TARI, Genova: + 5,7% - Il Campo Largo e le scelte strette
La Tari aumenta, i rifiuti viaggiano fuori regione e il termovalorizzatore divide la maggioranza Salis.
La Tari aumenta mediamente del 5,7 per cento e i rifiuti genovesi continuano a viaggiare tra Lombardia e Piemonte. La Regione Liguria ha avviato il percorso per realizzare un termovalorizzatore destinato a chiudere il ciclo regionale, ma non ne ha ancora individuato la sede. Una certezza, però, sembra già esserci: Silvia Salis, sindaca di Genova, ha escluso che possa sorgere nel territorio comunale.
Se non a Genova, dove?
È il primo vero esame del campo larghissimo: una coalizione molto larga quando bisogna vincere le elezioni, assai più stretta quando occorre scegliere dove costruire un impianto.
Perché governare significa esattamente questo: decidere. Anche quando ogni soluzione ha un costo, scontenta qualcuno e mette alla prova gli equilibri della maggioranza.
La Tari sale, il ciclo resta aperto
Nel 2026 il Piano economico-finanziario di AMIU, l’azienda comunale che gestisce i rifiuti, prevedeva una crescita dei costi del 6,7 per cento. Il Comune ha impiegato 2,3 milioni di euro per contenere l’aumento, dei quali 1,3 milioni provenienti dalla tassa di soggiorno. Il rincaro è stato così ridotto al 5,7 per cento, ma non cancellato: una parte è finita nelle bollette e un’altra è stata coperta con entrate comunali che avrebbero potuto essere utilizzate altrove.
Le cause immediate sono note: il rinnovo del contratto di lavoro, il carburante, l’aumento generale dei costi. Ma dietro la bolletta c’è un problema molto più antico: Genova non ha mai completato il proprio ciclo dei rifiuti.
Secondo lo studio Ramboll, ogni anno circa 35 mila tonnellate di rifiuti genovesi vengono mandate nei termovalorizzatori della Lombardia e altre 95 mila negli impianti di trattamento meccanico-biologico (TMB) piemontesi, per poi tornare a Scarpino. In tutto, 130 mila tonnellate in viaggio.
Un curioso esempio di economia circolare: circolano soprattutto i camion.
E sappiamo quanto può costare questo modello. Nel 2015 AMIU spese circa 28 milioni di euro per portare fuori regione 200 mila tonnellate di rifiuti; nel triennio 2015-2017 il conto arrivò a circa 85 milioni. Le quantità e i contratti oggi sono diversi, quindi non sarebbe corretto attribuire automaticamente la stessa cifra al 2026. Ma i camion non viaggiano gratis e gli impianti esterni non lavorano per beneficenza. Quanto costa oggi spedire e trattare altrove i rifiuti genovesi? Il Comune e AMIU dovrebbero dirlo chiaramente ai cittadini.
Il conto non è soltanto economico: migliaia di viaggi su gomma significano traffico pesante, carburante ed emissioni. Il termovalorizzatore si discute; i camion, evidentemente, si preferisce non vederli.
Un termovalorizzatore consentirebbe di ridurre i costi oggi sostenuti per trasportare e trattare i rifiuti fuori regione e di recuperare energia e calore dal residuo non riciclabile. Sono risparmi e ricavi che potrebbero finalmente aprire la possibilità di abbassare la Tari, invece di continuare a scaricare sui cittadini il costo di un ciclo incompleto.
L’eredità che non finisce mai
Il conto viene da lontano e attraversa quattro amministrazioni.
Durante l’amministrazione della sindaca Marta Vincenzi, Scarpino rimase il perno quasi esclusivo del sistema. Intorno alla discarica si susseguirono progetti, studi e tecnologie risolutive. Nel 2010 si parlava persino di un impianto di gassificazione da circa 245 milioni di euro, che avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2015. Non fu mai realizzato.
Con la Provincia guidata da Alessandro Repetto e poi con il Comune amministrato da Marco Doria, gli studi continuarono. La soluzione definitiva, no.
