PAUSA SCOLASTICA ESTIVA. LA PIÙ LUNGA D'EUROPA. QUANTO COSTA ALLE FAMIGLIE?

L’Italia mantiene una delle pause estive più lunghe d’Europa. Il costo di quella pausa non compare in nessun bilancio pubblico: lo pagano le famiglie, e non tutte allo stesso modo.

PAUSA SCOLASTICA ESTIVA. LA PIÙ LUNGA D'EUROPA. QUANTO COSTA ALLE FAMIGLIE?

In Italia le scuole restano chiuse d’estate fino a quattordici settimane: è la pausa più lunga d’Europa. Francia e Belgio si fermano a otto, Germania e Danimarca a sei, e non perché i loro studenti riposino meno: il riposo lo distribuiscono in autunno, a carnevale, in primavera. La differenza non riguarda soltanto il tempo di apprendimento, che si può perdere o recuperare in molti modi: riguarda il fatto che per tre mesi il calendario della scuola e quello del lavoro smettono di coincidere. Il servizio pubblico che tiene i bambini durante il giorno viene sospeso; gli orari di chi lavora restano quelli di sempre.

Quel vuoto va riempito comunque. Le ferie ne assorbono una parte, e soltanto nel caso favorevole in cui entrambi i genitori possano concentrarle in estate anziché distribuirle nell’anno. Il resto ricade su una rete privata che nessuno ha progettato e di cui il sistema pubblico presuppone l’esistenza: parenti disponibili, orari flessibili, una casa dove lasciare i figli.

I nonni, in questi mesi,
non svolgono una
funzione affettiva:
svolgono un turno

Dove quella rete manca, perché i nonni lavorano ancora o abitano lontano, la copertura si acquista sul mercato. Un centro estivo a tempo pieno costa in molte città vicino ai duecento euro alla settimana per bambino: otto settimane superano i millecinquecento euro, e con due figli si arriva a tremila, per un’assistenza che non accompagna l’intero arco della chiusura. Oltre questa soglia la spesa cambia natura. Chi può sostenerla non acquista sorveglianza ma attività strutturate — sport, laboratori, lingue — che occupano il tempo e insegnano qualcosa; chi non può riduce le settimane, alterna permessi, chiede favori. I due gruppi di bambini rientrano a settembre da tre mesi che non si assomigliano.

All’interno delle famiglie l’onere non si distribuisce in modo uniforme. Nella maggior parte dei casi è la madre a ridurre l’orario, a spendere le ferie residue, a rinunciare all’incarico che avrebbe richiesto disponibilità in luglio. Sono decisioni che si prendono ogni volta come se fossero private, e che ogni anno, negli stessi mesi, producono lo stesso esito.

La risposta pubblica esiste, ma ha la forma sbagliata. Il Piano Estate finanzia attività gratuite nelle scuole; i comuni pubblicano bandi per abbattere le rette dei centri estivi. Entrambi gli strumenti dipendono da variabili che cambiano di anno in anno e di luogo in luogo: il progetto che il singolo istituto decide di presentare, il personale che accetta di lavorare a luglio, i fondi effettivamente assegnati. Una famiglia deve invece programmare con mesi di anticipo, e non può farlo su un’ipotesi. La chiusura è una regola; il sostegno una possibilità.

Se non ci sono i nonni,
sono le mamme a pagare
il prezzo più alto
per questa disfunzione

Una riforma del calendario non consiste nel togliere riposo a qualcuno per darlo a qualcun altro. Le settimane sottratte all’estate possono essere restituite durante l’anno, dove oggi mancano quasi del tutto; le scuole possono restare aperte in giugno e in settembre per attività che non richiedono la forma della lezione; i centri estivi possono avere regole e tariffe fissate a livello nazionale anziché dipendere dal comune di residenza. Il vincolo vero precede gli orari: molti edifici non sono utilizzabili nelle settimane più calde, con aule prive di raffrescamento e cortili senza ombra. È la ragione che le comparazioni europee riportano per spiegare le pause mediterranee, ed è anche la ragione per cui quelle pause non si accorciano da sole. Un ostacolo climatico che dura da decenni ha però smesso da tempo di essere soltanto climatico: è manutenzione rinviata.

C’è infine un dato che nel dibattito compare di rado. La durata dell’anno scolastico non la decide il ministero: la deliberano le Regioni, una per una, ogni anno, in forza di una competenza trasferita nel 1998, e i consigli di istituto possono poi adattarne il calendario alle esigenze del territorio. Allo Stato resta la soglia dei duecento giorni di lezione, fissata nel 1994 e già resa elastica dall’autonomia scolastica, che per le scuole con settimana corta la converte nel monte ore annuale. È un minimo, non un massimo, e un minimo di giorni di lezione non dice nulla su come collocare i giorni restanti. Le deliberazioni regionali, prese ciascuna per conto proprio, producono ogni anno lo stesso risultato: date di inizio e di fine che non coincidono, e una pausa che ovunque si aggira intorno alle tredici settimane. Prima di domandarsi se il calendario si possa cambiare, converrebbe domandarsi perché, da quando la competenza è regionale, nessuno abbia voluto provarci.

— Quinto Varrone