Ma l'aumento lo paga quasi tutto lo Stato - Al lupo, al lupo: aumentano le tariffe sanitarie
Dal 21 settembre sono cambiate 448 tariffe specialistiche e 222 voci protesiche. Quasi nove decimi del costo aggiuntivo saranno sostenuti dalla finanza pubblica. In un quadro complessivo di defiscalizzazione.
Tutte le tasse sono odiose. Qualcuna è necessaria. Prima di gridare alla nuova tassa, però, conviene chiamare il provvedimento con il suo nome. Dal 21 settembre sono state aggiornate soprattutto le tariffe di rimborso, cioè quanto il Servizio sanitario paga alle strutture pubbliche e convenzionate per visite, esami e protesi. Solo una quota passerà dai ticket.
Il decreto ritocca le tariffe di 448 prestazioni specialistiche e di 222 voci relative a protesi e ausili su misura. Guardando alle visite e agli esami effettivamente erogati nel 2024, circa l’85 per cento riguarda voci che il decreto lascia invariate. I nuovi importi si applicano alle prescrizioni emesse dal 21 settembre. Se una Regione riconoscerà alle strutture tariffe superiori ai massimi nazionali, la differenza resterà a carico del suo bilancio.
Il vecchio listino, approvato nel 2024, poggiava su dati insufficienti e in parte datati. Il TAR del Lazio lo ha annullato, concedendo un anno per sostituirlo senza bloccare le prestazioni essenziali. Il Ministero della Salute ha quindi ricalcolato i costi reali di personale, materiali e macchinari e raggiunto un nuovo accordo con le Regioni.
Il conto aggiuntivo stimato vale circa 237,8 milioni di euro l’anno, poco più del 6 per cento dei circa 3,7 miliardi sui quali è stato calcolato l’aggiornamento. Il Ministero prevede 210,7 milioni di maggiore spesa pubblica e adotta, in via prudenziale, una stima di 27,1 milioni di maggiori ticket. Su questa base, l’onere si distribuirebbe per l’88,6 per cento sulla finanza pubblica e per l’11,4 per cento sui pazienti.
Tutte le tasse
sono odiose.
Qualcuna
è necessaria.
E ne abbiamo
subite di peggio.
Per chi paga, l’aumento esiste, ma in genere vale pochi euro. La prima visita specialistica sale da 25 a 26 euro; quella cardiologica con elettrocardiogramma comporterà al massimo 2,55 euro in più nella maggior parte delle Regioni; il prelievo venoso aumenta di 50 centesimi. Restano tetti regionali ed esenzioni per reddito, età, malattie croniche o rare, disabilità, gravidanza e screening.
Il bilancio fiscale comprende anche le riduzioni introdotte dal Governo Meloni: alleggerimento strutturale del cuneo fino a 40.000 euro di reddito, tre scaglioni Irpef invece di quattro e aliquota tra 28.000 e 50.000 euro scesa dal 35 al 33 per cento. Si aggiungono la soglia del forfettario portata da 65.000 a 85.000 euro e l’imposta sui premi di produttività ridotta all’1 per cento per il 2026 e il 2027. Le principali misure su lavoro e Irpef valgono oltre 20 miliardi l’anno.
Il tariffario del 2024 portava la stessa firma politica, quindi il Governo risponde anche dell’errore iniziale. Chiamare però questa correzione una stangata generalizzata forza i numeri: il maggiore esborso pubblico punta a rendere i rimborsi più aderenti ai costi reali e a ridurre il rischio che le strutture convenzionate limitino l’offerta. La responsabilità resta; le sue dimensioni sono più ristrette del racconto polemico.
Adesso il giudizio si sposta sui risultati. Le nuove risorse dovranno produrre più prestazioni e meno attese; altrimenti resteranno una spesa senza contropartita. Il prezzo della cura è stato adeguato. Adesso deve diventare adeguata anche la possibilità di riceverla.
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