Nel 2014, durante la giunta Doria, Scarpino 2 chiuse nel pieno dell’emergenza del percolato. AMIU fu costretta a spedire i rifiuti fuori regione, dando inizio a una lunga stagione di costi straordinari.
Quando Marco Bucci divenne sindaco di Genova e Matteo Campora assessore comunale all’Ambiente, ereditarono davvero una situazione pesantissima: la discarica chiusa, i rifiuti in viaggio, un’emergenza ambientale e una lunga coda finanziaria. Non era propaganda.
Negli anni successivi Scarpino venne messa in sicurezza e riaperta con il terzo lotto. Furono realizzati gli interventi sul percolato e sviluppata la produzione di biometano. Nel 2021 arrivò anche la prima pietra del nuovo impianto di trattamento meccanico-biologico: 42 milioni di euro, una capacità prevista di 110 mila tonnellate all’anno e l’entrata in funzione annunciata per la primavera del 2022.
Il TMB non è ancora operativo, ma i lavori proseguono e la piena operatività è prevista entro la fine del 2027. L’ultimo rinvio è legato ai problemi di stabilità del terreno, che hanno imposto prove di micropalificazione e una revisione del progetto.
A Genova abbiamo sperimentato quasi tutto, purché restasse sulla carta: gassificatori, biodigestori, impianti «a freddo», fabbriche verdi e progetti avveniristici.
L’unica tecnologia che sembra funzionare puntualmente è quella che trasforma i rinvii in aumenti della Tari.
L’opportunità sì, l’impianto no
La Regione ha pubblicato un avviso pubblico per raccogliere le proposte delle imprese interessate a progettare, costruire e gestire il termovalorizzatore destinato a chiudere il ciclo ligure dei rifiuti. La procedura non indicava preventivamente una sede: la proposta industriale doveva comprendere anche la localizzazione dell’impianto. Marco Bucci, oggi presidente della Liguria ed ex sindaco di Genova, ha quindi sollecitato AMIU a partecipare con un partner industriale, senza escludere né Scarpino né altre aree genovesi.
Bucci aveva avvertito che, restando fuori dalla compagine, AMIU avrebbe rinunciato alle ricadute economiche riservate ai soci e sarebbe potuta entrare successivamente soltanto come conferitore, a condizioni decise da altri. Aveva inoltre ricordato che anche il territorio scelto avrebbe ricevuto benefici e compensazioni.
Matteo Campora, oggi consigliere regionale ed ex assessore comunale all’Ambiente, è più netto: «Non ha senso costruirlo fuori Genova». Se il capoluogo produce circa il 60 per cento dei rifiuti liguri, sostiene, collocare l’impianto lontano dal principale bacino di produzione significa continuare a trasportare il residuo e lasciare altrove anche i possibili benefici economici ed energetici.
Silvia Salis ha invece escluso sia Scarpino sia qualsiasi altra localizzazione nel Comune di Genova, pur giudicando inizialmente fondamentale la partecipazione di AMIU con un partner industriale. Alla scadenza originaria, però, l’azienda non aveva presentato una proposta e la Regione aveva prorogato il termine fino al 20 luglio. Alla chiusura dell’avviso sono comunque pervenute più proposte di partenariato pubblico-privato, ora all’esame della commissione tecnica insediata il 7 agosto. Non sono ancora noti né gli operatori né le localizzazioni indicate. AMIU è rimasta fuori dalla procedura.
L’opportunità industriale sì, l’onere territoriale no: AMIU dovrebbe contribuire all’investimento e beneficiare della gestione, purché l’impianto venga costruito nel territorio di qualcun altro.
Ma gli altri territori, comprensibilmente, non sembrano entusiasti. I Comuni della Val Bormida hanno già espresso la loro contrarietà. Nell’agosto 2026 i comitati della Val Bormida ligure e piemontese hanno scritto direttamente a Silvia Salis: «Genova impari a differenziare, non siamo la vostra discarica».
