoria produce così una durata propria: colloca la donna, da sempre signora del mutevole, nell’«unica stagione» dentro il tempo dell’io (maschile) pretendendola ruota immobile da un lato all’altro «dentro ogni mio pensare» (Pugnali sulla ruota). Che il rischio fosse la caduta per instabilità del fermo, è implicito. Che il «tu», ancora richiamato in Golem, scompaia nel finale lasciando all’io il compito di ricostruirsi, pure: «io costruirò qualcosa che somigli a un uomo [...] Io mi ricostruirò / fra le rovine del mio tempio».

L’io vuole perdere la forma e continua però a sorvegliarne i frammenti; vuole rinascere, ma respinge la metamorfosi. Ne esce un io stretto fra due impossibilità: conservarsi e rinunciare a sé. Quando non può più essere quello di prima, continua comunque a cercare la forma perduta di sé. Ed è proprio in quella ricerca, ormai impossibile da chiudere, che resta la poesia.


Scheda Libro

Titolo: Carne e sangue
Autore: Vito Davoli
Editore: Edizioni Tabula fati
Collana: Poeti La Vallisa, n. 23
Direttore di collana: Daniele Giancane
Presentazione: Daniele Giancane
Anno: 2022
Pagine: 128
Prezzo: € 11,00
ISBN: 979-12-5988-098-7
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