Bilbao, la parola prende corpo - Ma la poesia verbovisiva non era morta?
Al Guggenheim di Bilbao la parola diventa luce e spazio. Una visita fra architettura, poesia verbovisiva e un corpo che entra nella scrittura.
L’argento del Guggenheim di Bilbao trattiene una nuvola e subito la perde. Una parete si rischiara, quella accanto rimane opaca. La curva che credevo di avere seguito fino in fondo ricompare più in alto, ripiegata su un’altra superficie. Cerco un punto dal quale tenere insieme l’edificio. Il ponte rosso spunta dietro il metallo, il cielo entra negli intervalli. Qualcosa non ci sta mai. Inclino lo smartphone. Anche la mia memoria dovrà conservarli un poco di traverso.

Nelle sfere lucide sull’acqua la città si raccoglie e si deforma. Un albero si stringe, una facciata si gonfia; su più superfici ricompaiono i passanti, ciascuno con un corpo diverso. Cerco anch’io il mio posto in quella moltitudine curva. Basta spostarmi perché l’immagine mi sfugga, si assottigli contro il bordo di una sfera. Rimango a guardare il punto dove dovrei essere. Più sotto, il riflesso nell’acqua si allunga: lì anche il metallo cede a un’increspatura.
Dentro, fra travi e vetri, la luce trova passaggi che da terra non riuscivo a vedere. Dalla balaustra le persone sul pavimento dell’atrio sembrano lontanissime. Una si ferma, due si raggiungono, un’altra attraversa da sola lo spazio. Le seguo, e il loro percorso mi dà la misura di questa altezza. Ho le mani sulla ringhiera. Per un momento è quello il punto più certo dell’edificio.

Poi il blu. Mi raggiunge prima che riesca a leggere. Prende il volto, resta nelle pieghe degli abiti; sotto le scarpe il rosso si prolunga sul pavimento. Nell’installazione di Jenny Holzer le parole scorrono lungo colonne luminose che devo seguire fin sopra la testa. «Respiro su aliento». Lo leggo mentre respiro. Una frase parla del fiato di qualcuno, il mio le passa incontro, senza rumore. Aspetto il seguito. Le lettere continuano e io rimango lì, con la bocca appena aperta.
«Palpito». «Ruego en voz alta». Tengo le mani davanti al petto. La luce mi attraversa la faccia mentre il resto del corpo è al buio. A volte basta girare gli occhi verso la scritta accanto e il principio della frase è già perduto; provo a ricucirlo con quello che ricordo, ma le parole procedono, indifferenti alla mia lentezza. La pagina mi è cresciuta intorno. Fra le righe lascia un intervallo abbastanza largo da starci in piedi. Mi faccio fotografare lì dentro. Quando la testa si piega per seguire una frase, anche le colonne sembrano inclinarsi: tutta quell’altezza mi viene incontro, finché le ultime lettere scompaiono.

Ripenso alle altre parole trovate nelle sale. «Olvida tus padres». «Rechaza el trabajo». «Repudia el sexo». Colori accesi e lettere enormi: ogni imperativo si prende il proprio rettangolo e reclama gli occhi per prescrivere una rinuncia. Mi viene voglia di disobbedire anche a loro. Su un’altra tela le lettere che affiorano fra il rosso e l’azzurro vengono coperte e tornano a farsi leggere per frammenti. Nel grande bianco un segno scuro trattiene lo sguardo; nel groviglio del disegno vicino la mano sembra avere insistito, ripassato, cercato ancora. Sono rimasto davanti a quelle tracce più a lungo di quanto avessi previsto. Alcune le ho seguite come una grafia difficile, altre mi hanno riportato ogni volta all’inizio.

Quanto spazio ha qui la parola. Mi sorprendo a ritrovarla dopo aver creduto di averla lasciata nella sala precedente. Penso alla poesia verbovisiva, e intanto perdo un’altra frase. Mi ostino a leggerla, ma l’occhio si ferma sul rosso, sul tratto di buio fra una lettera e l’altra. Quel vuoto dura abbastanza da farmi attendere. Conosco l’esitazione della mano sopra un foglio, quando la parola è lì e non so dove metterla. Qui la vedo muoversi sopra di me. Le lascio spazio, sposto un piede. Per qualche secondo la scrittura e il mio corpo occupano insieme l’immagine; poi le lettere cambiano e io sono ancora fermo.
Fuori, il ponte rosso ricompare oltre le pieghe d’argento. L’acqua muove il riflesso delle sfere. Ho negli occhi le lettere luminose: sulle superfici chiare rimane per un poco la loro traccia, poi si attenua. Tengo lo smartphone abbassato. Una nuvola passa davanti al sole; aspetto che la parete torni a schiarirsi.
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