Difficile dare torto a chi non vuole ricevere i nostri rifiuti. Più difficile comprendere Genova, che continua a produrli e spedirli altrove, ma esclude dal proprio territorio l’impianto necessario a trattarli.
Se Genova dice «mai qui» e gli altri rispondono «mai da noi», lo stallo è inevitabile. La domanda per Salis resta quindi aperta: se non ha senso costruire l’impianto nel territorio che produce la maggior parte dei rifiuti, dove avrebbe senso farlo? E perché un altro Comune dovrebbe accettare ciò che Genova considera inaccettabile per sé?
Bucci non ha ancora indicato un sito, ma ha chiarito che, se non si troverà un accordo con i Comuni, sarà la Regione a individuare direttamente l’area. La decisione, dunque, è rinviata, non accantonata.
La tecnologia non cambia attraversando l’Appennino
Il termovalorizzatore non è neppure un dogma del centrodestra. A Roma lo sta realizzando Roberto Gualtieri, sindaco del Partito Democratico, per chiudere il ciclo dei rifiuti della capitale. La scelta ha ricevuto anche il sostegno di Stefano Bonaccini, che ha ricordato i sette impianti dell’Emilia-Romagna. Bologna, amministrata dal PD, utilizza il termovalorizzatore del Frullo e ha superato il 72 per cento di raccolta differenziata; Brescia mantiene il proprio impianto con un’amministrazione di centrosinistra e percentuali ancora più elevate. A Torino il Gerbido entrò in funzione durante il mandato di Piero Fassino.
Queste città dimostrano che raccolta differenziata e recupero energetico non sono alternativi: si recupera materia e si tratta il residuo non riciclabile. La normativa europea non lascia questi impianti in una zona franca: la direttiva sulle emissioni industriali e le conclusioni sulle migliori tecniche disponibili (BAT) per l’incenerimento impongono autorizzazioni, limiti emissivi stringenti e monitoraggi continui o periodici, a seconda dell’inquinante, anche per polveri, ossidi di azoto, mercurio, diossine e furani. Non significa impatto zero, ma un termovalorizzatore moderno non è il camino senza controlli evocato da certa propaganda.
La tecnologia, evidentemente, non cambia attraversando l’Appennino. Cambiano gli equilibri delle maggioranze.
Ciò che per il PD di Gualtieri è moderno e necessario, a Genova diventa improvvisamente impraticabile. Perché nella coalizione Salis siedono anche Movimento 5 Stelle e AVS, che sul termovalorizzatore non sembrano disponibili a discutere.
La sindaca non è quindi soltanto alle prese con un problema ambientale e industriale. Deve decidere se guidare la coalizione o lasciarsi guidare dai suoi veti.
Il campo larghissimo alla prova dei fatti
Il dossier dei rifiuti non è un caso isolato. Sul sistema di trasporto della Val Bisagno la nuova amministrazione ha detto no allo SkyMetro, progetto già finanziato. Al suo posto ha rilanciato la funivia, contestata dai cittadini e ancora da chiarire quanto a finanziamento, utilità quotidiana e capacità di trasporto.
Su AMT, l’azienda del trasporto pubblico genovese, la crisi e i tagli hanno provocato la ribellione anche dei sindaci del Partito Democratico dell’area metropolitana. Intanto si è socchiusa anche la porta all’ingresso dei privati, tema già affrontato nell’articolo «AMT, due voci e una porta socchiusa ai privati», pubblicato su Il Fondo.
Rifiuti, trasporto pubblico e Val Bisagno mostrano così il limite politico del campo larghissimo: la difficoltà di trasformare una coalizione elettorale in una maggioranza capace di scegliere.
Genova non deve scegliere tra diritti e buona amministrazione: ha diritto a entrambi. Ma chi governa non può limitarsi a sommare i no e trasferire altrove problemi, costi e responsabilità. Il campo largo genovese ha dimostrato di saper vincere le elezioni. Ora deve dimostrare di saper governare: perché davanti alle scelte vere non conta quanti partiti riesce a tenere insieme, ma quale direzione è capace di prendere.
– Monica Magnani
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